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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco,
pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione,
pro nationum concordia,
pro principibus christianis,
pro tranquilitate populorum,
ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

☩ UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Lettere dalla Torre di San Tommaso Moro (St Thomas Moore)

Il lunedì 13 di Aprile dell’anno di grazia 1534, alla fine del venticinquesimo anno del regno di re Enrico VIII, su mandato di comparizione, sir Thomas More si presentò ai Commissari del Re presso l’arcivescovo di Canterbury a Lambeth. Qui, invitato a prestare giuramento, si  rifiutò. Fu pertanto affidato in custodia all’Abate di Westminster, presso il quale rimase fino al venerdì successivo, per essere poi imprigionato nella Torre di Londra. Poco dopo il suo arrivo costì, inviò alla figlia Margaret Roper una lettera che qui si trascrive1.

A MARGARET ROPER
Torre di Londra [c. 17 Aprile 1534]
Una volta giunto a Lambeth fui il primo ad essere convocato, nonostante che, prima di me, fossero arrivati il Vicario di Croydon2, e molti altri. Dopo che mi fu notificato il motivo della convocazione (del che mi meravigliavo, visto che ero l'unico laico ad essere stato convocato), chiesi di poter prendere visione del giuramento che, come mi fecero notare, era munito del sigillo reale. Chiesi poi di poter prendere visione dell'Atto di Successione3, che mi fu esibito in un esemplare a stampa. Lo lessi standomene in disparte, e quando lo ebbi esaminato unitamente al giuramento, feci loro presente che non avevo niente da eccepire, né riguardo l'Atto, e chi lo avesse redatto, né sul giuramento, e chi lo avesse sottoscritto.
Né mi ergevo, inoltre, a giudice della coscienza degli altri. Ma, per quanto riguardava me, invece, la coscienza mi imponeva che, pur non rifiutandomi di riconoscere la successione, rifiutassi di prestare il giuramento che mi veniva sottoposto, perché così mettevo la mia anima a rischio di dannazione eterna. Quanto agli eventuali dubbi da loro nutriti circa il fatto che il mio rifiuto fosse dovuto a scrupolo di coscienza, e non, piuttosto, a qualche capriccio, mi dichiaravo pronto a fugarli con un giuramento. E che se nemmeno quest'ultimo aveva per loro valore probante, tanto valeva non costringermi a giuramento di sorta. Se, invece, lo accettavano, allora nutrivo speranza che non si sarebbero ostinati a farmi sottoscrivere il giuramento, rendendosi loro conto che giurare significava per me coartare la mia coscienza.
Al che il Lord Cancelliere4 si disse preoccupato, come tutti gli altri, di sentirmi fare questi discorsi, e di vedere che mi rifiutavo di giurare. Poi gli altri aggiunsero che ero il primo ad essersi rifiutato, e che per questo avrei attirato su di me il sospetto e l'indignazione del Re. Mi esibirono, quindi, di nuovo il documento, perché vedessi i nomi di quanti, tra i Lords, ed i rappresentanti dei Comuni, avevano già apposto la loro firma al giuramento. Ma quando si resero conto che persistevo nel rifiuto, anche se non biasimavo minimamente chi avesse prestato il giuramento, mi comandarono di scendere di sotto, dove, a causa del caldo, mi trattenni nella vecchia stanza bruciata che dà sul giardino. Qui vidi il dottor Latimer5 che passeggiava in compagnia di altri dottori e cappellani dell'Arcivescovo di Canterbury6. Doveva essere di buon umore, visto che rideva e cingeva il collo di uno o due di loro con tale trasporto che, se fossero state donne, si sarebbe detto che era diventato libertino. Poco dopo, dalla stanza dei Commissari uscì il dottor Wilson7 che mi passò accanto in compagnia di due signori, per essere mandato direttamente alla Torre. Non saprei dire a che ora fosse stato convocato il Vescovo di Rochester8; più tardi sentii dire che era stato interrogato, ma non dove avesse passato la notte ed il tempo fino al momento della convocazione. Sentii, anche, che il Vicario di Croydon, assieme a tutti gli altri convocati, avevano prestato il giuramento. Che, per questo, erano stati dai Consiglieri trattati con tale riguardo, che si erano risparmiate le snervanti anticamere riservate, in genere, ai postulanti;  anzi, la repentinità e la cortesia con le quali erano stati congedati, erano state tali, che il Vicario di Croydon, vuoi per la contentezza, vuoi per la sete, o solo per dare a vedere (quod ille notus erat pontifici), si recò alla dispensa dell'Arcivescovo e, chiesto da bere, bevve valde familiariter.
Quando, fatta la loro parte, furono usciti di scena, fui riconvocato. Mi fu detto che, nel periodo in cui ero stato fuori, parecchi avevano giurato, di buon grado, senza accampare difficoltà. Al che, obiettai ancora che non biasimavo nessuno; ma che, per quanto mi riguardava, non avevo niente da aggiungere a quanto già detto in precedenza. Ma, come in precedenza, mi accusarono di essere ostinato, perché, così come allora, non volevo ora specificare la parte del giuramento che offendeva la mia coscienza, né dire perché. Al che risposi che temevo che Sua Maestà era già abbastanza dispiaciuto per il fatto che ero stato il solo a rifiutare di giurare; se, di tale rifiuto, avessi fornito anche le motivazioni, non avrei fatto altro che esasperarlo. E questo era così lontano dalle mie intenzioni, che ero pronto a far fronte ai rischi ed ai pericoli che me ne sarebbero derivati, piuttosto che dare a Sua Maestà motivi di ulteriori dispiaceri, oltre quelli già causati dal mio rifiuto. Ma poiché persistevano nel voler attribuire ad ostinazione e caparbietà sia il mio rifiuto di giurare, che di addurne le ragioni, volli neutralizzare le loro accuse con un atto di buona volontà da parte mia: ero disposto, cioè, a mettere per iscritto le motivazioni del mio rifiuto, a condizione che il re stesso, nella sua magnanimità, mi avesse garantito che la mia dichiarazione non sarebbe stata considerata lesiva della Sua Maestà, né contrastante con nessuno dei suoi Statuti. Con un impegno scritto, inoltre, mi dichiaravo pronto anche a sottoscrivere il giuramento se qualcuno avesse confutato le mie obiezioni con argomentazioni valide a tacitare la mia coscienza.
Mi si fece notare, al riguardo, che anche l'eventuale concessione di una garanzia scritta, da parte del re, non mi sarebbe valsa contro lo Statuto. Al che risposi che, una volta ottenutala, avrei affrontato tutti i restanti pericoli confidando nell'onore di Sua Maestà. In ogni caso, l'accusa di ostinazione che mi si rivolgeva mi sembrava non reggere, dal momento che mi esponevo a rischi sia dichiarando, che non dichiarando le motivazioni del mio rifiuto.
Ricollegandosi a quanto avevo detto circa il fatto che non censuravo la coscienza di quanti avevano giurato, l'Arcivescovo di Canterbury mi disse che una cosa era per lui assodata: che la questione del giuramento, lungi dall'essere per me chiara e netta, mi provocava invece dubbi ed incertezze. “Incontrovertibile, invece - egli disse - è il dovere di ubbidienza che avete verso il re; perciò farete bene ad abbandonare la strada del dubbio che, tormentando la vostra coscienza, vi spinge a rifiutare il giuramento, ed intraprendere, invece, quella della certezza dell'ubbidienza al vostro principe, e prestare il giuramento”. L'argomentazione, lo vedevo bene, non calzava; tuttavia, era così sottile ed inattesa, soprattutto considerando l'autorità di chi l'aveva profferita, che non riuscii a rispondere altro che mi si chiedeva l'impossibile. Se dovevo essere onesto, difatti, per me si trattava proprio di un caso in cui sentivo di non essere tenuto al dovere di ubbidienza al re; checché ne pensassero gli altri, difatti, (la cui coscienza ed i cui convincimenti non stava a me giudicare o censurare), alla mia coscienza la verità sembrava stare proprio dalla parte opposta. Riguardo alle mie decisioni, poi, la riflessione sulla questione non era stata ne superficiale, né tanto meno avventata, ma lunga e profonda. In ogni caso, se il principio esposto dall'Arcivescovo aveva davvero un valore risolutivo, allora era facile uscire dal dilemma, visto che era prerogativa del re fugare, con una sua decisione in un senso o nell'altro, tutti i possibili dubbi che angustiavano i teologi.
Allora il mio Signore di Westminster9 mi fece notare che, da qualsiasi angolazione si guardasse la questione, c'era motivo di ritenere che il mio modo di vedere fosse sbagliato, visto che a pensare il contrario era il Gran Consiglio del Regno; perciò, avrei fatto meglio a cambiare atteggiamento. Ribattei allora che, effettivamente, c'era da avere paura nel ritrovarmi a sostenere, da solo, il mio punto di vista, contro l'intero Parlamento schierato a difesa di un punto di vista diametralmente opposto; ma, d'altro canto, su alcune delle questioni sulle quali mi rifiutavo di giurare, ero sicuro di contare, come sono sicuro di contare, sull'appoggio di un Consiglio altrettanto grande, anzi più grande. Non ero perciò obbligato a cambiare atteggiamento, né ad informare il mio comportamento al consiglio di un solo regno, quando a sostenere il contrario era il consiglio universo della Cristianità. A questo punto il Segretario10 (che mi manifestava un premuroso riguardo) esclamò solennemente che avrebbe preferito vedere finire sul patibolo il suo unico figliolo (ottimo giovine, invero, e destinato a farsi strada), piuttosto che vedere me rifiutare il giuramento, perché Sua Maestà avrebbe sicuramente cominciato a sospettare di me, e a pensare che la questione della monaca di Canterbury11 era stata tutta una macchinazione ordita da me. Al che ribattei che era vero il contrario, e che lo sapevano tutti; che, in ogni caso, qualsiasi cosa mi stesse per capitare non era in mio potere evitarla, senza mettere a repentaglio la mia anima. Allora il Lord Cancelliere riformulò ancora il mio rifiuto al segretario, che doveva riferirne al re. Nella riformulazione sua eccellenza ribadì ancora che non mi rifiutavo di riconoscere la successione. Al che ribattei che avrei preferito assicurarmi che la formulazione del giuramento, in quella parte, fosse in armonia con la mia coscienza.
Allora, rivolto al segretario, sua eccellenza esclamò: “Mettete anche questo a verbale: non ha intenzione nemmeno di giurare sulla successione, se non a certe condizioni”. “No - feci io solo, vorrei che la formulazione fosse sottoposta alla mia approvazione, per essere sicuro di non giurare il falso, né contro la mia coscienza. In merito alla successione, visto che si tratta del mio giuramento, non vedo perché non debba esaminarne attentamente anche la formulazione. Non vorrei che, giurando solo su una parte, finissi per accettarne il tutto. E così come sulla questione del giuramento, grazie a Dio, non ho mai distolto alcuno, consigliandogli di  rifiutarlo, né ho mai insinuato, ne mai insinuerò, il minimo dubbio nella testa di chicchessia, ma ho anzi riconosciuto a tutti il diritto di decidere liberamente, secondo la loro coscienza, allo stesso modo ritengo di avere il diritto di decidere liberamente, secondo la mia”.
1) Le brevi introduzioni alle lettere risalgono alla tradizione manoscritta.
2) Si tratta di Roland Phillips (1468-1538).
3) Il giuramento dell'Atto di Successione comprendeva una formula, fatta inserire dai Commissari del re, mediante la quale chi giurava misconosceva “qualsiasi potentato straniero”, con chiaro riferimento al Papato.
4) Thomas Audeley (1488-1544). Fu nominato Lord Cancelliere nel 1532. Fu anche commissario nel processo contro Anna Bolena.
5) Hugh Latimer (1485-1555). Fu uno dei teologi di Cambridge, i quali, nominati per pronunciarsi sulla liceità dei matrimonio del re con Caterina d'Aragona, si schierarono dalla parte del sovrano. Sarebbe stato condannato al rogo, come eretico, sotto Maria I, nel 1555.
6) Thomas Crannier (1489-1556). Fu personalità di spicco della Riforma. Di lui è restato famoso il      primo Prayer Book. Anche lui, come il Latimer, sarebbe stato condannato al rogo, come eretico, da Maria I
7) Nicholas Wilson era stato confessore del re e, come tale, incaricato di pronunciarsi sulla questione del divorzio. Lo ritroveremo come destinatario di due lettere di Moro.
8) John Fisher (1469-1535). Altra nobile figura di umanista e martire che, come Moro, lasciò la testa sul patibolo per le sue convinzioni religiose. La Chiesa lo santificò nel 1935.
9) Si tratta di William Benson, abate di Westminster.
10) Thomas Cromwell (1485-1540). Altra personalità di spicco della Riforma Anglicana. Si guadagnò l'epiteto malleus monachorum per il cinismo con cui organizzò la dissoluzione dei monasteri. Il figlio Gregory, cui More accenna, si affacciava proprio in quel tempo alla ribalta politica.
11) Elizabeth Barton (1506-1534), soprannominata «la vergine (o monaca) del Kent». Si trattava di una povera mentecatta la quale sosteneva che i suoi attacchi contro il divorzio del re le erano stati ispirati dalla Madonna. Finì per questo sul capestro.

A MARGARET ROPER
Torre di Londra [Aprile - Maggio? 1534] (Lettera scritta con il carbone da Sir Thomas More alla figlia Margaret Roper, poco dopo il suo imprigionamento nella Torre.)
Mia dilettissima figlia,
grazie a Dio la buona salute fisica e la serenità d'animo di cui godo fanno sì che io non abbia bisogno di più di quanto io già non abbia. Supplico Dio affinché vi renda gioiosi nella speranza del Paradiso. Ciò di cui desideravo parlarti a proposito della vita a venire, ha provveduto Dio stesso ad inculcarlo nelle vostre menti, come ho fede che Egli fa, ed anche meglio, attraverso lo Spirito Santo. Che vi benedica e vi preservi tutti. Scritta col carbone dal tuo affettuosissimo padre che nelle sue umili preghiere non dimentica nessuno di voi: figli, balie, mariti, e mogli dei figli, vostra madre, i nostri amici. Sono costretto a salutarti ora, per mancanza di carta.
Thomas More, Cavaliere.
P. S. Imploro nostro Signore affinché preservi l’integrità della mia fede, e non permetta mai che ne viva senza. Non ho mai desiderato, Meg, come ti ho più volte detto, di vivere a lungo, e sarei pronto a lasciare questa vita domani stesso, se Lui mi chiamasse. Grazie a Dio non so di persona al mondo che vorrei fosse biasimata per colpa mia; questa consapevolezza mi dà più gioia di tutte le cose del mondo.
Ricordami al tuo assennato Wyll, ai miei figli, al mio amico John Harys, e a quanti altri tu sai; soprattutto alla mia saggia moglie, e che Dio vi preservi tutti facendo di voi suoi eterni servitori.

La reclusione di Thomas More nella Torre era da poco iniziata, quando la figlia, signora Margaret Roper, gli inviò una lettera, con la quale, come era comprensibile, tentava (anche se intimamente scettica) di convincerlo a sottoscrivere il giuramento. Oltre a far ricredere Thomas Cromwell, quest’atto le sarebbe valso ad ottenere la libertà di fare visita al padre a suo piacimento. Per la maggior parte della detenzione, questo diritto fu riconosciuto solo a lei. Alla missiva il padre fece pervenire la risposta che qui si trascrive.
A MARGARET ROPER 
Torre di Londra [Maggio? 1534]
Dio vi benedica tutti. Se non fossi già da tempo pervenuto ad una ferma e risoluta determinazione, grazie alla misericordia di Dio, o figlia mia dilettisssima, il dolore in me provocato dalla tua commovente lettera non sarebbe stato inferiore, anzi sarebbe stato sicuramente superiore, e di gran lunga, alle non poche, terribili pene che qui ho dovuto spesso sopportare. Di tutte queste, difatti, nessuna mi ha toccato così nel profondo, come il vedere te, mia dolcisssima, caritatevolmente sollecita nel cercare di persuadermi a compiere ciò su cui, come mi imponeva la coscienza, ho avuto spesso, in precedenza, l'occasione di parlarti molto chiaramente.
In merito ai punti della tua lettera, non posso risponderti, perché ricorderai sicuramente che ti ho più volte ribadito la mia intenzione di non rendere manifesti, a chicchessia, i motivi che agitano la mia coscienza. Perciò, figlia mia, non ne parliamo più; perché, proprio come tu vorresti convincermi di seguire il tuo consiglio, io vorrei pregare te di desistere dai tuoi sforzi, e fartene una ragione, alla luce delle risposte che ho già avuto modo di darti.
Quel che mi tormenta di più, e anche più che sentire parlare della mia morte (la paura della morte e dell'Inferno, grazie a Dio, è col passare dei giorni mitigata dalla speranza del Paradiso e dalla passione di Cristo), è il sapere tutti voi: il mio buon figlio, tuo marito, e la mia buona moglie, e tutti gli altri figli miei ed amici innocenti, in gravissime difficoltà, ed esposti a gravi rischi e danni. Ma non è in mio potere porvi rimedio, e perciò non mi resta che affidarvi tutti a Dio (Nam in manu Dei - dice la scrittura – cor regis est, et sicut divisiones aquarum quocumque voluerunt, impellit illud) la cui misericordia invoco umilmente, perché, toccando il cuore di Sua Maestà, lo volga benigno verso voi tutti, e verso di me, nella misura che Dio, ed io stesso, riteniamo che meritino i miei sentimenti verso di lui e le mie preghiere quotidiane per lui. Perché, in verità, se Sua Maestà potesse scrutare nella profondità della mia anima, come può fare solo Dio, la sua collera sarebbe placata. Ma poiché in questo mondo non mi è concesso di manifestare ciò che varrebbe a persuadere Sua Maestà a cambiare opinione su di me, non mi resta altro che rimettere tutto nelle mani di Colui, per paura di dispiacere il quale, e per la difesa della mia anima attivata dalla mia coscienza (senza tuttavia biasimare, o censurare, alcuno) affronto e sopporto questo supplizio. Per liberarmi dal quale Lo supplico di chiamarmi a Sé, quando lo vorrà, nell'eterna beatitudine del Paradiso, e, nell'attesa, di concedere a me e a voi, sia pure prostrati dalle sofferenze e tribolazioni, di meditare sull'amara agonia patita da nostro Signore prima della passione sul Golgota.
Se lo faremo diligentemente, ho fede che troveremo lì conforto e consolazione. E perciò, mia carissima, il beato spirito di Cristo, nella sua misericordia guida e regola di voi tutti, vi conformi al Suo volere, per il conforto e la salvezza del corpo e dell'anima.
Il tuo affezionatissimo padre Thomas More, Cavaliere.

Dopo qualche tempo che Sir Thomas More era stato imprigionato, sua figlia Margaret Roper ottenne dal re licenza di visitare il padre nella Torre. Cosa che fece. Poco dopo, egli inviò a tutti i suoi amici la lettera, scritta col carbone, che qui segue.
A TUTTI I MIEI CARI AMICI
Torre di Londra  [1534]
Poiché qui in prigione potrei trovarmi in necessità la cui natura non sono in grado di prevedere, prego caldamente voi tutti di considerare ogni richiesta fattavi dalla mia dilettissima figlia Margaret Roper (per volere di Sua Maestà l'unica, tra tutti i miei cari, ammessa a farmi visita) come desiderio espressovi personalmente da me. Vi supplico, inoltre, di pregare per me, come io pregherò per voi.
Affettuosamente Thomas More, prigioniero.

Lettera scritta da Sir Thomas More al Dottor Nicholas Wilson, anche lui rinchiuso nella Torre, nell’anno del Signore 1534, ventiseiesimo del regno di re Enrico VIII.
A NICHOLAS WILSON1
Torre di Londra [1534]
Supplico Nostro Signore perché vi sia di conforto e, poiché sento dire da più parti che avete promesso di sottoscrivere il giuramento, ve ne faccia derivare buona fortuna.
Sulla questione io non ho mai consigliato alcuno in senso contrario, né ho in alcun modo mai ingenerato scrupoli nella coscienza di chicchessia. So che vorreste conoscere i miei intendimenti; sapete bene, però, come ebbi a dirvi quando eravamo entrambi liberi, che così come non mi interessava conoscere né il punto di vista vostro, né quello degli altri, allo stesso modo, né voi, né altri, dovreste voler conoscere il mio. Non voglio, difatti, e non vorrò mai, essere compartecipe di alcuno, e così come riconosco agli altri il diritto di agire secondo la loro coscienza, così reclamo per me il diritto di agire secondo la mia. Se giurassi contro la mia coscienza rischierei la dannazione eterna, e di quello che di me potrebbe accadere domani, non sono certo; che io, poi, riesca o meno ad ottenere la grazia di potere agire secondo coscienza, non sarà dipeso da me, ma dalla misericordia di Dio. A questa vi supplico di affidarmi nelle vostre preghiere. Io stesso mi ricorderò di voi nelle mie preghiere quotidiane, per quanto possano valere, e finché durerà la mia povera esistenza, tutto quello che è mio sarà anche vostro.

Un’altra lettera scritta da Sir Thomas More al dottor Nicholas Wilson (anche lui rinchiuso nella Torre) nell’anno del Signore 1534, ventiseiesimo del regno di re Enrico VIII. 
AL DOTTOR NICHOLAS WILSON 
Torre di Londra [1534] 
É dal Profondo del mio cuore che mi raccomando a voi. Mi addolora moltissimo sapervi angustiato dalle privazioni che la prigionia ha imposto alla vostra libertà, ai beni, agli agi, al conforto della compagnia dei vostri amici; e mi addolora, altresì sapervi duramente provato dal tormento dei dubbi che, insinuatisi nella mente, e tumultuanti nella coscienza, vi rigonfiano il cuore di pene. Sono le stesse pene che avverto io, e in non piccola parte, per amor vostro. Ma quello che mi addolora di più, mio caro dottore, è il non poter fare niente per prestarvi il soccorso che, credo, in un certo modo vi aspettate da me.
Per quanto riguarda il vostro desiderio di conoscere il mio punto di vista sui vostri dubbi, credo di essere, al momento, l'uomo meno adatto a soddisfarlo. Sapete bene, difatti, che quando la questione arrivò al punto che si richiese, tra gli altri, anche il mio punto di vista (voi vi eravate  già espresso in proposito), come ricordate, ne discutemmo diffusamente insieme. Dopodiché, per benevolo incarico affidatomi dal re, mi diedi a ricercare, a leggere e consultare tutti quelli che sapevo esperti sulla questione, onde stabilire, dopo attenta valutazione dei pro e dei contro, e nei limiti impostimi dalle mie umili risorse mentali e culturali, da quale parte stesse la mia coscienza, e riferire al re che cosa io onestamente pensassi. Sua Grazia non mi ha mai affidato un incarico che non fosse accompagnato dalla raccomandazione che cercassi prima la risposta in Dio, e, dopo Dio, in lui: è stata, questa, la prima lezione che Sua Maestà mi impartì quando fui chiamato al suo nobile servizio; e mai comandamento più bello, lezione più autentica avrei potuto io ricevere, o un re trasmettere ai suoi consiglieri e servitori.
Ma, come vi dicevo, in tutto questo tempo (sono passati tanti anni che quasi non riesco a contarli) tra tutti quelli ai quali parlavo della questione, e con i quali mi soffermavo sui passi delle Scritture e dei dottori della chiesa che hanno toccato l'uno o l'altro aspetto del problema, o sui provvedimenti o sulle leggi che regolano la materia, voi eravate, e sono sicuro che lo ricorderete, quello al quale io più frequentemente ricorrevo. Ed il motivo per cui ricorrevo più frequentemente a voi che ad altri, era rappresentato non solo dalla vostra salda dottrina, ma anche dalla maturità del vostro giudizio; inoltre, e lo percepivo bene, avevate una qualità in genere assente, o labile, negli altri: la dedizione assoluta all'onore e all'integrità (fisica e spirituale) del re.
Tra i tanti pregi che apprezzavo in voi, infine, ne spiccava uno in modo particolare: l'estremo riserbo sulle questioni che vi confidava il re. Sebbene, difatti, avessi sentito dire (da chi, non ricordo) che a Parigi sull'argomento avevate scritto un libro, dedicato a Sua Maestà, a questo non vi ho mai sentito fare un accenno, nonostante la nostra antica amicizia, e nonostante che sullo stesso argomento avessimo a lungo ragionato e discusso. Ma, fatta eccezione per quegli aspetti che, pur trattati nel libro, avevate forse dimenticato, sono sinceramente convinto che non abbiate tralasciato di farmi conoscere, con lo stessa sincerità con cui lo facevo con voi, alcun pensiero, sull'uno o l'altro aspetto della questione, che fosse stato toccato dalle Scritture o dagli antichi Dottori. Credo di ricordare bene, anzi, che di tutti quei punti della questione che ora richiamate alla mente, non ne fu tralasciato alcuno.
Ricordo bene, inoltre, che nel tempo in cui anche io meditavo sulla stessa questione oggetto delle vostre frequenti discussioni, concordavamo su tutti i punti. Ricordo, infine, che io e voi leggemmo insieme, oltre le Leggi, i Consigli, le parole di S. Agostino nel De Civitate Dei, l'epistola Ad Paternum di S. Ambrogio, l'epistola di S. Basilio tradotta dal greco, gli scritti di S. Gregorio, i passi della Scrittura (sia del Levitico che del Deuteronomio), e quelli del Vangelo e delle lettere di S. Paolo, nonché il luogo di S. Agostino che voi ora ricordate, e quegli altri passi in cui egli affronta la questione servendosi delle parole di S. Gerolamo e S. Crisostomo, e non so quanti altri ancora. Sono sicuro, infine, che così come era da parte mia impossibile indicarvi, e leggere insieme a voi, tutti i libri che mi capitava di leggere per conto mio (anche perché quelli che me li prestavano mi impedivano di prestarli a mia volta), la stessa cosa sia capitata a voi. Nonostante ciò, cosi come era giusto che io facessi, visto che a voi era stato affidato lo stesso compito, di considerare cioè obiettivamente la questione, vi segnalavo fedelmente ogni passo delle Scritture, o dei Dottori della Chiesa, e sono convinto che abbiate fatto lo stesso voi con me. Sicché, mio caro dottore, anche se nella mia mente quei punti fossero chiari come lo erano allora; se pure avessi a disposizione tutti i libri che avevo allora; e se anche fossi disposto a tornare ancora sulla questione; tuttavia, non credo che ci sia cosa che non abbiate già sentito da me, e che io non abbia già sentito da voi.
Ora, però, le cose stanno diversamente. Dopo aver, difatti, rappresentato al re il mio modesto punto di vista sulla questione, punto di vista che Sua Altezza volle molto benignamente prendere in considerazione; e dopo essermi reso conto che ormai non c'era niente altro che io potessi fare per Sua Grazia (né, tanto meno, c'era cosa che volessi fare per dispiacerlo), presi con me stesso l'impegno solenne che non mi sarei occupato più della questione. Restituii, perciò, tutti i libri che mi erano stati prestati, tranne quelli che bruciai col consenso di quei proprietari che avevano manifestato, come me, l'intenzione di non occuparsi più della vicenda. Ragion per cui, mio buon dottore, anche se volessi, non sarei in grado di tornare a discutere ancora quei punti: molte sono le cose che mi sono uscite di mente, e che del resto non ho intenzione di riprendere in esame per il resto della mia vita. Inoltre, quello che ho sempre cercato di approfondire riguarda due o tre punti da esaminare alla luce delle Scritture (o delle interpretazioni delle stesse), tranne quelli previsti dalle leggi canoniche.
In seguito, il problema si è complicato ulteriormente con la questione dei difetti formali nella Bolla di dispensa1. Il che ha convinto i Consiglieri del Re, competenti nelle questioni religiose, che la Bolla fosse viziata da mancato, o insufficiente tenore. Di questi problemi non mi sono mai voluto occupare, sia perché non capisco i Dottori della Chiesa, sia perché i loro libri mi provocano disagio. Come se non bastasse, la vicenda, già complessa, si è ulteriormente arricchita di elementi sui quali ho insufficiente competenza giurisprudenziale, e limitate conoscenze dei fatti; ragion per cui, piuttosto che mormorare, recriminare, formulare ipotesi, sentenziare, o contestare, da fedele ed umile suddito del re, mi limito a pregare per la salvezza di Sua Grazia, della regina, della loro nobile prole, e di tutto il regno.
Venendo infine alla questione del giuramento, i motivi per i quali ho opposto il rifiuto non può conoscerli nessuno, perché sono sigillati nella mia coscienza; alcuni, forse, sono l'opposto di quanto si possa immaginare, ma, in ogni caso, di tale natura che io non ho mai voluto, né vorrò mai, rivelarli a chicchessia. Inoltre, così come ebbi a dirvi prima che ci fosse sottoposto il giuramento, quella volta che ci vedemmo a Londra, che non era mia intenzione, cioè, entrare nella questione se non per me stesso, seguendo la mia coscienza, della quale io rispondo solo a Dio, ma riconoscendo agli altri il diritto di seguire la propria; allo stesso modo, vi dico ora, o oso pensare, anzi, che la vostra linea di condotta sia la stessa. Come sa ogni uomo di giudizio, ci sono molte cose sulle quali si è liberi di pensare quello che si vuole, senza pericolo per la propria anima, finché non intervenga un organo sovrano a decretare ciò che è necessario credere. Per quanto mi riguarda, non sarò certo io a pretendere di stabilire o determinare la natura del contenuto di un giuramento; né sarò arrogante e presuntuoso al punto di biasimare o censurare la coscienza degli altri, o la loro buona fede, o il loro modo di pensare. E come non è certo mia intenzione interferire nelle scelte degli altri, così reclamo per me il diritto di agire secondo la mia coscienza. Dentro la mia coscienza, difatti, la misericordia divina me ne sia testimone, trovo abbastanza, della mia vita e di me stesso, su cui riflettere.
Credo di essere vissuto a lungo, e perciò non desidero vivere ancora. Da quando sono stato rinchiuso nella Torre, una o due volte ho creduto di essere sul punto di rendere la mia anima a Dio, e, se devo essere sincero, questa speranza mi alleggeriva il cuore. Tuttavia, non dimentico il mio conto da saldare, che è lungo, né le tante cose di cui sono chiamato a dar conto. Ripongo fede, però, nel Signore e nei meriti della sua amara passione; e lo imploro di suscitare e tener vivo in me il desiderio di abbandonare questo mondo per essere con Lui. Perché ho fede che chi desidera riunirsi con Lui verrà da Lui accolto, e certezza che chiunque verrà a Lui desidererà ardentemente restare con Lui. E lo imploro perché la pace e la serenità che Lui vorrà concedere al vostro cuore, siano informate al Suo piacere e alla Sua volontà, per il bene eterno della vostra anima. Ho fede, altresì, che presto Egli volgerà il nobile cuore del re verso noi due, perché io e voi siamo stati leali e sinceri verso di lui, anche quando sulla questione avevamo punti di vista discordi. Sicut divisiones aquarum, ita cor regis in manu Domini, quocumque voluerit, inclinabit illud. Ma se la volontà di Dio avesse disposto diversamente, ogni suggerimento o consiglio che io vi dessi sarebbe inutile.
Per quanto riguarda me, Lo imploro di concedermi la grazia di conformare con umiltà la mia anima al Suo alto volere, così che dopo la procellosa rovina di questi miei anni tempestosi, la Sua immensa misericordia voglia condurre me e tutti i miei nemici (se me ne restano) al più sicuro porto della beatitudine eterna del Paradiso, così che io possa amarli lì come, grazie a Dio, faccio qui. Non me ne vogliate, perciò, se non prego per voi come faccio per loro, ma abbiate per certo che non potrei augurare agli amici quello che non vorrei per i miei nemici, né ai miei nemici quello che, Dio mi assista, non vorrei per me.
Per l'amore di Dio, dottor Wilson, pregate per me, perché io prego per voi ogni giorno, e, a volte, mi addolora il solo pensiero che passiate notti insonni. Fatevi forza, buon dottore, ricordando la immensa  misericordia di Dio e l'abituale bontà del re. Sono intimamente convinto, inoltre, che avete dalla vostra parte anche tutto il Consiglio di Sua Grazia. Mi rifiuto di credere che qualcuno di loro possa così cattivo da augurarvi altro che bene. Per concludere, tutto è ora  nelle mani di Dio. Spes non confundit. Vi prego di perdonare le mie scribacchiature: non riesco sempre a scrivere come vorrei. Vi prego, inoltre, quando lo riteniate opportuno, di rimandarmi questa rozza missiva. Quia quanquam nihil inest mali tamen propter ministrum nolim rescire.
1) Essendo Enrico VII e Caterina d'Aragona cognati, il loro matrimonio aveva avuto bisogno di  una speciale dispensa papale.

A MARGARET ROPER
Torre di Londra [1534]
Lo Spirito Santo di Dio sia con te. Mia cara figlia, se col mio scritto volessi manifestare il piacere ed il conforto arrecatimi dalle tue affettuose lettere, non basterebbe uno staio di carboni a farmi da penna. Purtroppo, di altre penne qui non dispongo, cara Margaret; perciò non posso scriverti lunghe missive, né oso avventurarmi a scriverti spesso.
Il motivo per cui sono tenuto in rigorosa segregazione è dipeso, forse, dalle mie imprudenti, ancorché sincere, parole che sai. E così come prevedevo (come ebbi a dirti in giardino) che una cosa del genere si sarebbe verificata, così ora ho il presentimento che c'è della gente pronta a sostenere che io non sia poi così povero come la perquisizione sembra aver dimostrato. C’è da ritenere, pertanto, che ci saranno molto più frequenti, improvvise e rigorosissime perquisizioni, in ogni casa di nostra proprietà. Se ciò  avvenisse, ne saremmo avvantaggiati, visto che siamo poveri sul serio;  ma mi dispiacerebbe se dovessero trovare la bella cintura e la collana d'oro di mia moglie. Sono tuttavia convinto, però, che Sua Grazia non le farà sequestrare niente. Ho pensato, e tuttora penso, che sono stato di nuovo segregato per qualche altro infondato sospetto, alimentato, forse, da ignote ed infamanti informazioni che hanno autorizzato qualcuno a ritenere che ci siano cose ancora più gravi da scoprire sul mio conto. Grazie a Dio, però, ogni qual volta un'ipotesi del genere mi ha attraversato la mente, la limpidezza della mia coscienza mi ha fatto esultare di speranza. Perché di una cosa sola sono, e, per il resto della mia vita sarò, sicuro: che, come spesso ebbi a dirti, non c'è male che io possa fare al mio sovrano, di cui non sarei chiamato a rispondere davanti a Dio, checché gli altri ne pensino. Al mondo, difatti, il male può apparire bene, o per falso ragionamento, o per falsa testimonianza, come ti disse quel buon uomo1, le cui parole erano certamente dettate da buone intenzioni, e da buona disposizione nel miei confronti. Agli occhi del mondo, il fatto che io abbia rifiutato questo giuramento, è apparso offesa gravissima, ed il mio timor di Dio è stato scambiato per ostinazione verso il mio sovrano. Ma i Signori Consiglieri davanti al quali mi rifiutai di giurare, potevano vedere bene, dai molteplici segni con cui si manifestava la mia angoscia, che la cocciutaggine di cui si alimenta l'arroganza, era affatto estranea alla mia mente. E la prova più evidente di ciò, visto che l'accusa di ostinazione nasceva dal fatto che avevo rifiutato il giuramento, e di addurne le motivazioni, la fornivo io stesso, sebbene a malincuore, col dichiarare che, sebbene preferissi rischiare di violare lo Statuto piuttosto che esasperare il mio sovrano, ero pronto, tuttavia, e per evitare anche che il mio sovrano continuasse a tacciarmi di ostinazione, a rendere manifesti (sempre previa assicurazione da parte del re che le mie parole non avrebbero turbato lui, e non avrebbero fatto incorrere me nella violazione di qualche statuto) i motivi che mi impedivano di sottoscrivere il giuramento; il che mi impegnavo a fare, invece, qualora le obiezioni da me sollevate fossero state confutate in modo tale che la mia coscienza ne fosse stata tacitata. Al che il segretario obiettò che se anche Sua Maestà mi avesse concesso una tale garanzia, questa non sarebbe valsa a liberarmi dagli obblighi nei riguardi degli Statuti, specialmente se le mie dichiarazioni avessero violato i loro dettami. Dandomi questo avvertimento mi si mostrò vero amico.
Vedi bene, quindi, mia cara, che il mio rifiuto di parlare non era dovuto ad ostinazione, ma al fatto che se parlavo mi esponevo a rischi e pericoli. Eppure, oggi, il mio rifiuto, quali che ne siano state le motivazioni, viene ascritto ad ostinazione, tanto più perché uomini più illustri di me non hanno sollevato difficoltà di sorta. La sollecitudine del segretario nei miei confronti arrivò al punto di fargli esclamare solennemente, in pubblico, che tale sarebbe stato, secondo lui, il dispiacere del re, e tale il suo sospetto sulle mie responsabilità nella questione della monaca di Canterbury, che egli avrebbe preferito vedere finire sul patibolo il suo unico figliolo (giovane dabbene, di cui Dio gli conceda tante soddisfazioni) e non vedere me rifiutare il giuramento. Le quali parole, Margaret, mi commossero come attestazione di affetto e di disponibilità del segretario nel miei riguardi; ma mi angosciarono, nello stesso tempo, perché effettivamente c'era la possibilità che il re Sua Grazia, e mio nobile sovrano, avrebbe covato sospetto ed indignazione contro di me, per una questione sulla quale non potevo, e non posso, far niente, se non a rischio e pericolo della mia anima.
Sento ora che, secondo alcuni, questa mia determinazione di rifiutare il giuramento, spingerà forse il re a emanare una legge apposta per me. Non credo che si arriverà a tanto; ma sono sicuro che se in forza di questa legge dovessi morire, sarei morto innocente davanti a Dio. E sebbene io creda, cara figlia, che il Signore, che ha nelle mani il cuore dei principi, non potrebbe mai, nella sua estrema misericordia, permettere che un principe sovrano e tanti uomini d'onore che seggono in Parlamento possano emanare una legge illegittima (perché tale sarebbe, se fosse varata), tuttavia avevo messo nel conto anche questo; anzi, gia prima di essere rinchiuso qui, mi ero chiaramente rappresentati i rischi, ivi compreso quello della morte, ai quali mi avrebbe esposto il mio rifiuto di giurare. Ma mentre pensavo a questi, mia cara Margaret, nonostante mi scoprissi molto debole, e rifuggissi dall'idea del dolore e della morte più di quanto pensavo fosse possibile ad un buon Cristiano, era tuttavia chiaro alla mia coscienza che la salvezza del corpo era possibile solo a costo della dannazione della mia anima. Grazie a Dio, in questa lotta, lo spirito ha alfine avuto la meglio, e la ragione, confortata dalla fede, ha poi rinsaldato il mio convincimento che l'essere messo a morte ingiustamente, per aver fatto cosa giusta (come è cosa giusta, ne sono certissimo, che io mi rifiuti di giurare contro la mia coscienza, dai cui imperativi non posso derogare se non a rischio della mia anima, sia che la morte arrivi come fatto naturale, o per effetto di una legge) fa sì che si possa lasciare la testa sul patibolo, senza tuttavia riceverne danno; anzi, ricevendone, più che danno, bene inestimabile dalle mani di Dio.
E così, grazie a Dio, da quando sono qui, più passano i giorni e meno penso alla morte. Più  presto andremo in Paradiso, più largamente ricompensati saranno gli anni che avremo perduto su questa terra. E sebbene addolori l'idea di morire quando si è ancora in salute, tuttavia sono pochi quelli che, pur nella malattia, affrontano con serenità la morte. Sono anzi convinto che se mai dovesse arrivare il giorno (Dio sa quando) in cui la morte metta fine a malattie, penserei , in quella circostanza, che Dio sarebbe stato molto più misericordioso verso di me, se mi avesse fatto morire per effetto di una legge. E perciò, la ragione mi dice che sarebbe follia da parte mia dispiacermi di affrontare una morte che potrei forse poi rimpiangere. Senza contare che potrei anche morire (con maggior rischio per la propria anima, e con minore misericordia di Dio) di morte violenta, per mano, cioè, di nemici o di ladri.
Perciò puoi essere sicura, mia cara, che se è vero che il pensiero della morte mi ha angosciato prima d'ora, oggi non mi arreca più dolore. Certo, sono consapevole di tutta la mia fragilità (lo stesso S. Pietro, che aveva molto meno paura di me, fu terrorizzato dalle parole di una ragazzina al punto di rinnegare il Signore). Non sono quindi pazzo al punto di pretendere che non vacillerò; ma prego, e prego te di associarti a me nella preghiera, che quel Dio che mi ha dato questa forza, mi conceda anche la grazia di preservarla.
Eccoti svelata, quindi, figlia mia, la parte più autentica di me, che ho informata solo alla bontà di Dio, e così totalmente che, ti assicuro, non ho mai pregato Dio di liberarmi dalla prigione o dalla morte. Ho rimesso tutto nelle Sue mani, giacché Lui Solo, meglio di me, conosce il mio bene. Né, da quando sono qui, ho mai desiderato di rimettere piede nella mia casa, per il piacere o il gusto della casa, quanto, piuttosto, per il piacere di conversare con i miei amici, ed in particolar modo con mia moglie, e con voi, che condividete il mio destino. Ma poiché Dio ha disposto diversamente, vi affido tutti alla Sua misericordia, e provo grande conforto, ogni giorno, nel sapervi sereni ed uniti nello spirito di carità; prego il Signore che possa essere sempre così. Voglio ricordarti, infine, mia cara figlia, che io sento di dover ringraziare Iddio della serenità d'animo che Egli mi sta dando e che, spero, non mi farà mancare. Non smetto di confidare che Egli vorrà guidare ed ispirare il re, sì da non permettere che un cuore nobile e generoso come il suo non ripaghi quello di un umile e devoto suddito con una misura cosi ingiusta, estrema e poco caritatevole, solo per il rammarico che io non la pensi come gli altri. Ma da suddito fedele quale sono stato e morirò, pregherò sinceramente per lui, qui, e nell'altra vita.
Ricordami alla mia buona compagna, ai figli, maschi e femmine, ai vostri bambini, alle balie, al domestici, ai parenti e agli amici lontani. Che Iddio li salvi e preservi. Vi prego di pregare per me, come io farò per voi tutti. Qualsiasi cosa dovesse succedere non datevi pena per me, ma siate felici nel Signore.
1)  Si riferisce al Lord Cancelliere (vedi Lettera I, n. 4)

Un'altra lettera scritta e inviata da Sir Thomas More (nell'anno del Signore 1534, venticinquesimo del regno di re Enrico VIII) in risposta ad una lettera della figlia signora Margaret Roper.
A MARGARET ROPER 
Torre di Londra [1534] 
Lo Spirito Santo di Dio sia con te. Il conforto recatomi dalla tua affettuosissima lettera, cara dilettissima figlia, è ed è stato, credimi, più grande di quanto la mia penna sia in grado di esprimere, per le diverse cose in essa contenute; ma, soprattutto, perché Dio, nella Sua misericordia infinita, ti ha concesso la grazia di capire l'incomparabile differenza tra lo stato miserando di questa vita, e la ricchezza di quella a venire, per quelli che muoiono in Dio; e di ricorrere cosi cristianamente a Lui nelle tue preghiere, perché si compiaccia, per usare le tue stesse parole, “di far si che riponiamo il nostro amore totalmente in Lui, e perché, noncuranti di questo mondo, fuggendo il peccato, ed abbracciando la virtù, possiamo dire con S. Paolo: Mihi vivere Christus est et mori lucrum - ed ancora - Cupio dissolvi et esse cum Cristo”.
Prego Dio, mia carissima, che conceda a me la grazia di ricordare e recitare ogni giorno la preghiera benefica che Egli ti ha ispirato, e a te, che l'hai scritta, di meditarla con devozione profonda. Perché se Dio vorrà concederci quello che in essa Gli chiediamo, avremo ottenuto tutto quello che c'è da desiderare. E perciò, carissima, quando la reciti, recitala anche per me; da parte mia farò lo stesso, affinché, così come Gli è piaciuto di concedere a me meschino la grazia di gioire in questa misera vita della tua compagnia, e a te della mia, voglia anche concederci di godere l'uno della compagnia dell'altra, e di quella dei nostri parenti, e degli amici, in eterno, nella gloriosa beatitudine del Paradiso, e, nell'attesa dell'eternità, di aiutarci vicendevolmente con i buoni consigli e le preghiere.
Mi scrivi: "Ma padre mio, io sono lontana, lontana quant'altri mai da questa perfezione; che il Signore mi conceda la grazia di emendare la mia vita, e di avere lo sguardo fisso alla mia fine, senza paura della morte, che per quelli che muoiono in Dio è la porta di quella beatitudine alla quale Dio, nella sua misericordia, vuole condurre tutti. Amen. Padre mio, sostieni la mia fragilità con le tue devote preghiere". Mia cara figlia, è il padre del cielo che può sostenere la fragilità tua fragile padre. E non dubitiamo che lo farà, se non mancheranno di invocarne l'aiuto.
Delle mie povere preghiere, per quello che possano valer, non dubitare mai: sono un vincolo a cui obbligato dalla carità di Cristo, dell’amore naturale, e dall’affetto filiale (funicolo triplici – come dice la Scrittura – difficile rumpitur) . Delle tue io sono certo.
 Che tu abbia Paura della tua fragilità, Margaret, non mi turba. Dio ci ha concesso la grazia  di disperare di noi stessi, perché tutte le nostre  speranze e le nostre forze siano riposte in Lui. Lo stesso beato apostolo S. Paolo scoprì in sé questa fragilità: per tre volte invocò Dio perché lo liberasse dalla tentazione in cui era caduto. Senza ottenere, però, quello che impetrava, perché, come dice lui stesso, Dio  nella sua alta sapienza, vedendo che era necessario purificarlo dell'orgoglio, non accolse subito la sua triplice invocazione d'aiuto, ma lasciò che fosse tormentato dal dolore e dalle tribolazioni, per indicargli poi, come conforto contro la paura di peccare Suffict tibi gratia mea. Dalle quali parole appare chiaro che la sua tentazione (di qualsiasi  natura questa fosse) dovette essere così forte, che egli aveva paura di ricadervi, tanto più che egli aveva sentiva scemare in sé la forza di resistenza. Rispondendogli “Sufficit gratia mea" Dio gli dava la sicurezza che, quantunque debole ed inerme, ed anche se prossimo a soccombere, la grazia divina gli sarebbe stata sufficiente a tenerlo su, e a non farlo vacillare. Nostro Signore disse ancora “Virtus in infirmitate proficitur”: più debole è l'uomo, maggiore è la forza che Dio gli concede. E perciò S. Paolo dice: "Omnia possum in eo qui me confortat".
Sicuramente, cara Meg, il tuo cuore non può essere più fragile di quello di tuo padre. Tuttavia ho fede che nella sua grande misericordia, Dio mi porgerà la sua mano santa, e non permetterà che io mi allontani dalla sua grazia. Ed ho fede che farà lo stesso con te. Tanto più che se rammentiamo i suoi benefici, di cui dobbiamo ringraziarlo, troveremo mille motivi per sperare, ad onta delle tante volte in cui lo abbiamo offeso. La Sua misericordia è così infinita che se solo la invocheremo con umiltà non ci abbandonerà mai. E tale è il conforto che mi provoca questo pensiero, che, mia carissima, nonostante io rifugga per natura dal dolore, al punto che basta un nonnulla per intimorirmi, tuttavia, in tutte le mie tribolazioni (non sono state né poche, né lievi già prima di essere rinchiuso qui: l'ansia con cui presagivo i pericoli e la morte dolorosa, e le notti insonni ed agitate, mentre mia moglie pensava che io dormissi), grazie alla misericordia di Dio, non sono mai stato intimamente tentato, pur di evitare il peggio, a fare cosa che secondo la mia coscienza (in quella degli altri non voglio certo interferire) potesse attirare su di me la collera di Dio. E questo, secondo me, è il minimo che si possa fare per la nostra salvezza, e si debba fare nel momento del pericolo: sondare la nostra coscienza seguendo il nostro giudizio ed i buoni consigli; assicurarsi che la nostra salvezza non contrasti con la nostra coscienza; riformarla, in caso contrario. Se poi la questione è tale che entrambe le scelte siano in armonia con la nostra salvezza, allora, da qualsiasi lato propenda la coscienza, si è salvi davanti a Dio. Che la mia coscienza sia in armonia con la mia salvezza, grazie al Signore, sono certo. Prego Dio di accogliere tutte le scelte nella sua beatitudine.
E tardi ora, figlia mia. Ti affido alla Santa Trinità, perché con lo Spirito Santo, sia di conforto a te, a tutti i tuoi, a mia moglie con tutti i figli, e a tutti gli amici.
Thomas More, Cavaliere.

Lettera scritta da Sir Thomas More ad un certo Leder, nobile figura di sacerdote, il 16 Gennaio dell’anno del Signore 1534, secondo il computo della Chiesa di Inghilterra, e ventiseiesimo anno del regno di re Enrico VIII.
AL SIGNOR LEDER1
Torre di Londra [Sabato, 16 Gennaio 1534/5] 
La storia messa in giro, di cui vi ringrazio, anche se vi augurate che sia vera è, grazie a Dio, una menzogna. Confido, anzi, che Dio nella sua infinita misericordia non permetterà mai che si avveri. Se fossi stato veramente ostinato, nessun rimprovero, né senso di vergogna, sarebbe valso a farmi confessare la verità. Poiché la fama del mondo non rientra tra le mie preoccupazioni,  e grazie a Dio quello che faccio non è dettato dall'ostinazione, ma dalla salvezza dell'anima mia. Relativamente al giuramento, difatti, non posso indurre la mia mente a pensare diversamente da quello che faccio.
Per quanto riguarda la coscienza degli altri, non sta a me giudicare; non ho mai consigliato chicchessia a prestare o a rifiutare il giuramento. Per quanto riguarda me, se mai dovessi per sventura prestare il giuramento (Dio non voglia), potete essere certo che mi sarà stato estorto con la violenza e la coercizione. Per quanto riguarda i beni di questo mondo, grazie a Dio non attribuisco ad essi valore maggiore della polvere. Voglio sperare che non mi si usi violenza, ma, se ciò avvenisse, che Dio nella sua misericordia, e le preghiere dei giusti, mi diano la forza di resistere. “Fidelis Deus”, dice S. Paolo, “qui non patitur vos tentari supra id quod potestis ferre, sed dat cum tentatione proventum ut possis sustinere”. Una cosa, difatti, è certa: se mai dovessi giurare, lo avrei fatto contro la mia coscienza, perché non potrò mai coartarla. Quella degli altri non è affare che mi riguardi.
Mi è stato riferito, anche, che di me si va dicendo che sono perfido ed ostinato, perché, da quando sono qui, non ho mai scritto al re per invocare la sua grazia. Ma, a dire il vero, se non l'ho fatto, non è stato per ostinazione, ma piuttosto per umiltà e riverenza. Finché difatti il re sarà convinto che agisco per ostinazione, e non perché così mi detta la coscienza, non c'è niente che io possa scrivergli senza temere di alimentare il suo risentimento nei miei riguardi. Ma che si tratti della mia coscienza, lo sa solo Dio; tutta la questione la rimetto a Lui, in cuius manu corda regum sunt. E che Lui possa far sì che si dimostrino sudditi fedeli del re quelli che hanno giurato, ma anche, come sono sicuro, quelli che si sono rifiutati di giurare. In fretta, Sabato 16 Gennaio, dalla mano del vostro devoto Thomas More, Cavaliere e prigioniero.
1) Di questo destinatario non si hanno notizie storiche


Lettera inviata da Sir Thomas More alla figlia Margaret Roper, il 2 o il 3 Maggio dell'anno del Signore 1535, ventisettesimo del regno di re Enrico VIII.
A MARGARET ROPER
 Torre di Londra [2 o 3 Maggio 1535] 
Il Signore ti benedica mia carissima figlia. La notizia dell'arrivo qui dei Consiglieri della corona, nello stesso momento in cui i padri certosini e Padre Reynolds di Sion1 venivano giudicati per i reati di alto tradimento (non conosco la questione, né le cause), ti avrà certamente messo in ansia e trepidazione per la mia sorte, tanto più che non è affatto improbabile che tu abbia sentito dire che anch'io sono stato convocato davanti ai Consiglieri. Ho ritenuto perciò necessario dirti lo stesso come stanno le cose, in modo che tu non alimenti oltre misura né la speranza, e con essa l'amarezza della delusione se le cose dovessero and né la tua angoscia.
In breve, dunque, devi sapere che venerdì, ultimo giorno di Aprile, è venuto nel pomeriggio il luogotenente ad annunciarmi che il segretario aveva intenzione di parlarmi. Dopo essermi rivestito, lo seguii nella galleria, dove trovai parecchie persone, alcune a me note, altre no. Di lì passammo nella stanza dove erano seduti Sua Signoria, l'avvocato, il procuratore il signor  Tregonell2. Mi invitarono sedere, ma rifiutai.
Il segretario mi disse che senz'altro avevo avuto già l'occasione di vedere, grazie agli amici che erano venuti a trovarmi, i nuovi Statuti che il Parlamento aveva  approvato nella sua ultima  seduta. Dissi che era così, ma che, poiché le conversazioni qui dentro non erano frequenti, non  avevo ritenuto utile dedicare tempo agli Statuti: li avevo, quindi, subito restituiti senza approfondirne la conoscenza; non ero, pertanto, in gradoni ricordarne il contenuto.
Allora mi fu chiesto se per caso non avessi letto almeno il primo statuto, quello, cioè, che riconosce il re capo supremo della Chiesa. Confermai. Allora il segretario dichiarò che, poiché era ora in forza di una legge del Parlamento che Sua Maestà ed i suoi successori erano stati, erano, e in eterno sarebbero stati sulla terra i capi supremi della Chiesa di  Inghilterra sotto Cristo,  era volontà del re che i Consiglieri lì radunati mi chiedessero quale fosse il mio pensiero ed intendimento.
Al che risposi che, sinceramente, non mi sarei mai aspettato che il re mi facesse pervenire quelle domande, visto che il mio Punto di vista lo avevo espresso parecchie volte, e già dall'inizio, sia al re che al segretario, e sia verbalmente che per iscritto. Che, in ogni caso, erano questioni che da tempo non mi interessavano più; che non era più mia intenzione ridiscutere di titoli di re, o di papi; che io ero, e sarei stato sempre, suddito fedele del re, e che pregavo ogni giorno per lui e per i suoi, per gli onorevoli Consiglieri, e per tutto il Reame, e che, oltre questo, non intendevo occuparmi d'altro.
Allora il segretario obiettò che, secondo lui, questa risposta non avrebbe soddisfatto il re il quale, anzi, avrebbe preteso argomentazioni più esaurienti. Aggiunse, poi, che Sua Maestà era principe non severo, ma buono e magnanimo, e capace di ripagare con misericordia anche la iattanza dei suoi sudditi, se questi si fossero mostrati, successivamente, umili ed arrendevoli. Nel caso mio, poi, sua Maestà sarebbe stato lieto di vedermi assumere l'atteggiamento mite atto a garantirmi di ritornare libero, come prima, tra gli uomini nel mondo.
Al che, seguendo quello che era ormai un mio intimo convincimento, replicai subito che il mondo non era più quello che mi interessava. Per il resto, e confermavo quanto già avevo detto, aggiunsi che avevo deciso dentro di me che non mi sarei occupato né preoccupato, di alcuna cosa di questo mondo, ma che i miei pensieri sarebbero stati rivolti alla passione di Cristo, e alla mia uscita da questo mondo.
Mi si chiese di aspettare fuori per un po', per esser poi fatto entrare di nuovo. Il segretario mi ricordò, allora, che sebbene prigioniero, e condannato al carcere perpetuo, non ero per questo sciolto dal vincolo di obbedienza e di fedeltà al re Sua Maestà. Mi chiese, perciò, se, secondo me, il re avesse il diritto di pretendere che anche nei miei riguardi fossero applicate le norme che valevano per tutti, ivi comprese quelle penali. Risposi che non pensavo il contrario. Al che egli aggiunse che, come il re sarebbe stato magnanimo nei riguardi di quanti si conformavano al suo volere, allo stesso modo avrebbe applicato le leggi nel riguardi degli irriducibili, e che l'atteggiamento da me assunto nell'intera questione, molto probabilmente, sarebbe stato di esempio per gli altri.
Al che obiettai che non avevo mai influenzato le decisioni di chicchessia, e che mai avevo dato consigli o suggerimenti sull'atteggiamento da tenere. Aggiunsi, inoltre, che non avevo nient'altro da aggiungere, qualsiasi punizione me ne fosse derivata. “Io sono, ribadii, un suddito fedele e devoto del re; ogni giorno prego per lui, per la sua famiglia, e per il Reame. Non faccio, non parlo, e non penso male di nessuno; anzi, auguro il bene a tutti. Se questo non mi è sufficiente a garantirmi la vita, sinceramente non desidero più vivere. Del resto, sto già morendo, e più di una volta, da quando sono rinchiuso qui dentro, ho pensato di essere sul punto di morire; grazie a Dio non ho mai avuto paura; ne ho avuto quando mi accorgevo che il dolore della morte era passato. Perciò il mio povero corpo è a disposizione del re; voglia Dio che dalla mia morte gliene derivi bene”.
Al che il segretario chiese: “Bene, se non avete niente da eccepire sul primo Statuto, avete forse qualcosa da eccepire sui successivi?”. Al che risposi: “Signore, anche se trovassi da ridire sul primo, o sugli altri statuti, non lo ammetterei mai, e non ne parlerei mai”. Al che il segretario commentò, molto urbanamente, che di tutto quello che avevo detto non c'era niente che avrebbe potuto avvantaggiarmi, o qualcosa del genere, non ricordo bene. E aggiunse che avrebbe mandato una relazione al re di cui avrei conosciuto la decisione.
Fui quindi riconsegnato al luogotenente, che era stato intanto richiamato, e da questi fui fatto  riaccompagnare nella mia cella, dove mi ritrovo come prima, né meglio, né peggio. Quello che succederà è ormai nelle mani di Dio che invoco perché conceda, al re, di operare secondo la Sua volontà, e a me di preoccuparmi solo della salvezza della mia anima. Di concedere, altresì, a te e a voi tutti: mia moglie, i miei figli, gli amici, la salute del corpo e dell'anima. Prego te e tutti voi di pregare per me, e di non preoccuparvi qualsiasi cosa dovesse succedere. Ho fede, difatti, che per la misericordia divina, quanto di male può esserci in questo mondo, sarà convertito in bene nell'altro mondo.
Tuo affezionatissimo padre, Thomas More, Cavaliere.
1)Si tratta dei padri Houghton, Webster e Lawrence, del convento certosino di Londra. Padre Reynolds apparteneva al monastero di Sion.
2) Thomas Bedyll e John Tregonell assistettero, a vario titolo, il re nella questione del divorzio e dell'Atto di supremazia


Altra lettera scritta da Thomas More alla figlia Margaret Roper, nell'anno del Signore 1535, ventisettesimo del regno dire Enrico VIII.
A MARGARET ROPER
Torre di Londra [3 Giugno 1535]
Il Signore benedica te e tutti i tuoi. Poiché, carissima figlia, è probabile che tu abbia sentito, o sentirai fra poco dire, che sono stato di nuovo convocato davanti al Consiglio qui riunitosi, ho ritenuto necessario informarti sullo stato attuale delle cose. A dire il vero, rispetto all'ultima volta, non è cambiato gran che, poiché, per quel che riesco a capire, l'unico obiettivo è quello di farmi pronunciare in un modo o nell'altro.
Convocatomi davanti al Consiglio (formato dall'Arcivescovo di Canterbury, dal Lord Cancelliere, dal Duca di Suffolk, dal Conte di Wiltshire), il segretario lesse, dalla relazione da lui inviata al re, quanto i Consiglieri mi avevano esposto, e il tenore delle mie risposte nell'ultima seduta. A dire il vero, la relazione del segretario era molto circostanziata e veritiera, tanto che gliene diedi atto e lo ringraziai di cuore. Al che egli aggiunse che il re non era soddisfatto, né tanto meno contento, delle mie risposte, anzi, aveva espresso la preoccupazione che il mio comportamento avrebbe potuto alimentare un pericoloso sentimento di scontento nel Regno; che mi ero mostrato ostinato e sleale nel suoi riguardi, laddove il mio dovere di suddito era proprio di rispondere, nel modo più chiaro e inequivocabile (il Consiglio era stato mandato apposta.per costringermi a farlo) se ritenessi o meno lo statuto legittimo, e se, inoltre, fossi pronto a riconoscere la legittimità del fatto che Sua Maestà si dichiarasse Capo supremo della Chiesa d'Inghilterra; nel caso contrario, che riconoscessi apertamente la mia nequizia.
Risposi che, non riconoscendomi maligno, non potevo ammettere di esserlo. Per quanto atteneva la questione centrale, poi, non potevo che confermare quanto già dichiarato, e che il segretario aveva provveduto del resto a verbalizzare. Mi rammaricava, pero, l'opinione che di me si era fatta il re. Nel caso qualcuno gli avesse riferito su di me cose non veritiere, mi addolorava che potesse avervi prestato credito sia pure per un giorno solo. Ma, del resto, ero anche sicuro che qualcun altro, l'indomani stesso, avrebbe fatto conoscere a Sua Grazia la mia buona fede, e che una tale eventualità era per me motivo di conforto. Ma che, se il re avesse persistito nel cattivo concetto che si era fatto di me, non mi restava che la consolazione della certezza che, un giorno, sarà Dio a dichiarare la mia innocenza davanti a Sua Maestà e a tutto il mondo. E che se anche questa dovesse apparire magra consolazione, per i grandi danni che, nel frattempo, io avrei subito, grazie a Dio la lindezza della mia coscienza mi permetteva, nella vicenda, di assumere un atteggiamento tale che le pene non avrebbero potuto recarmi offesa: in casi come questi si può lasciare la testa sul patibolo, e restare tuttavia integri.
Ero sicuro, difatti, di non nutrire pravi sentimenti; anzi, sin dall'inizio avevo ispirato la mia condotta in modo da cercare la risposta prima in Dio, e poi nel re; che era, del resto, la lezione  impartitami dal re in persona quando ero stato chiamato al suo servizio, e lezione più alta mai principe aveva impartito ad un suo suddito. Certo, che sua Maestà avesse tale cattiva opinione su di me, mi addolorava; ma, come avevo già detto, non potevo farci niente, se non consolarmi nell'attesa del giorno glorioso in cui si  conoscerà la mia sincerità nei suoi riguardi. Che, infine, sulla questione non avevo altro da dire.
 Mi fu obiettato, allora, da parte del Lord Cancelliere e del segretario, che il re avrebbe potuto, in forza delle leggi vigenti, costringermi a pronunciarmi in un senso o nell'altro. Al che risposi che non era mia intenzione mettere in discussione l'autorità del re, né quello che il re avrebbe avuto il diritto di fare in tali circostanze, anche se riconoscevo che la questione non era affatto semplice. Poiché, se la mia coscienza mi ingiungeva di contestare la legittimità dello Statuto (sul che non mi pronunciavo), nel momento in cui non avessi detto o fatto alcunché contro lo statuto, sarebbe stato difficile costringermi a pronunciarmi a favore dello stesso, ma contro la mia coscienza e dannando la mia anima; o, viceversa, a pronunciarmi contro lo statuto, e condannandomi da solo a morte.
Al che il segretario ricordò, e lodò, i meriti che mi ero guadagnato quando, nella veste di Cancelliere, avevo giudicato eretici, ladri e malfattori. Ricordò pure, però, che quando si trattava di eretici, io e i vescovi chiedevamo agli imputati se ritenevano il Papa capo della Chiesa, domanda alla quale pretendevamo che rispondessero in modo inequivocabile. Perché, dunque, il re non avrebbe dovuto, visto che una legge lo riconosceva capo della Chiesa, imporre ora l'obbligo della risposta precisa che allora si pretendeva a proposito del Papa?
Risposi che non era certo mia intenzione prendere partito, in un senso, o nell'altro; ma che, secondo me, c'era una sostanziale differenza tra i due casi: a quel tempo, il potere del Papa era riconosciuto universalmente in tutta la Cristianità, laddove oggi quello che era contestato in questo regno veniva accettato in altri. Al che il segretario obiettò che, come allora si bruciava chi negava quello, così oggi si impiccava chi negava questo; perciò, c'era un motivo altrettanto valido per pretendere una risposta precisa, in un senso, o nell'altro. Gli feci notare, allora, che una cosa era chiedere alla propria coscienza di conformarsi ad una legge nazionale contrastante, in materia di fede, con quella sovranazionale della Chiesa universale; altra cosa, conformarsi alla legge universale, anche se questa, in qualche nazione, potesse essere contraddetta da una legge particolare. La ragionevolezza o irragionevolezza del costringere un uomo ad una scelta precisa, perciò, non veniva determinata dal fatto che la morte fosse comminata mediante mannaia, o mediante il rogo: coinvolgere o no la coscienza, aveva come esito finale l'alternativa tra la decapitazione e la dannazione eterna.
Le obiezioni che il segretario ed il Cancelliere sollevarono al riguardo, furono tante che sarebbe impossibile voler qui riassumere. In conclusione, mi proposero di sottoscrivere un giuramento, col quale avrei dovuto impegnarmi a rispondere con sincerità a domande che, formulatemi in nome del re, riguardavano proprio la persona del re.
Ribadii allora la mia decisione che, finché fossi vissuto, non avrei mai prestato giuramento di sorta. E così ricominciarono ad accusarmi di essere ostinato, giacché, essi dicevano, a prestare quel giuramento erano tutti, nella Camera Stellata, e altrove. Dissi che lo sapevo, ma che ero abbastanza lungimirante da prevedere il tipo di domande che mi sarebbero state rivolte, e che, perciò, era meglio che io mi rifiutassi fin dall'inizio.
Il Lord Cancelliere mi disse che avevo indovinato, ma che era meglio che io dessi un'occhiata a quelle domande, che mi furono perciò esibite. Erano solo due: la prima chiedeva se avessi visto lo Statuto; la seconda, se lo ritenessi legittimo o meno. Avendo rifiutato di giurare, mi limitai ad osservare che, alla prima, avevo già risposto in precedenza; alla seconda, non avevo intenzione di rispondere. Il che pose fine all'interrogatorio e fui congedato.
Nell'interrogatorio precedente, si erano meravigliati tanto del fatto che io facessi appello alla mia coscienza, visto che, nel migliore dei casi, non sapevo con esattezza cosa essa mi dettasse. Al che avevo obiettato che ero sicurissimo che la mia coscienza, alla cui voce avevo per lunghissima consuetudine sempre dato ascolto, in quel caso specifico era in sintonia perfetta con la salvezza della mia anima. Che non interferivo nella coscienza di quelli che la pensavano diversamente; ognuno, difatti, suo domino stat et cadit. Non mi ergevo a giudice di nessuno. Mi era stato chiesto, ancora, perché non dichiarassi senza mezzi termini di essere contro lo Statuto, visto che, stando alle mie parole, vivere o morire era per me la stessa cosa. Ad onta dei miei discorsi, difatti, era per loro evidente che io non fossi contento di morire. Risposi che, in verità, non ritenevo di essere uomo così audace da votarsi alla morte: temevo che Dio avrebbe punito la mia presunzione, e perciò non mi facevo avanti, ma indietreggiavo. Ma che se fosse stato Dio a chiamarmi a Lui, avevo fede che nella sua infinita misericordia mi avrebbe concesso la grazia e la forza necessarie.
In conclusione, il segretario mi disse che, rispetto alla volta precedente, era rimasto più amareggiato, perché allora aveva avuto compassione di me, ed ora era convinto che le mie ragioni non mi fossero chiare. Che lo siano, lo sappiamo solo Dio ed io, e Lo prego di non abbandonarmi.
Prego te, e tutti i miei amici, di non rattristarvi, qualsiasi cosa mi dovesse succedere, e di non preoccuparvi per me, ma di pregare per me, come lo farò per voi tutti.
Tuo affezionatissimo padre, Thomas More, Cavaliere.


Poco prima di essere giudicato e condannato (era l'anno del Signore 1535, ventisettesimo del regno di Enrico VIII), Sir Thomas More, che nella rigorosa segregazione della Torre non disponeva di penna ed inchiostro, scrisse col carbone al signor Antonio Bonvisi (mercante di Lucca, che allora viveva a Londra) suo vecchio amico, la lettera che qui si trascrive.
AD ANTONIO BONVISI
Torre di Londra [1535]
Salute di cuore a te mio buon Bonvisi, tra tutti i miei amici a me il più caro. Poiché il pensiero mi dice (forse a torto, ma è così) che l'occasione di scriverti non mi si ripresenterà, ho deciso, finché mi è possibile, di manifestarti, sia pure con questa breve lettera, quanto mi sia di conforto la gioia della tua amicizia, specialmente nel momento delle mie disgrazie.
E vero, mio stimatissimo amico, che la gioia del tuo affetto è stata per me sempre una costante; tuttavia, a pensarci su, nei circa quarant'anni in cui, mentre tu mi accoglievi in casa tua come uno di famiglia, anziché ospite, io davo di me l'immagine dell'amante ingrato, più che dell'amico pronto a ricambiare, la mia naturale timidezza ha fatto sì che la soave dolcezza che pur mi derivava dalla tua amicizia, fosse in un certo senso guastata dalla impacciata esitazione con cui assolvevo al miei doveri nei tuoi riguardi. Mi conforta, però, pensare che non ho avuto mai la possibilità di compiacerti, e che la tua posizione economica era tale che c'era ben poco che lo potessi fare per esserti utile. Certo, quindi, di non esserti stato ingrato per negligenza, ma perché non ne ho avuto mai l'occasione; e vedendo che tu, invece, disinteressatamente mi ti leghi sempre più; anzi, con una dedizione instancabile, sconosciuta anche a quelli che onorano gli amici più fortunati, mi ami, mi favorisci, mi onori, e proprio quando io sono travolto, afflitto, umiliato, e condannato al carcere; non solo mi purifico dell'amarezza causata dal mio naturale riserbo, ma mi abbandono alla dolcezza della tua meravigliosa amicizia.
Tanto più che l'indefettibilità dell'amicizia che ti lega a me, in un certo senso, sembra far da contrappeso al mio disgraziato naufragio; anzi, se escludo il dispiacere del mio principe, da me nondimeno amato e temuto, per quanto riguarda le altre cose la tua amicizia e più che un contrappeso, perché le altre cose possono esser considerate disgrazie della vita. Ma se dovessi considerare il bene di un'amicizia così costante (che le tempeste più che indebolire hanno rafforzato) come un dono effimero della fortuna, sarei solo un pazzo. Perché la gioia di un'amicizia che si preserva pura e costante, anche se in mezzo alle tempeste della fortuna (fenomeno rarissimo), è senza dubbio un dono preziosissimo che ci deriva dalla benignità di Dio. E difatti, almeno per quanto mi riguarda, non posso che essere certo che è stata l'infinita misericordia di Dio ad aver predisposto da tempo che fosse un uomo come te, amico carissimo, a consolare, a mitigare ed attenuare gran parte dei dolori e delle tribolazioni che l'avversa fortuna mi ha rovesciato addosso. È perciò di vero cuore, mio carissimo amico e tra i mortali a me il più caro, che ringrazio l'Onnipotente perché ha voluto provvedere a me con te, facendo sì che io contraessi con te un debito per me impossibile da estinguere, e perché fosse Lui, quindi, a ricompensare la generosità di cui mi inondi ogni giorno. Lo prego inoltre che ci porti via da questo mondo misero e tempestoso, nella Sua quiete, dove non avremo bisogno di lettere, dove non ci saranno mura a separarci, dove non ci sarà secondino ad impedirci di conversare; ma dove potremo godere la gioia eterna di Dio padre, del Suo unico figlio Gesù Cristo il Redentore, e del loro Spirito, lo Spirito Santo che procede da entrambi. Nell'attesa, carissimo Bonvisi, Dio Onnipotente conceda a te e a me, e a tutti i mortali, di rinunciare alle ricchezze di questo mondo, alla sua gloria, e al piacere di questa vita, per l'amore ed il desiderio di quella gioia eterna. Perciò, o fra tutti i miei amici il più caro, tu, pupilla dei miei occhi (come usavo chiamarti), addio. Che Gesù Cristo dia salute e prosperità a te, e a tutta la tua famiglia che mi vuole bene come me ne vuoi tu.
Thomas More.
PS: è inutile che aggiunga «tuo »perché di questo sei sicuro, avendomi fatto tuo con le tante tue attenzioni. Né, ora, sono tale che mi possa importare di chi io sia.


Sir Thomas More fu decapitato a Tower Hill, Londra, il martedì 6 Luglio dell'anno del Signore 1535, ventisettesimo del regno di re Enrico VIII. Il giorno prima, lunedì 5 Luglio, scrisse a sua figlia signora Roper la seguente lettera, che fu anche la sua ultima. 
A MARGARET ROPER
Torre di Londra [5 Luglio 1535] 
Il Signore benedica te, cara figlia, il tuo buon marito, il tuo figlioletto, e tutti i miei figli, figliocci, ed amici. Ricordami, se puoi, alla mia cara figlia Cecily, che Iddio le sia di conforto. A lei e a tutti i suoi figli possa giungere la mia benedizione. Che preghi per me come io prego per lei. Le invio un fazzoletto, e che Dio possa  essere di conforto a suo marito,  il mio caro figlio. La mia cara figlia Daunce ha il ritratto su pergamena che mi facesti avere tramite la signora Coniars1. Sul retro c'è il nome. Dille che glielo restituisco tramite te, perché si ricordi di me nelle sue preghiere.
Ho sempre portato molto affetto a Doris Coly2. Ti prego di esser buona con lei. Vorrei sapere se è a lei che ti riferisci nel tuo scritto. Nel caso contrario, sii vicina anche all'altra nel suo dolore, e alla mia brava figlia Joan Aleyne3. Ti prego di essere gentile con lei, perché mi ha chiesto proprio lei di chiedertelo.
Lo so che ti rattristo molto, mia cara Meg, ma mi dispiacerebbe se succedesse oltre domani, perché è la vigilia di S. Tommaso, e ottava di S. Pietro: non potrebbe esserci giorno migliore a farmi ricongiungere con Dio.
Non ho mai apprezzato tanto i tuoi sentimenti nei miei riguardi, come quando mi baciasti l'ultima volta. E bello quando l'amore filiale e lo spirito di carità si sottraggono alle convenzioni del mondo.
Addio, piccola mia, e prega per me come io farò per te e per tutti i tuoi amici. Che possiamo ritrovarci tutti in Paradiso. Ti ringrazio di tutto quello che hai fatto per me.
Alla mia cara figlia Clement4 mando il suo abbaco, e a lei e al mio caro figlio, e a tutti i suoi, la benedizione mia e di Dio.
Quando lo riterrai opportuno, ricordami, ti prego, al mio caro figlio John More. Mi è sempre piaciuta la sua spontaneità. Il Signore benedica lui, sua moglie, la mia cara figlia, con la quale gli chiedo di essere sempre buono, perché ne ha ben donde. Se le mie terre verranno a lui, rispetti la mia volontà per quanto riguarda la sorella Daunce. Il Signore benedica Thomas ed Austen5 e tutto ciò che avranno. 
1) Cameriera di Margaret
2) Altra cameriera di Margaret.
3) Era un’altra domestica di casa More, ma allevata come una figlia.
4) Figlia adottiva di More
5) Nipotini di More

Fonte: www.sfisalerno.it ...»

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