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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco,
pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione,
pro nationum concordia,
pro principibus christianis,
pro tranquilitate populorum,
ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

☩ UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Biografia di San Tommaso Moro (St Thomas Moore)

Tommaso, unico figlio superstite di sir Giovanni Moro, avvocato di Cheapside (Londra), fu in tutto e per tutto un vero londinese: frequentò le scuole in Treadneedle Street e a tredici anni si trasferì nella casa dell’arcivescovo Merton, che era sia il primate di Canterbury che Lord Cancelliere d’Inghilterra. L’arcivescovo era divenuto molto impopolare per la raccolta di contributi a favore di re Enrico VII: fu l’ideatore di un sistema fiscale quanto mai duro: la cosiddetta “forca di Morton“. Aveva al suo servizio un gran numero di persone. Tommaso Moro era «un ragazzo lieto» e l’arcivescovo si legò molto a lui profetizzando che sarebbe divenuto «un uomo meraviglioso». All’età di quattordici anni Tommaso Moro si trasferì al Canterbury’ Hall di Oxford, più tardi assorbito dal Christ Church; il padre, che gli forniva una retta assai misera, disapprovava il suo amore entusiastico per lo studio del greco e delle idee umanistiche, e lo ritirò dal collegio due anni dopo avviandolo agli studi giuridici a Londra, forse pensando che l’aridità di quelle materie avrebbe avuto un’influenza stabilizzante.

Le nuove idee però circolavano anche nella capitale. Tommaso Moro divenne professore di diritto e acquistò grande fama nel movimento umanista; tenne un corso sul De Civitate Bei di S. Agostino nella chiesa di S. Lawrence Jewry Colet, decano di S. Paolo, era il suo direttore spirituale, Lincrace il suo medico. Nel 1497 incontrò Erasmo: insieme discussero di teologia, lessero testi greci, tentarono di conciliarela tradizione e l’insegnamento della Chiesa con le nuove scoperte della scuola classica. Erasmo era un monaco allergico al chiostro, mentre Tommaso Moro  era un laico attratto dalla vita monastica e per qualche tempo visse in prossimità della certosa partecipando quotidianamente alla vita spirituale dei certosini, portando il cilicio e concedendosi solo quattro o cinque ore di sonno per notte.

Il padre, però, insisteva perché si sposasse e intraprendesse una carriera secolare. Finì per sposare Jane Colet di Netherhall nell’Essex; secondo William Roper, Moro era attratto dalla sorella più giovane, ma pensò che sarebbe stata «una grande pena e anche un po’ disdicevole » se la maggiore non si fosse accasata. Questo suo atteggiamento ci fa capire quanto fosse uomo di animo gentile e di grande sensibilità ma anche caratterizzato da un atteggiamento alquanto disincantato nei confronti del matrimonio.

Jane morì pochissimi anni dopo le nozze lasciandolo con quattro bambini, ma nel giro di un mese egli si risposò. La sua seconda moglie. Alice Middleton, donna schietta, senza educazione e di sette anni più anziana di lui, fu una madre per i suoi figli e un’ottima donna di casa; pure questa fu una scelta molto concreta, anche se ciò non implicava che ritenesse le donne incapaci di coltivare gli studi. Educò personalmente le figlie e il figlio maschio perché era «cosa ragionevole, consigliata dalla prudenza e da santi dei tempi antichi, come Girolamo e Agostino». La sua casa divenne un centro di studio, ospitalità e preghiera; Linacre, Colet e Giovanni Fisher erano tra i frequentatori più assidui, ed Erasmo vi prese dimora; spesso invitava i suoi vicini più poveri a colazione, raramente lo faceva con ricchi e nobili. Tutta la famiglia, compresa la servitù, si riuniva quotidianamente per la preghiera, e durante il pranzo uno dei figli leggeva le Scritture; nella casa c’era una cappella econtinuò il servizio all’altare anche quando divenne Lord Cancelliere; dormiva sul pavimento e per guanciale usava un pezzo di legno; trascorreva tutti i venerdì in preghiera.

Nel frattempo saliva i gradini della pubblica amministrazione: con l’ascesa al trono di Enrico VIII fu nominato docente al Lincoln’s Inn, poi sotto-sceriffo di Londra, creato cavaliere e messo a capo di vari uffici pubblici. Non aveva mai tempo sufficiente per studiare e scrivere, e così nel 1515, quando aveva trentacinque anni, fu concesso un periodo sabbatico a quest’uomo attivo e occupatissimo: il cardinal Wolsey lo inviò con una delegazione commerciale, nelle Fiandre; i negoziati fallirono ed egli alloggiò per sei mesi nella casa del suo amico, l’umanista Peter Gilles, segretario comunale di Anversa. Fu qui che scrisse la seconda parte di Utopia, dove veniva descritto uno stato ideale.

Utopia è stata variamente interpretata: una difesa del cattolicesimo; un saggio sul “socialismo“; una difesa della borghesia mentre il feudalismo medievale andava frantumandosi, e così via. Il libro, scritto in latino, è pieno di giochi di parole, burle e immagini letterarie ricercate che spesso hanno sfidato i sobri analisti del XX secolo. Come la Repubblica di Platone è una fantasia sociale: nel sistema sociale di Utopia non c’è denaro, né proprietà privata, né vita famigliare e neppure una vita privata personale; la gente vive comunitariamente condividendo; anche i lavori più umili. Tutto ciò fa pensare a una vita monastica, ma in questo stato ideale vigono la tolleranza religiosa e la democrazia, cose sconosciute nell'Inghilterra del XVI secolo; nessuno soffre la fame; divorziare (una volta sola) è possibile; ci sono le donne prete; l’eutanasia è permessa. In quel periodo Tommaso Moro, libero dai molti impegni domestici, pubblici e sociali, diede libero sfogo alla sua mente speculativa, formulando ipotesi incredibili per stimolare la discussione; aveva molto imparato in fatto di paradossi, umorismo ed epigrammi, dai suoi studi classici e poté dare libero corso alla sua immaginazione.

La seconda parte dell’opera è uno scherzo colto, ma egli era invece certamente serio quando tornò a Londra e scrisse l’introduzione alla prima parte, contenente scottanti critiche sociali allo stato della legge criminale (riguardo alla quale aveva un grande progetto) e ai pericoli di un movimento circoscritto. Il libro fu subito accolto dai suoi amici colti come il maggior contributo al movimento umanista cristiano. «Quel grande esperto nell’arte del governo, sua Maestà Invincibile, re Enrico VIII d’Inghilterra», come Tommaso Moro lo chiamò nell’Utopia, quasi certamente si rallegrò di quest’appellativo; il re era ancora molto giovane e incolto; Tommaso Moro ne divenne buon amico e il sovrano, insieme al cardinal Wolsey, voleva nominarlo presidente di Corte d’Appello. La sua carriera procedette speditamente fino al 1529, quando divenne cancelliere d’Inghilterra: in quegli anni esercitò l’attività di magistrato, prima come consigliere e poi come giudice, con grande integrità ed equità.

Era considerevolmente tollerante verso gli eretici, dicendo che a tutti quelli con cui aveva avuto a che fare «aveva comminato tante frustate o battute, quante un buffetto sulla fronte». Dedicava la maggior parte del suo tempo libero nel confutare il protestantesimo, opponendosi in particolare a Guglielmo Tyndale; inoltre si oppose fortemente alla traduzione della bibbia in volgare e scrisse la sua opera in latino affinché gli illetterati non subissero danni nel leggere ciò che non capivano.

Quando Enrico VIII pretese di essere riconosciuto dal clero come “Protettore e Capo Supremo della Chiesa” (con l’aggiunta, del vescovo Fisher «per quanto lo permetta la legge di Cristo»), Tommaso Moro avrebbe voluto dimettersi dal suo incarico, ma fu persuaso a recedere, anche nella speranza di riuscire a moderare il sovrano, che però oltrepassò: ogni limite. Il Lord Cancelliere difese la validità del matrimonio di Enrico con Caterina d’Aragona, mantenendo però un atteggiamento cauto: esponendola vicenda in Parlamento nel marzo 1531, tacque alla richiesta di esprimere il suo punto di vista. Con il trascorrere del tempo fu obbligato a opporsi ai desideri del  re di sposarsi con Anna Bolena. Il sovrano, adirato, accettò allora le sue dimissioni. Tommaso Moro era rimasto Lord Cancelliere per poco meno  di tre anni.

La perdita dello stipendio ridusse lui e la famiglia in povertà. Per diciotto mesi visse assai ritirato, rifiutandosi di assistere all’incoronazione di Anna Bolena. Tentarono di coinvolgere anche lui, come il Fisher, nella vicenda della “fanciulla del Kent”, ma essendo avvocato conosceva quali margini la legge gli concedesse o fin dove potesse spingersi nell’opposizione ai desideri del sovrano. Come Fisher fu convocato a Lambeth, il 13 aprile 1534, perché prestasse giuramento all’Atto di Successione; rifiutò senza però dare motivazioni pubbliche, pensando che questo gli garantisse la sopravvivenza e non fornisse la possibilità ai suoi detrattori di accusarlo di tradimento. Fu relegato nell’abbazia di Westminster, e al secondo diniego traferito nella Torre di Londra. Durante i quindici mesi che trascorse in cattività due cose emersero chiaramente: la sua quieta serenità nonostante l’ingiusta prigionia e il suo amore per la figlia maggiore Margaret, come è attestato dalle sue lettere alla figlia e dai loro colloqui, messi per iscritto dal marito di lei, William Roper.

Gli sforzi dei familiari per indurlo a trovare un accordo con il sovrano furono infruttuosi: non che egli non volesse l’accordo ma in coscienza non poteva accettarlo, anche quando la sua famiglia era in tali ristrettezze che la moglie Alice fu costretta a vendere gli abiti per poter comprare lo stretto necessario. In tribunale così si rivolse ai giurati: «Dovete capire che per le cose che attengono a problemi di coscienza, ogni persona vera e buona è legata al rispetto della sua coscienza e della sua anima più di ogni altra cosa intorno».

Il processo fu celebrato l’1 luglio 1535 a Westminster Hall: Tommaso Moro continuò nella sua scelta di tacere e non disse perché non prestava il giuramento; fu condannato a morte in base a prove false e allora prese la parola negando che «un signore temporale potesse o dovesse essere capo spirituale». Egli terminò la sua arringa inmodo caratteristico affermando che S. Paolo era stato tra i persecutori di S. Stefano «e ora ambedue sono nella gloria dei santi in paradiso e la loro amicizia continuerà per sempre; così io credo veramente, e per questo pregherò di cuore, che sebbene le vostre eccellenze siano state in terra giudici della mia condanna, potremo nell’aldilà, in paradiso, tutti incontrarci per la nostra salvezza eterna».

Quattro giorni dopo fu avvisato che era giunto il momento dell’esecuzione: indossò i suoi abiti più eleganti, si diresse con calma sulla collina della Torre, rivolgendosi a varie persone lungo il cammino e salendo il patibolo scherzando con l’ufficiale incaricato dell’esecuzione. Si rivolse alla folla chiedendo che pregassero per lui e che moriva, per la Santa Chiesa cattolica, «moriva un fedele servo del sovrano, ma prima di tutto un fedele servo di Cristo».

Recitò il Miserere, cercò di confortare il suo carnefice, si bendò da sé gli occhi prima di essere decapitato; aveva cinquantasette anni. Il suo corpo fu tumulato in qualche parte della chiesa di S. Pietro in Vincoli, all’interno della Torre. Dopo la decapitazione, per ordine regio, il suo capo fu esposto su un palo sul Ponte di Londra; la figlia Margaret riuscì a farselo dare, dietro compenso al guardiano, e probabilmente lo pose nella cripta famigliare dei Roper nella chiesa di S. Dunstan, fuori dalla porta occidentale di Canterbury. La sua intima coerenza non è stata dimenticata; su di lui sono stati i scritti molti libri e recentemente anche un dramma teatrale, da cui fu tratto un film :  “Un uomo per tutte le stagioni”,che riporta dialoghi tratti dalla Vita di William Roper e la trascrizione del processo. Fu dall’inizio alla fine un uomo santo, vivendo nello spirito di questa sua preghiera:

Dammi, o buon Signore, un ardente desiderio di unirmi a Te, non per sottrarmi alle sofferenze di questo misero mondo, neppure per sfuggire alle pene dell’inferno, ne per raggiungere le gioie del paradiso, solo a mio personale vantaggio, ma per autentico amore per Te.

Tommaso Moro fu canonizzato con Giovanni Fisher nel 1935; i due santi sono festeggiati insieme in tutta l’Inghilterra e il Galles. Già dai tempi di Hans Holbein (1497-1543), contemporaneo di Tommaso Moro e suo ritrattista in vita, il santo fu visto come un soggetto interessante e nelle fattezze del suo volto intravidero gli indizi di un carattere complesso e attraente; famosi ritratti sono nella Royal Collection nel castello di Windsor, nella National Portrait Gallery di Londra, nella Frick Collection di New York, in altri musei o pinacoteche ma anche in molte collezioni private.

Fonte: blog.studenti.it

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