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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco, pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione, pro nationum concordia, pro principibus christianis, pro tranquilitate populorum, ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Abbazia di Vallombrosa

La Comunità dei Monaci Vallombrosani
E' un ramo dell'ordine benedettino che ebbe origine e prese nome da Vallombrosa, luogo montano ad una trentina di chilometri da Firenze, dove il fondatore, san Giovanni Gualberto, si ritirò intorno al 1036 con alcuni compagni per vivere con rinnovato ardore l'originario spirito della regola di san Benedetto, dedicandosi alla preghiera, al lavoro, all'accoglienza dei pellegrini.
Alla scelta di un'austera vita monastica, Giovanni Gualberto fu indotto da un evento miracoloso: raccolto in preghiera nella chiesa di San Miniato al Monte dinanzi al Crocifisso, dopo che aveva coraggiosamente perdonato l'uccisore del fratello, egli vide il Cristo piegare la testa in segno di approvazione.
Presto alla riforma monastica di Vallombrosa si unirono altri monasteri in Toscana e fuori, sotto la guida carismatica del Gualberto formando la Congregazione Vallombrosana riconosciuta ufficialmente dal Papa Urbano II nel 1090.

La storia
La storia della comunità benedettina che è vissuta e continua a vivere in questo monastero dal 1036 ad oggi può essere suddivisa in 4 grandi periodi: dalla fondazione (1036) al 1300 circa; dal 1300 al 1500 circa; dal 1500 al 1800; dal 1800 al 1960.

Dalla fondazione (1036) al 1300 circa.
È l’epoca del fervore degli inizi e dell’impulso dato dal fondatore. L’unione fraterna nelle singole comunità e fra i monasteri - il cosiddetto vinculum caritatis et consuetudinis - sotto la guida dell’abate maggiore trovò espressione soprattutto nell'annuale raduno a Vallombrosa dei superiori, nello scambio di persone e cose favorendo consuetudini comuni come segno di affinità e collaborazione. È l’epoca d’oro della storia di Vallombrosa e dell’espansione della congregazione sia nel centro e nord Italia che in Sardegna. Sappiamo che nel 1160 i monaci di Vallombrosa erano presenti in 57 monasteri con le loro dipendenze.

Dal 1300 al 1500 circa.
È l’epoca della "commenda", che consisteva nel conferimento del titolo di abate (superiore) di un monastero a un estraneo da parte della Sede apostolica. L’abate commendatario solitamente lontano era comunque interessato non alla vita interna della comunità, ma all'amministrazione dei suoi beni temporali di cui beneficiava in gran parte. Fu senza dubbio un periodo di decadenza sia per le comunità che per la congregazione, benché il monastero di Vallombrosa non sia mai stato concesso in commenda.

Dal 1500 al 1800.
È un periodo meno uniforme, inizialmente si assiste ad una ripresa spirituale, dovuta all'influsso esercitato dal Concilio di Trento (1545-1563), Vallombrosa torna ad essere un centro di spiritualità e di cultura, come attesta fra gli altri, s. Carlo Borromeo che vi giunse nel 1575. Vi fu pure un grande sviluppo economico che ha lasciato la sua traccia profonda nella grandiosità dell’attuale complesso abbaziale.
Con l’illuminismo fu accentuato l’inserimento dei monaci nelle attività culturali e scientifiche. Fa parte della tradizione monastica che i monaci non siano estranei al sociale; così i monaci vallombrosani si dedicarono ad attività varie a beneficio della società: agricoltura in pianura, selvicoltura in montagna, costruzione e gestione di ospedali e di luoghi di accoglienza per i pellegrini.
Già dal 1300 l’abate Michele Flammini aveva dettato alcune norme per una selvicoltura razionale. Dalla metà del secolo XVII fino agli inizi del XIX si andrà formando una scuola di scienze botaniche e forestali.
Ricordiamo almeno i più noti botanici e selvicoltori: V. Fallugi (+ 1707), B. Biagi (+1735), B. Tozzi (+ 1743), G.F. Maratti (+1777), F. Vittman (+1806).
Allo sviluppo culturale della comunità contribuì lo scriptorium dell’abbazia, dove fin dal secolo XI venivano trascritti i libri liturgici, testi patristici, agiografici e classici. Questo patrimonio è oggi custodito in varie biblioteche italiane e straniere. Nella seconda metà del 1700 fu pure aperto a Vallombrosa un collegio per l’educazione dei giovani.
Particolare menzione va fatta pure per l’Eremo delle Celle, meglio conosciuto come "Paradisino", che domina l’abbazia, dove hanno condotto vita eremitica alcuni monaci fino alla metà del secolo scorso. In quest’eremo, dal 1743 al 1771, portò alla perfezione l’arte della scagliola il monaco Enrico Hugford, che lasciò un pregevole patrimonio artistico, iniziando una scuola che ha nel fiorentino Lamberto Gori il più valido rappresentante.

Dal 1800 al 1960.
È l’epoca delle soppressioni attuate dalle autorità statali.
Il 10 ottobre 1810 per la prima volta i monaci furono costretti ad abbandonare l’abbazia. Vi rientrarono il 16 gennaio 1818 con 15 sacerdoti e 16 fratelli.
Nel 1866, anno dell’applicazione in Toscana delle leggi italiane riguardanti la soppressione degli istituti religiosi, ai monaci fu tolta nuovamente l’abbazia che il 15 agosto 1869 divenne sede del primo Istituto Forestale d’Italia, al quale veniva affidata la prosecuzione di un lavoro svolto da più secoli dai monaci.
La comunità monastica tuttavia non si estinse, ma continuò a vivere a Pescia (Pistoia) fino al suo ritorno a Vallombrosa, avvenuto nel 1949 e reso possibile dalla cessione di una parte del monastero. Era rimasto comunque in sede un esiguo numero di monaci per il servizio liturgico della chiesa abbaziale, che il 29 agosto 1906 venne eretta a parrocchia da mons. David Camilli, vescovo di Fiesole. L’intero edificio dell’abbazia è stato poi concesso in affitto ai monaci dal marzo 1961.
Nel 1957, ad opera delle autorità competenti ha avuto inizio la complessa opera di restauro dell’abbazia, dichiarata monumento nazionale nel 1951.

La Basilica di S. Maria Assunta situata nel complesso abbaziale
- Le opere d'arte nella chiesa
- La cappella di s. Paolo
- La cappella Mater Amabilis
- La cappella di s. Giovanni Gualberto
- Il coro
Per brevità e chiarezza distinguiamo quattro periodi della storia di questo edificio: la prima costruzione risale ai tempi della fondazione. Si trattava allora di un modesto oratorio in legno con il solo altare in pietra, consacrato nel 1038. La costruzione in pietra si protrasse per 20 anni, dal 1038 al 9 luglio 1058, data della consacrazione.
Dato lo sviluppo numerico della comunità, tra il 1224 e il 1230, si procedette ad una nuova costruzione.
La chiesa, come si presenta oggi, è fondamentalmente quella del 1230. È caratterizzata da una navata unica molto allungata (m. 47 x 8.60). La copertura della chiesa romanica fu nascosta da tre volte padiglionate, rette da archi ribassati, decorate nel 1750 da Giuseppe Fabbrini. Al centro, la scena biblica del re Assuero e della regina Ester.
Nella navata della chiesa furono collocati, negli anni 1730-1732, due altari in pietra. Quello di destra è dedicato a s. Atto, vescovo di Pistoia (morto nel 1153), già abate di Vallombrosa; la tela ivi collocata è di Agostino Veracini e rappresenta s. Atto che riceve le reliquie di s. Giacomo Apostolo.
L'altare di sinistra è invece dedicato a s. Pietro Igneo, monaco vallombrosano, cardinale vescovo di Albano (morto nel 1089).
La tela è di Antonio Puglieschi e rappresenta Gregorio VII che gli impone la berretta cardinalizia.
Ai lati dei due altari, in alto, sono collocate quattro grandi tele: nella parete di destra, la prima rappresenta il martirio del b. Tesauro Beccaria, abate di Vallombrosa, di Niccolò Lapi; la seconda, opera di Niccolò Mannelli, raffigura l'incontro tra Enrico IV e Gregorio VII a Canossa.
Nella parete di sinistra, la prima tela raffigura s. Pietro Igneo nell'atto di scomunicare i canonici della cattedrale di Lucca, opera di Ignazio Hugford; mentre la seconda ricorda l'episodio della prova del fuoco sostenuta da s. Pietro Igneo, anch'essa opera del Veracini.
L'elegante cornicione in pietra arenaria (1487) attualmente posto sotto la cantoria dell'organo, sostenuto da quattro lesene con capitello, ornato nel fregio da serafini e altri motivi, era collocato originariamente al centro della navata e serviva a separare il coro dei monaci dal resto della chiesa.
Al lato dell'ingresso un'acquasantiera in marmo bianco (1487) reca lo stemma dell'abate Biagio Milanesi.
L'organo sovrastante è la sintesi di due epoche: la cassa centrale contiene il prezioso strumento costruito da Benedetto Tronci di Pistoia nel 1819, mentre i due corpi laterali sono della ditta Tamburini di Crema che nel 1956 elettrificò anche l'antico organo.

La Cappella di s. Giovanni Gualberto.
Ornata di marmi e stucchi e decorata da Carlo Marcellini, costruita tra il 1695 e il 1707. Il quadro dietro l'altare raffigura San Giovanni Gualberto in preghiera, opera di Antonio Franchi.
L'affresco della volta, opera di Alessandro Gherardini, rappresenta La Madonna con s. Giovanni Gualberto.
Cappella del SS.mo Sacramento o dei Dieci Beati costruita sul sepolcreto dei primi monaci, la cappella fu iniziata nel 1755. l'altare, consacrato due anni dopo, è in marmo policromo, ma le colonne, i capitelli corinzi, il fastigio e altre parti sono in scagliola, opera di Enrico Hugford.
La pala d'altare è opera di R. Soldaini, monaco camaldolense (1846).
La volta a calotta è opera del pittore G. Giani (1819).
Il pavimento presenta una divisione ottagonale a spicchi, ognuno dei quali ha una ricca decorazione a intarsi marmorei policromi. Dietro l'altare, il coro in noce è opera del monaco Gregorio Pantraccoli che lo eseguì negli anni 1755-57.
Uscendo dalla cappella, a sinistra, una tela di Lorenzo Lippi: La Trinità e due angeli del 1665. Al lato sinistro dell'altare è posto il monumentale leggìo, in noce intagliato, opera del 1592 di Domenico Atticciati, e che si trovava anticamente nel coro della chiesa.

La Sacrestia.
La pala d'altare è di Luigi Sabatelli e raffigura s. Bernardo degli Uberti (morto nel 1133), cardinale e vescovo di Parma, già abate di Vallombrosa, mentre, nell'atto di celebrare la Messa, viene aggredito da alcuni eretici.
Gli armadi degli arredi sacri vennero fabbricati dal monaco Mauro Boninsegni (1805).
Alle pareti, S.Giovanni Gualberto e i santi Giovanni Battista, Maria Maddalena e Bernardo degli Uberti, Caterina d'Alessandria, tavola dipinta nel 1508 da Raffaellino del Garbo (morto nel 1525), discepolo del Ghirlandaio; terracotta di Luca della Robbia (morto nel 1482), ai lati della Vergine, S. Giovanni Gualberto e S. Umiltà (morto nel 1310), in basso, Biagio Milanesi, abate di Vallombrosa, che commissionò l'opera e suo fratello Riccardo. Usciti dalla sacrestia, sulla sinistra, l'altare di s. Sebastiano con una tela raffigurante il suo martirio opera di Alessandro Rosi.

L'Aula Capitolare.
L'Aula capitolare è un'ambiente caratteristico del monastero, dove la comunità si radunava per la lettura della Parola di Dio, per l'accusa delle proprie colpe, per le conferenze spirituali, per trattare argomenti riguardanti la vita materiale della comunità, per ricordare i confratelli defunti ivi sepolti. Oggi è adibita a sala di conferenze per incontri e convegni.
Alle pareti 12 tele di Venturino Venturi raffiguranti episodi della vita di S. Benedetto (1998).
Sulla porta è da notare un'affresco raffigurante s. Benedetto ritratto con i tradizionali attributi iconografici: la Regola e un fascio di verghe.

Il Chiostro principale.
Dalla porta di fronte alla sacrestia si accede al chiostro principale, detto anche della Meridiana. Sulla destra è visibile il muro perimetrale della costruzione romanica della chiesa, messo in luce nel corso degli ultimi restauri. La costruzione del chiostro risale agli anni 1470 - 1480; l'aspetto attuale è il risultato di posteriori rifacimenti. Nel 1753 vennero ampliate le finestre e le quattro grandi porte. Il chiostro è coperto da volte a crociera su peducci variamente decorati fra i quali spiccano quelli recanti figurazioni umane, santi o monaci, opera di discepoli di Benedetto da Rovezzano.

La cucina.
Sull'architrave della porta è incisa la frase di S. Paolo: Regnum Dei non esta esca et potus (Il Regno di Dio non è questione di cibo e di bevande).
La cucina è uno degli ambienti più caratteristici dell'abbazia, ariosa ed armonica nelle proporzioni. Il caratteristico focolare con cappa esagonale, sorretta da pilastri, separa la parte quattrocentesca da quella seicentesca, restaurato una prima volta nel 1789.
Accanto al camino, un forno per il pane e l'acquaio. Sui tavoli in pietra sono collocati utensili appartenenti alla cucina e all'antica spezieria del monastero.


L'antica farmacia.
Uscendo dal portone centrale dell'Abbazia, sulla destra si accede alla farmacia. Vi si possono acquistare prodotti dell'Abbazia.

Il refettorio.
Si presenta nella trasformazione barocca realizzata negli anni 1740-1745. Sono di questa epoca i tavoli e gli schienali. Alle pareti quattordici tele di Ignazio Hugford, raffiguranti la Cena di Emmaus, s. Benedetto, s. Giovanni Gualberto e altri santi e beati vissuti a Vallombrosa; sulla volta l'Assunzione, sempre di Hugford.
Sulla destra, il pulpito, perché secondo la Regola, a tavola non deve mai mancare la lettura.

L'antirefettorio.
Il refettorio è collegato alla cucina tramite un vestibolo ove si osserva il lavabo in pietra (1606) e una robbiana, opera di Benedetto Buglioni, che rappresenta la Madonna tra s. Giacomo maggiore e s. Giovanni Gualberto.

Santa Trinita
Alla Congregazione Vallombrosana, che ebbe subito notevole diffusione in Toscana, si unì presto il Monastero di Santa Trinita forse già nel corso dell’XI secolo. Qui, appena fuori dell’antica cerchia muraria, sul sito di un oratorio noto fin dai tempi di Carlo Magno, i vallombrosani eressero una prima chiesa - in stile romanico - dedicata alla Ss. Trinità. Con l’espansione della città e la costruzione della seconda cerchia muraria (1172-1173) questa chiesa risultò inglobata nel tessuto abitativo acquistando l'importanza dei grandi monasteri urbani, quale la Badia Fiorentina, e ricevette quindi il titolo abbaziale. La comunità svolge un ruolo di grande importanza nella storia della città e della Congregazione.
Così, nel clima di un rinnovamento architettonico della Firenze due-trecentesca (che vide sorgere Palazzo Vecchio, le grandi basiliche degli ordini mendicanti e il nuovo duomo), anche Santa Trinita fu ampliata con la sovrapposizione - proprio sulle mura della precedente - di una chiesa più alta e più lunga, in stile gotico. La sua pianta a croce egizia riprende quella delle chiese degli ordini mendicanti , ma presenta anche - per la prima volta nel gotico toscano - vere e proprie cappelle lungo le navate laterali. L'interno, a tre navate con volte a crociera, fu affrescato da famosi artisti del Tre-Quattrocento; nei secoli seguenti, quando la chiesa fu adattata allo spirito della Controriforma e al gusto della Firenze granducale, questa decorazione venne quasi totalmente coperta. Solo alla fine dell'Ottocento si procedette a un ripristino del suo carattere medievale, con interventi anche di ripittura e integrazioni, che furono poi rimosse nei più recenti restauri degli anni Sessanta di questo secolo. Nell'interno sono presenti opere del Vasari, Giovanni della Robbia, Benedetto da Rovezzano ed opere della scuola dell'Orcagna.
Nella chiesa sono conservati le scaglie di pietra del Santo Sepolcro con le quali si accende il Fuoco della Pasqua, e il Porta fuoco con il quale viene trasportato alla Cattedrale.
Dopo le soppressioni, Napoleonica prima e dello stato Italiano dopo, il monastero fu convertito in una scuola pubblica ed oggi vi è una sezione dell'Università di Firenze, più precisamente la facoltà del Magistero. Ai pochi monaci superstiti è rimasta solo una minima parte come residenza per esercitare il ministero parrocchiale.

Badia a Passignano
Il monastero di Badia a Passignano già esistente alla fine del secolo X, nel 1050 fu affidato a S. Giovanni Gualberto (+ 1073) perché vi ripristinasse la vita monastica secondo la Regola di San Benedetto, sintetizzata nel motto "Ora et labora": preghiera e lavoro.
Parte del complesso monumentale è stato costruito nel secolo XIII in stile romanico: facciata della Chiesa, Cripta, Campanile; gran parte del monastero, invece, fu ristrutturato in stile rinascimentale nel secolo XV.
Molto importante e significativo è l’affresco nel Refettorio Monastico che rappresenta l’Ultima Cena di Domenico Ghirlandaio che realizzò nel 1476, il Chiostro interno nel 1455: questo è stato il periodo più fulgido del monastero sotto la guida dell’Abate Francesco Altoviti e Isidoro del Sera.
Per le vicende a tutti note, i monaci furono espulsi dal monastero il 10 ottobre 1810 con la prima soppressione napoleonica, che però riacquistarono nel 1818, insediandovi una piccola Comunità.
A pochi anni di distanza, nel 1866, vi fu la soppressione voluta dal Governo Italiano e la Badia fu venduta all’asta.
Anche in questo periodo di allontanamento dei monaci dal monastero, 2 o 3 monaci sono rimasti sempre a custodire le spoglie mortali del loro fondatore S. Giovanni Gualberto.
Solo nel 1986, il 10 ottobre, i monaci sono potuti rientrare nel monastero e ripristinare la vita monastica con una piccola comunità.
In questi ultimi anni, sono stati fatti vari interventi nelle opere murarie: revisione di gran parte di tetti, risistemazione dell’ex-infermeria, nei locali dell’ex-fattoria è stata aperta una piccola foresteria, che si spera di ampliare. (www.passignano.org).

Santuario di Montenero
I monaci Vallombrosani dell'Ordine di San Benedetto, custodi del Santuario, centro di questo meraviglioso paesello, che gelosamente custodisce la Venerata Immagine della Madonna di Montenero, datano la loro presenza nel 1790.
Notizie storiche parlano di un eremita vallombrosano della Sambuca già custode dell'Immagine nel 1400. Tuttavia dal loro ingresso i monaci si sono sempre prodigati per l'ampliamento e l'abbellimento del Santuario nonché la divulgazione della devozione verso la Madre di Dio.
Il Santuario di Montenero è sorto nel XIV secolo, con "l' apparizione dell'immagine della Madonna" (15 maggio 1345) a un pastore, nei pressi dell' Ardenza, dove ora sorge, a ricordo, la suggestiva Cappella dell'Apparizione.
L'attuale costruzione del Santuario è stata realizzata in periodi diversi: alcune parti sono del 1500, altre del 1700.
Possiede pregevoli opere d'arte: il dossale fiammingo del sec. XV, la Crocifissione; l'antico altare di marmo; innumerevoli quadri ex-voto che rivestono le pareti e le Gallerie, tra cui l'ex-voto di Giovanni Fattori e quello di Renato Natali; il prezioso soffitto d'oro del 1600; il parato artistico in laminato d'oro; etc. (www.santuariomontenero.org)

Santuario della Beata Vergine delle Grazie
Nel 1966 viene affidato il Santuario della B.V. delle Grazie alla cura dei Monaci Benedettini di Vallombrosa.
L’anno 1624, come si legge nelle Aggiunte alla Cronaca di Sebastiano Mantica, apparve la Madonna delle Grazie che stava dipinta sopra un capitello lungo la via che da Pordenone correva a San Gregorio. Il fatto miracoloso richiamò i Pordenonesi a visitare l’Immagine della Beata Vergine e a fare copiose offerte così che si poté pensare alla erezione di una Chiesa (1626). Da quel dì crebbe sempre più la venerazione per la taumaturga Immagine.
All'interno della chiesa è conservata la tela della Madonna, dipinta da P. Varottari detto il Padovanino.
Il Tempio conserva la sua classica imponenza. La facciata, sormontata da un armonioso rosone, si apre solenne sul piazzale antistante; mentre l’interno, a tre navate con transetto, è particolarmente raccolto e suggestivo. L’attenzione è rivolta all'immagine della Vergine, al di sopra dell’altare maggiore, maternamente protesa verso i suoi figli.
Pitture e arredi subirono gravi danni per l’inondazione del Noncello del 1966. Negli anni successivi i Monaci Benedettini di Vallombrosa provvidero al restauro ed alla ristrutturazione. L’organo, inaugurato nel 1975 con un applauditissimo concerto, era stato ideato dai Religiosi come omaggio finale al loro fondatore San Giovanni Gualberto, nel IX Centenario della sua morte.
A lato dell’altare delle celebrazioni si erge maestoso un grande Crocifisso in bronzo, opera della scultrice fiorentina Amalia Ciardi-Duprè.
Delle antiche tavolette votive ne rimangono una decina, sufficientemente significative per testimoniare nel tempo la pietà dei fedeli. La Vergine delle Barche del primitivo Capitello e dell’antica chiesa e quella attuale delle Grazie, rimane per eccellenza la "Madonna dei pordenonesi", la loro venerata e celeste Patrona; mentre il Santuario continua ad essere un segno visibile della presenza di Dio, un luogo privilegiato della sua misericordia.

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Abbazia di Vallombrosa - Via San Benedetto, 2 - 50066 Vallombrosa (FI) - (Vedi mappa). Sito ufficiale: www.monaci.org
Ospitalità: si (contattare i monaci) info@evallombrosa.it - Tel. 055.862251 - Fax 055.862036.
Orario S. Messe periodo estivo (luglio e agosto) Feriali: 7:00; 10:00 - Festivi: 9:30; 11:00; 17:00; 18:00.
Orario S. Messe periodo invernale (da settembre a giugno) Feriali: 7:00 - Prefestivi: 16:30 - Festivi: 11:00; 17:00.

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