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Oranti di strada
Bisogna partire per un'avventura in cui chi calcola le cose non sei tu (Beato G. Alberione)
Maria Madre nostra, pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco,
pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione,
pro nationum concordia,
pro principibus christianis,
pro tranquilitate populorum,
ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.
Una frase del Vangelo per te:

S. Geltrude di Helfta: L'Araldo del Divino Amore - Libro primo

Le rivelazioni dell'Amore Divino a S. Geltrude di Helfta.

LIBRO PRIMO - PROLOGO
Lo spirito consolatore, distributore d'ogni bene « che spira dove vuole » (Giov. III, 8) come vuole e quando vuole, tiene abitualmente nascosti i segreti del suo amore, ma talvolta li manifesta per il vantaggio delle anime. S. Geltrude ce ne fornisce un chiaro esempio: quantunque la divina bontà l'abbia sempre ricolmata di favori, pure, solo ad intervalli le ordinò di pubblicare le meraviglie della sua divina tenerezza.
Questo libro fu scritto in diverse epoche. La prima parte fu redatta otto anni dopo le prima manifestazioni divine; la seconda venne terminata circa vent'anni più tardi: il Signore si degnò di gradire tale lavoro. Infatti, compiuto il primo libro, Geltrude lo presentò al Signore con umiltà e divozione: Egli, nella sua infinita bontà, le disse: «Nessuno potrà allontanare da me il memoriale dell'abbondanza della mia divina soavità».
Da queste parole comprese che Nostro Signore voleva dare al libro il titolo « Memoriale dell'abbondanza della divina soavità ».
Aggiunse Gesù: « Se qualcuno cerca in queste pagine il bene spirituale della sua anima„ l'attirerò a me vicino e prenderò parte alla lettura, tenendo il libro nelle mie stesse mani; Quando due persone leggono insieme uno stesso libro, una sembra aspirare l'alito dell'altra. Così io aspirerò il soffio dei desideri di quest'anima, ed essi commuoveranno in suo favore le viscere della mia misericordia: da parte mia le farò respirare il soffio della Divinità così che ne sarà interiormente ringiovanita ».
Il Signore si compiacque di affermare: « Chi, con tale intenzione, trascriverà le parole di questo libro, riceverà, ad ogni detto, numeroso frecce d'amore scoccate dall'infinita dolcezza del mio sacratissimo Cuore, e la sua anima ne proverà delizie ineffabili ».
Una notte, mentre si stava preparando la seconda parte, ella si lamentò con Nostro Signore. Egli la consolò con grande bontà e, fra l'altro, le disse: « Ti ho scelta per essere la luce delle nazioni e per diffondere la salvezza fino all'estremità della terra » (Is. XLIX). Comprendendo ch'Egli accennava al suo libro, appena iniziato, Geltrude esclamò: « Come mai, o Signore, questo libro potrà essere la luce delle nazioni, mentre io desidero che rimanga incompiuto, e che nessuno conosca le pagine già scritte? ». Il Signore rispose: «Quando scelsi Geremia per essere mio profeta, egli non sapeva nè parlare, nè agire in modo conveniente: eppure volli riprendere i popoli e i re con le parole della sua bocca. Così coloro che ho destinato di attirare, per tuo mezzo, alla luce della conoscenza e della verità, non saranno delusi, perchè nessuno può ostacolare la predestinazione eterna: coloro che ho predestinato li chiamerò, e coloro che chiamerò saranno giustificati, secondo il mio volere».
Altra volta, mentre Geltrude si sforzava di ottenere da Nostro Signore il permesso d'interrompere il libro, sembrandole che i suoi Superiori fossero dello stesso parere, il Salvatore le rispose con bontà: « Ma, non sai che l'ordine della mia volontà, è superiore a ogni altra obbedienza? Poiché desidero questo libro, perchè turbarti? Io stesso stimolo colei che lo scrive, io stesso l'aiuterò, custodendo poi intatto quello che considero bene mio proprio ». Allora ella uniformò la sua volontà al divin beneplacito, e chiese: « Amatissimo Signore, quale titolo darai a questo libro? ». Rispose Gesù: « Questo libro è mio: esso verrà intitolato: L'araldo dell'amore divino, perchè farà pregustare alle anime il sovrabbondante mio amore ». Colpita d'ammirazione Geltrude insistette: « Gli ambasciatori e gli araldi godono abitualmente grande autorità ebbene quale autorità accorderai a questo libro? ». Rispose il Signore: « Chi, per la mia gloria, leggerà questo libro con salda fede, umile divozione, amorosa riconoscenza, per il bene della sua anima, riceverà, in virtù della mia divinità, la remissione dei peccati veniali, la grazia delle consolazioni superne, ed una disposizione speciale a ricevere continui accrescimenti dei beni celesti ».
In seguito comprese che Dio bramava che le due parti di quest'opera fossero riunite in uno solo libro: perciò con preghiere ferventissime chiese come mai si potesse riunire in un solo volume due libri aventi titolo differente. Il Signore rispose: « Spesso un padre e una madre sono maggiormente stimati per le buone qualità dei loro figli: così io ho voluto che questo libro venisse composto in due parti e che indicasse, col suo stesso titolo, il carattere di questa doppia. origine, cioè: « L'araldo del memoriale dell'abbondanza del divino amore» perché, facendo conoscere il mio amore, ne perpetuasse la memoria fra gli eletti ».
Dal contesto dell'opera appare evidente che Geltrude fu sempre favorita dalla divina presenza: pure talora si trovano espressioni del genere: « Il Signore le apparve » oppure « Egli venne a lei vicino ». Infatti, benché per un privilegio speciale Egli le fosse quasi sempre presente, pure talvolta a lei si mostrava sotto apparenze più sensibili, quando voleva istruire altre anime, quasi adattandosi alla debolezza delle medesime: spesso, nel racconto di tali manifestazioni, dovremo concludere che il buon Dio, il quale ama tutti gli uomini, vuole la salvezza di tutte le anime, pur non comparendo che a una sola.
Nei giorni feriali, coma nei festivi, il Signore le prodigava le sue grazie, svelandosi al suo sguardo, talvolta con immagini sensibili, tal altra con le più pure illustrazioni dell'intelletto. In questo libro però parla generalmente con immagini sensibili, per essere meglio compreso da ogni sorta di lettore. L'opera fu divisa in cinque libri: il primo contiene l'elogio della persona che fu l'oggetto dei divini favori, ed esprime le grazie ch'ella ricevette. Nel secondo si narrano come furono accolti tali favori, ed i ringraziamenti ch'ella offerse al suo Dio: questo secondo libro è tutto scritto di sua mano, dietro l'ispirazione del divin Paracleto. Il terzo, narra alcuni benefici che le furono accordati. Il quarto racconta le visite con cui la divina Bontà si degnò di consolarla in alcune feste. Nel quinto sono raccolte le rivelazioni che il Signore le fece riguardo al merito di parecchi defunti, e le consolazioni di cui volle colmarla nel beato suo transito.
Conviene però tenere conto della raccomandazione di Ugo di S. Vittore: « Ogni verità mi riesce sospetta, se non è confermata dall'autorità della Sacra Scrittura ». Ed aggiunse: « Per quanto verosimile, una rivelazione non può essere accettata, se non ha il sigillo di Mosè e di Elia, cioè della Sacra Scrittura ». Perciò ho segnato in margine i testi che la mia mente semplice e poco esperimentata ha potuto ricordare al momento, nella speranza che altri, più abili e più colti, possano allegare prove autorevoli, convenienti, decisive.

CAPITOLO I
RACCOMANDAZIONE DELLA PERSONA
«Oh, profondità delle ricchezze e della scienza di Dio! come i suoi giudizi sono incomprensibili e come sono impenetrabili le sue vie! » (Rom. XI, 33). Perciò Dio chiama coloro che ha predestinati da vie differenti, misteriose, ammirabili. Dopo d'averli chiamati li colma di grazie, come se adempisse opera di giustizia verso anime, che giudica degne di condividere le sue ricchezze ed eterne delizie.
La cara Santa di cui trattiamo ce ne dà una prova evidente. Simile a giglio splendente di candore, venne posta da Dio nell'aiuola fragrante del giardino della Chiesa, cioè nell'assemblea delle anime giuste, quando, bimba di appena cinque anni la ritirò dalle agitazioni mondane, per introdurla nella dimora nuziale della santa Religione. Al candore del giglio ella univa la magnificenza e la freschezza dei fiori più eletti, così che, non solo affascinava lo sguardo, ma rapiva i cuori. Benché d'età tenerissima, lasciava intravvedere rara maturità di giudizio, mostrando tale ricchezza di sapere, di eloquenza e facilità nell'apprendere qualsiasi cosa, da farne rimanere rapiti.
Ammessa alla scuola, subito si distinse per vivacità e finezza d'intelligenza, sorpassando le compagne in qualsiasi ramo dell'insegnamento. Con cuore illibato ella trascorse l'infanzia e l'adolescenza, dandosi tutta allo studio delle urti, in modo da preservarsi, per bontà del Padre delle misericordie, da quelle frivolezze, che così spesso trascinano a rovina l'incauta gioventù.
Lodi e ringraziamenti a Te, o Dio onnipotente!
Venne infine il momento in cui Colui, che l'aveva scelta fin dal seno di sua madre, introducendola poi, ancor pargoletta, a condividere il banchetto della vita monastica, volle condurla, per grazia particolare, dalle cose esteriori alla contemplazione interiore, dalle azioni terrestri alla ricerca delle cose celesti; più avanti racconteremo come avvenne tale mutamento (vedi Lib. II, cap. I).
Ella comprese allora di essere restata troppo tempo lungi da Dio, « in ragione dissimilitudinis, in una regione dissimile », (come ben dice S. Agostino, Lib. VII, cap. X), quando, applicandosi con passione allo studio delle lettere, aveva trascurato di fissare la luce della scienza spirituale, ed attratta troppo sensibilmente dal fascino della sapienza umana, s'era privata del delizioso sapore della vera sapienza.
Fedele al divino richiamo, disprezzò gli allettamenti intellettuali che l'avevano fin allora sedotta, e s'abbandonò tutta al suo Dio che volle introdurla nel regno dell'allegrezza e della gioia, sulla montagna di Sion, ammettendola alle delizie della divina contemplazione. Là si spogliò del vecchio uomo e de' suoi atti per rivestirsi dell'uomo nuovo, creato secondo Dio, nella giustizia e santità della verità.
Così si mutò da intellettuale a spirituale, meditando continuamente le pagine divine che poteva procurarsi, e riempiendo il cuore delle dolci, utilissime sentenze della Sacra Scrittura. Perciò, quando venivano a consultarla su questioni religiose, aveva sempre pronti detti scritturali, e lo faceva con tanta opportunità e senno, da convincere pienamente i suoi interlocutori. Ella era avidissima di immergersi nelle dolcezze della contemplazione e di meditare i libri sacri: quelle pagine erano per lei favo di miele, dolce armonia, giubilo spirituale. Simile alla colomba che raccoglie il chicco di grano, Ella scrisse libri spirituali ricchi di grande soavità, ove sono raccolte le parole dei Santi.
Suo scopo era di rendere chiari e luminosi, anche alle intelligenze meno dotate, certi passaggi un po' oscuri. Inoltre compose preghiere veramente ispirate e deliziose, nonché gli Esercizi spirituali che, ancor oggi, si leggono con frutto, diletto, edificazione.
Il suo stile è così corretto che i maestri, nonché fare appunti sulla sua dottrina, ne subirono l'incanto ed apprezzarono le sue opere, sia per l'agilità dell'esposizione, sia perché infiorate e profumate dai detti della S. Scrittura che loro danno un pregio elevatissimo, specialmente allo sguardo dei teologi e delle anime pie.
E' quindi evidente che tali produzioni non sono il frutto dello spirito umano, ma della grazia celeste, di cui Geltrude era ricolma.
Per non dare a queste lodi un senso puramente umano, aggiungeremo qui un titolo che merita di essere esaltato. La Sacra Scrittura non dice forse: « La grazia esterna inganna e la bellezza è fallace: solo la donna che teme il Signore sarà lodata?» (Prov. XXXI, 30).
Ella era una fortissima colonna della Religione, zelante difesa della giustizia e della verità, tanto che si può applicarla quello che si disse del grande Sacerdote Simone, nel libro della Sapienza: « Ha sostenuto la causa durante la vita » cioè la Religione « ed ha durante i suoi giorni assodato il tempio » (Eccl. L, I), cioè con esempi e consigli, ha riscaldato il sacro tempio della divozione, eccitando nelle anime vivo fervore. Possiamo dunque ripetere che durante il suo terreno pellegrinaggio, « i pozzi hanno riversato le loro acque » (ibld) perchè nessuno più di Geltrude ha diffuso ampiamente le onde di una salutare dottrina.
Ella aveva parola dolce e penetrante, linguaggio eloquente, persuasivo, efficace e così colmo di grazia da meravigliare coloro che l'ascoltavano, parecchi dei quali affermarono che sentivano vibrare lo spirito di Dio, ne' suoi discorsi, sì da esserne inteneriti nel cuore e trasformati nella volontà. Infatti « la parola viva ed efficace, più penetrante di una spada a due tagli, la quale divide l'anima dallo spirito » (Ebr. IV, 12) abitava in essa, operando tali meraviglie. Agli uni essa ispirava quel sincero pentimento che guida all'eterna salvezza, agli altri la luce per conoscere Dio ed approfondire la propria miseria; ad altri ancora dava sollievo e conforto, infine in molti accendeva la fiamma del divino amore.
Parecchie persone esterne, che l'avevano accostata una sola volta, assicuravano d'averne provato dolcezze ineffabili. Però, quantunque possedesse a dovizia i doni che piacciono al mondo, non bisogna concludere che, quanto si racconta in questo libro, sia il frutto del suo ingegno naturale, della vivacità dell'immaginazione, o il risultato della grazia del suo facile eloquio. Tutto in essa procedeva dalla sorgente della divina Sapienza, diffusa nell'anima sua da quello Spirito Santo, « che soffia dove vuole » (Giov. III, 8), quando vuole, per chi vuole e ciò che vuole, secondo la convenienza dei tempi, dei luoghi, delle persone.
Siccome per le cose visibili e invisibili sono generalmente meglio comprese dall'umano intelletto per mezzo di immagini, così è necessario rivestirle di forme concrete Ugo di S. Vittore lo prova chiaramente nel « Discorso dell'uomo interiore » (cap. XVI).
« Le divine scritture, per adattarsi alla fragilità umana, descrivono le cose invisibili sotto forme visibili, imprimendo così nell'intelligenza delle immagini, la cui bellezza ridesta i nostri desideri. Parlano perciò, talora, di una terra ove scorre latte e miele, tal altra di fiori e di profumi: così pure, assai spesso, esprimono l'armonia delle gioie celesti, coi cantici degli uomini ed i concerti degli uccelli. Leggendo l'Apocalisse di S. Giovanni troverete descritta una Gerusalemme celeste adorna d'oro, d'argento, di gemme e di altre pietre preziose. Eppure sappiamo che in cielo, ove nessuna cosa manca, non v'ha nulla di simile, ma tali cose vi sono nella loro « sostanza spirituale ».

CAPITOLO II
TESTIMONIANZA DELLA GRAZIA
Tutto ciò che il cielo racchiude ne' sudi spazi, la terra ne' suoi confini, l'abisso nelle sue profondità, canti un inno di ringraziamento al grande Iddio, che diffonde su noi la magnificenza delle sue grazie! Tutti gli tributino quella lode eterna, immensa ed immutabile che, procedendo dall'amore increato, non trova la sua pienezza, che risalendo al medesimo amore!
L'eterno Iddio sia universalmente glorificato per aver diretto i flutti della sua tenerezza verso la valle dell'umana fragilità, degnandosi di guardare un'anima che l'attraeva per i meravigliosi favori di cui l'aveva ricolmata! Poiché la Scrittura afferma che « due o tre testimoni bastano per stabilire solidamente, un'asserzione » (II, Cor. XIII, 1) e noi già abbiamo parecchi di tali testimoni, così possiamo concludere, con certezza, che il Signore ha scelto particolarmente quest'anima per manifestarle i segreti del suo amore.
Il primo e principale testimonio è Dio stesso, il quale si compiacque di eseguire quanta ella aveva predetto, di svelare quanto ella aveva appreso in segreto; di manifestare l'effetto delle sue preghiere, liberando dalle tentazioni coloro che, con cuore contrito ed umiliato, avevano supplicato Dio, mediante il suo ausilio.
Citeremo qualcuno fra i moltissimi fatti occorsi.
Morto Rodolfo re dei Romani, si pregava in Monastero per l'elezione del suo successore: ebbene, Geltrude palesò alla Madre Abbadessa il nome dell'eletto, il giorno e, a quanto pare, persino l'ora dell'elezione avvenuta lontano, aggiungendo che sarebbe stato ucciso dallo stesso suo successore: ciò che avvenne.
Altra volta un uomo sospetto minacciava l'abbazia. Il pericolo era evidente ed inevitabile, ma la Santa, dopo breve preghiera, annunciò alla Madre che il rischio era scomparso. Infatti ben presto un procuratore di corte avvisò che quell'uomo, essendo stato condannato, non poteva più nuocere; ciò che la Santa aveva segretamente saputo per divina rivelazione. L'Abbadessa, e coloro che conobbero il fatto, ne ringraziarono Dio con immenso giubilo.
Una persona tormentata da gravissime tentazioni ricevette, in sonno, l'avviso di raccomandarsi alle preghiere di Geltrude per esserne liberata: lo fece con umile devozione, ed ebbe la grande consolazione di essere immediatamente esaudita.
Riportiamo un altro fatto degno di essere conosciuto. Una persona, mentre stava per comunicarsi durante la S. Messa, venne assalita da tentazioni ossessionanti, causate da funesta occasione capitatale qualche giorno prima. La tentazione divenne così incalzante da farle sembrare impossibile la resistenza, e prossima la caduta. Desolatissima non osava comunicarsi, avendo la mente infestata da simili suggestioni diaboliche. In quel frangente si sentì spinta da superna Ispirazione a raccogliere un lembo di stoffa che Geltrude aveva strappato dalla sua calzatura. La povera tentata se lo pose sul cuore, e pregò con fiducia il Signore di liberarla per l'amore col quale aveva purificato la sua diletta Sposa da ogni affezione umana, per colmarla di grazia celeste e farsene un tempio di predilezione. Cosa ammirabile e degna di essere considerata con venerazione. Appena ebbe posato quel lembo di stoffa sul cuore, la tentazione si dileguò e non disturbò più neppure in avvenire quella persona.
Nessuno neghi fede a queste meraviglie! Non ha forse detto Nostro Signore nel S. Vangelo: « Qui credit in me, opera quae ego facio et ipse faciet, et malora horum faciet? - Colui che crede in me farà le opere che faccio io, anzi ne farà di più grandi?» (Giov. XIV, 12). L'uomo Dio, che si degnò di guarire l'emoroissa col semplice tocco del suo mantello, volle, per i meriti della fedele sua Sposa, liberare dalla tentazione un'anima per la quale non si meritò di morire in Croce.
Questi fatti bastano per stabilire la prima testimonianza, quantunque non ci sarebbe difficile aggiungerne molti e molti altri ancora.

CAPITOLO III
SECONDA TESTIMONIANZA
Una seconda, infallibile testimonianza ci è data dalla uniformità del giudizio esposto da parecchie persone di grande scienza e virtù. Tutte, indistintamente, affermarono atee le divine rivelazioni avute riguardo a Geltrude, sia che trattassero la correzione dei loro difetti, o il progresso nelle virtù, erano tali da convincerle che il Signore aveva scelto quell'anima per adornarla di grazie straordinarie.
Ella, sprofondata nell'abisso dell'umiltà, si considerava indegnissima dei divini favori, compiacendosi di consultare altre persone che stimava migliori di sé, per conoscere se quello ch’ella provava era realmente opera di Dio. Dopo maturo esame, tali persone dichiararono che il Signore esaltava la sua Sposa, non solo con le grazie di cui Ella aveva parlato, ma con altri favori ancora più sublimi.
Una persona, che aveva grande esperienza di divine rivelazioni, venne da lontano al nostro Monastero. Siccome non conosceva nessuno, pregò istantemente Nostro Signore di metterla in relazione con una Monaca che potesse infervorarla nel divino amore.
Rispose Gesù: « Colei che si siederà a quel posto vicino a te, è veramente la mia fedelissima. Sposa, l'eletta fra mille ». Infatti Geltrude venne a sedersi vicino a lei, ma seppe così bene, per spirito di umiltà, nascondere i doni meravigliosi di cui era adorna, che la visitatrice, alquanto delusa, se ne lamentò davanti a Dio con rimpianto.
Ma Gesù confermò ch'ella era veramente la sua fedelissima Sposa, prediletta fra tutte.
Più tardi la stessa persona ebbe un intimo colloquia con Matilde di Hackeborn, cantora del Monastero, di felice memoria, e fu affascinata da' suoi discorsi pieni della dolcezza dello Spirito Santo. Perplessa e indecisa osò domandare a Nostro Signore come mai tanto esaltasse la prima, preferendola a tutte, mentre sembrava neppure notare la seconda. E Gesù: « Io opero grandi cose in quest'ultima, però sappi che quelle che opero nella prima sono di gran lunga più grandi ».
In altra occasione una persona pregava per Geltrude e, ammirando le delicatezze del Salvatore per la sua Sposa, Gli chiese: « O Dio, che sei tutto amore, cosa scorgi in quest'anima per esaltarla con tante preferenze, e per inclinare verso di lei il tuo Cuore con tanta tenerezza? ».
Rispose Gesù: « Sono attratto verso di lei da un amore gratuito, amore che, con dono speciale, ha disposto e va conservando nell'anima sua cinque virtù che formano la mia delizia: cioè vera purezza, per il continuo influsso della mia grazia, vera umiltà, in mezzo all'abbondanza de' miei doni; infatti, più opero in essa grandi cose e maggiormente si sprofonda nel suo nulla per la conoscenza della sua fragilità; vera bontà, che le fa desiderare la salvezza di tutti gli uomini; vera fedeltà, che le fa offrire tutti i suoi beni a vantaggio universale; infine vera carità che la spinge ad « amarmi con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze e il prossimo come se stessa (Luc. X, 27) per amor mio ».
Dette queste parole Nostro Signore mostrò a quella persona uno splendido gioiello a tre foglie, che adornava il suo sacro petto.
Aggiunse Gesù: « Io porterò sempre questo gioiello in onore della mia Sposa, e le tre foglie parleranno chiaramente a tutta la Corte celeste. La prima foglia dirà ch'Ella è veramente proatma mea (Cant.) infatti nessuno al mondo è più vicino a me di questa Sposa amatissima. La seconda foglia esprimerà che non v'è sulla terra creatura alcuna, verso la quale io mi senta così dolcemente attirato. Infine lo splendore della terza foglia dimostrerà che nessuno al mondo uguaglia la fedeltà di quest'anima, la quale, godendo dei miei doni, me ne rimanda sempre la lode e la gloria ».
Il Signore si compiacque di aggiungere: « Il cercarmi nel SS. Sacramento dell'altare, o nell'anima e nel cuore della mia amata Sposa Geltrude, vale quanto essere sicuro di ritrovarmi ».
Un giorno ella si era raccomandata alle preghiere di una persona, la quale ne parlò a Nostro Signore, che ebbe questa risposta: « Sono tutto suo: l'amore mi ha reso suo prigioniero e l'ha unita a me come il fuoco unisce, fondendole, la verga d'oro e quella d'argento ». Continuandosi il colloquio, quella persona insistette: « Amatissimo Signore, che fai Tu per essa? ». Egli rispose: « Il suo cuore, battendo all'unisono col mio amore, mi, procura un'incomparabile gaudio; ritengo però in me fino all'ora della sua morte l'ardore dei palpiti del mio Cuore; in quel supremo momento, Ella, per loro mezzo, proverà tre effetti potenti: il primo sarà la gloria a cui il mio divin Padre l'inviterà; il secondo sarà la gioia che proverò nel riceverla; ed il terzo sarà l'amore col quale lo Spirito Santo ci unirà eternamente » (Araldo del divino amore, libro III, c. LI-LII, libro IV, cap. IV e libro della Grazia speciale, 1, I, cap. V e libro V, cap. XXXII).
La stessa persona, pregando altra volta per Geltrude, ricevette questa risposta: « Ella è per me una colomba senza fiele, perchè fugge accuratamente il minimo peccato volontario. E' un giglio candidissimo che mi compiaccio di tenere in mano, giacché prendo le mie delizie in un'anima casta e pura; è una rosa olezzante, per lo spirito di pazienza che l'anima a ringraziare Dio nella tribolazione. E' un fiore primaverile, sul quale mi riposo con compiacenza, perchè scorgo nell'anima sua ardente zelo per giungere alla vetta della virtù, ad una elevatissima perfezione. Ella è infine una nota melodiosa che dolcemente risuona nel mio diadema, giacché in esso tutte le sue sofferenze sono sospese come altrettante campanule d'oro, che rallegrano gli abitanti del cielo ».
Un giorno Geltrude faceva in refettorio la lettura prescritta prima di cena; giunta a quelle parole: « bisogna amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze» (Luc. X, 27) le pronunciò con tanta enfasi, che una delle sue consorelle ne fu profondamente commossa e disse al Signore: « Ah, mio Dio, come ti ama questa Tua Sposa che ti parla d'amore con tanto entusiasmo! ». Le rispose il Signore: « Dalla prima età l'ho portata e custodita fra le mie braccia, conservandola illibata fino al momento in cui, di sua spontanea volontà, si è unita a me: allora mi sono dato interamente a lei con la mia divina virtù, abbandonandomi, a mia volta, a' suoi sacri amplessi. L'ardore della sua carità scioglie l'intimo del mio essere come la cera si liquefa al fuoco, così la dolcezza del mio divin Cuore, fusa al fuoco del suo amore, distilla perennemente gocce celesti nell'anima sua ».
Aggiunse il Signore: « La sua anima mi è talmente, cara che ne feci il mio rifugio. E' là che io mi nascondo per consolarmi degli oltraggi che mi hanno recato gli uomini, e mi riposo nel suo cuore. Permettendo che soffra tribolazioni di corpo e di spirito, essa le riceve con tanta gratitudine, le sopporta con tanta pazienza e umiltà; unendole ai dolori della mia Passione, che mi vedo costretto a placarmi ed a perdonare, per amor suo, a innumerevoli peccatori ».
Una pia donna, cedendo alle sue istanze, pregava per la correzione di alcuni suoi difetti: ma Nostro Signore le disse: « I difetti di cui sii lagna la mia prediletta Sposa, le sono molto utili. Io riverso sull'anima sua ogni giorno tale abbondanza di grazie che, per preservare la sua umana fragilità dagl'insulti dell'amor proprio, devo nasconderle sotto le leggere nubi dei suoi difetti. Il concime feconda la terra, e il sentimento che ha un'anima della sua infermità fa germogliare la riconoscenza; ogni qualvolta pertanto si umilia dei suoi mancamenti, io le elargisco una grazia che li distrugge; tramuto a poco a poco i difetti in virtù e l'anima un giorno, in una luce senza ombre, si troverà completamente trasfigurata ».
Questi cenni bastano per stabilire la seconda testimonianza: in seguito ne aggiungeremo, ancora degli altri non meno importanti.

CAPITOLO IV
LA TERZA TESTIMONIANZA
Il terzo e più splendido testimonio è la vita stessa di Geltrude, che fu un continuo anelito alla ricerca della gloria di Dio. Non solo la ricercava, ma la promuoveva con tale ardore da sacrificarle l'onore, la vita e perfino la sua stessa anima. La verità di tale testimonianza brilla nel S. Vangelo, là dove Nostro Signore afferma: « Chi cerca la gloria di colui che l'ha mandato, è veritiero, e in lui non vi ha ingiustizia» (Giov. VII, 18). Oh, fortunatissima quell'anima che può trovare approvazione nelle pagine del S. Vangelo! A lei si applicano anche le parole della Sapienza: « Il giusto ha il coraggio del leone» (Prov. XXVIII, 1). Infatti ella era così appassionata della divina gloria da disprezzare qualsiasi noia, o contrarierà, pur di sostenere i diritti della giustizia e della verità.
Per procurare onore a Dio e salvezza alle anime, non si saziava di raccogliere scritti spirituali che poi diffondeva senza mai pensare ad averne riconoscimento umano. Regalava tali scritti soprattutto alle persone che potevano trarne maggior profitto; quando poi s'accorgeva che, in certi ambienti, i libri della Sacra Scrittura facevano difetto, s'interessava per procurarne parecchie copie e guadagnare cuori a Cristo. Per questa nessun sacrificio le tornava gravoso: sonno scarso, pasti ritardati, comodi personali tenuti in non cale, le riuscivano più di gioia che di pena; bene spesso arrivava persino a troncare le dolcezze della contemplazione, pur di recare una parola di sollievo ad anime afflitte, o compiere altri doveri di carità. Come il ferro immerso nel fuoco si trasforma tanto da sembrare fuoco, così l'anima sua, infiammata dal divino amore, si era trasformata in luce di carità per la salvezza delle anime.
Quantunque, per quanto ci consta, non ci fosse sulla terra, a quei tempi un'anima che avesse comunicazioni divine pari alle sue, per elevatezza e frequenza, pure ella viveva inabis sata nell'umiltà più sincera e profonda.
Intimamente convinta che nessuno fosse di lei più indegno dei divini favori, non aveva il minimo dubbio che le venissero accordati al solo scopo di seminarli, come grana prezioso, in terre più feraci. Il lasciare nascosti tali tesori nella sentina e nell'immondezzaio del suo cuore non era che un disonorarli, mentre solo il giorno in cui venivano affidati a un altro più degno di riceverli, avrebbero incominciato a fruttificare per Nostro Signore, e diventare pietre preziose,
incastonate in monili d'oro. Con ingenua fede ella credeva che gli altri, per la purezza e la santità della loro vita, davano più gloria a Dio con un solo pensiero, di quello che potesse far lei con la donazione di tutto il suo essere, per la sua vita negligente ed indegna.
Questa la vera ragione che la decise a rivelare i favori che riceveva da Dio: giudicandosene indegna, non supponeva che fossero stati offerti per lei, ma per salvezza dei fratelli.

CAPITOLO V
CARATTERE E BELLEZZA DI UN CIELO SPIRITUALE
Le testimonianze che abbiamo espresse nei capitoli precedenti, confermano chiaramente la santità di Geltrude, alla quale dobbiamo credere, perché avvalorata da persone eminenti, degne di fede.
L'incredulo dovrebbe arrossire delle sue incertezze, perché non contento di demeritare grazie tanto elette, trascura persino d'appropriarsele con sentimento di umile riconoscenza, ringraziando il Signore di averle elargite, in tanta copia, alla sua diletta Sposa. Nessun dubbio infatti che Geltrude sia un'anima privilegiata, una di quelle creature angeliche di cui S. Bernardo ha detto nel commento al « Cantico dei cantici »: « L'anima del giusto non è soltanto celeste per origine, ma può realmente chiamarsi un cielo in miniatura, giacché la sua vita e conversazione è nei cieli ». Di queste anime scrisse la Sapienza: « L'anima del giusto è il trono della Sapienza », ed ancora « Il cielo è mia dimora » (Isaia, XVI, 1).
Infatti a Dio, puro spirito, conviene un trono tutto spirituale, come bene si esprime l'eterna verità. A Lei, cioè all'anima santa « noi verremo e faremo in essa la nostra dimora » (Giov. XIV, 23). Il profeta stesso non parlava di un altro cielo, quando diceva: « Voi abitate il santuario, voi che siete la lode d'Israele » (Sal. XXI, 4) e l'Apostolo, con espressione concisa, dichiara che « Cristo abita nei nostri cuori, per la fede » (Ef. III, 17). Fortunate quelle anime di cui è detto: « Abiterò in esse e camminerò con esse » (Cor. II, VI, 16). Oh, com'è grande quest'anima, e come sono gloriosi i meriti di colei che racchiude in sè la divina potenza!
Non solamente la racchiude in sé, ma fu giudicata degna di poterla piacere, capace di contenerla e di offrire alla divina Maestà gli spazi necessari per la diffusione della sua opera. Quest'anima si è dilatata nel Signore, ed è diventata il tempio di Dio. Si è ingrandita, è cresciuta, dico, nella carità, perchè ben sappiamo che l'anima è vasta in proporzione della sua carità. La chiameremo dunque un cielo, dove il sole simboleggia l'intelligenza, la luna, la fede, le stelle, le altre virtù: oppure in quest'anima il sole sarà la giustizia, o il fervente amore, e la luna la santa continenza. Qual meraviglia che il Signore si compiaccia d'abitarvi. Per creare questo cielo non si è accontentato di una semplice parola, ma ha combattuto per acquistarlo, ed è morto per riscattarlo. Dopo tante fatiche, giunto al coronamento de' suoi voti, dice « Ecco il luogo del mio riposo; ivi stabilirò la mia dimora » (S. CXXXI, 14). (Questa citazione è di S. Bernardo).
Per dimostrare chiaramente, seconda le deboli mie forze, che Geltrude è veramente una delle anime privilegiate di cui parla S. Bernardo, cioè di quella che Dio preferisce allo stesso cielo, esporrò quanto un'amicizia spirituale di lunghissimi anni con la Santa mi ha permesso di raccogliere. S. Bernardo afferma che « il cielo spirituale, cioè l'anima in grazia, vera dimora di Dio, deve avere per ornamento il sole, la luna, le stelle, cioè il corteggio delle più elette virtù »: (Pr. XXVII, 6) mostrerò quindi brevemente, secondo le mie forze, l'irradiamento di perfezione che splendeva in quell'anima benedetta: lo splendore di tali luci sarà pegno sicuro della divina presenza.

CAPITOLO VI
INFLESSIBILE SUA GIUSTIZIA
La giustizia, cioè lo zelo di un'accesa carità, che S. Bernardo, nel capitolo precedente, chiama sole dell'anima, brillava in Geltrude con tale magnificenza, che si sarebbe esposta ad affrontare un battaglione in armi, pur di difenderne i diritti. Nessuna cosa ai mondo poteva farla deviare menomamente dal sentiero della giustizia, neppure l'amicizia più cara, anzi, se l'equità l'avesse comandato, ella sarebbe stata pronta a veder condannare la sua stessa madre, piuttosto di liberarla con la minima ingiustizia. Quando l'occasione si presentava di dare al prossimo qualche buon consiglio, metteva da parte la sua naturale modestia (virtù che le brillava in cuore come regina), deponeva il rispetto umano e, piena di fiducia in Colui che l'aveva armata con lo scudo della fede e al Quale ella avrebbe voluto sottomettere l'universo intero, attingeva dal suo gran cuore parole di vita, tanto che anche gli spiriti più chiusi e refrattari si sentivano inteneriti e conquisi.
Quando poi s'accorgeva che un'anima era scossa dalle sue parole, la circondava di una compassione così tenera, e d'una così affettuosa carità, da sciogliersi tutta in delicatezze per consolarla efficacemente, sia con detti, come con preghiere. In tali opere di santo apostolato, usò sempre grande vigilanza per non pregiudicare la libertà del cuore, evitando qualsiasi occasione che potesse allontanarla, sia pure per poco, dall'amore del suo Dio! Tutto doveva essere mezzo per andare a Lui, non ostacolo per deviare in espansioni naturali. Perciò rifiutava come veleno qualsiasi amicizia che non la portasse a Dio, e soffriva quando s'accorgeva, anche da una sola parola, che il prossimo l'amava naturalmente: in questo caso rifiutava qualsiasi beneficio che potesse derivarle da tale amicizia, preferendo mancare di soccorsi necessari, piuttosto di occupare, per un solo istante, il cuore di una creatura a detrimento del divino amore.

CAPITOLO VII
ZELO PER LA SALVEZZA DELLE ANIME
Parole ed azioni esprimono chiaramente in Geltrude zelo per la salvezza delle anime, e l'amore per la Religione. Quando scorgeva nel prossimo qualche difetto, non si dava pace finché non l'avesse corretto; e se il suo desiderio non si realizzava, ne era inconsolabile; nulla lasciava d'intentato per raggiungere lo scopo: preghiere, esortazioni, consigli, ambasciate di altre persone. Se, vedendo inutili tali premure, si tentava di consolarla dicendole che, dopo tutto, non doveva crucciarsi per quelle anime incorreggibili, avendo fatto tutto il possibile per salvarle, e che alla fin fine esse sole ne avrebbero scontata la pena: « Ah! », esclamava la Santa, «queste crudeli parole mi trafiggono l'anima come acuto strale! Preferisco morire piuttosto che darmi pace sulla perdita eterna de' miei fratelli».
I sacri ardori dello zelo l'animavano a tradurre dal latino, in uno stile semplice e fresco, i passaggi più oscuri, per renderli evidenti, anche alle intelligenze meno dotate. Da mane a sera era impegnata a sunteggiare i sacri testi, ed a dilucidare i punti più difficili per la gloria di Dio e il vantaggio del prossimo.
Beda esprime in modo mirabile la grandezza di tale lavoro quando afferma: « Non c'è grazia più sublime, né occupazione più meritoria di quella che guida il prossimo verso l'Autore di ogni bene e che accresce il giubilo della patria celeste, aumentando il numero degli eletti ».
E S. Bernardo: « La vera e casta contemplazione ha come carattere fondamentale il sacro fuoco dello zelo, cioè la brama d'attirare a Dio altri cuori, tanto che l'anima zelante interrompe volentieri persino l'esercizio del divino amore, per darsi all'apostolato; essa poi ritorna alla contemplazione con accrescimento di carità, ottenuto dai frutti abbondanti delle sue fatiche (Trattato della Carità, VIII, 34 e commento del Cant. dei cant., LVII, 9).
Se poi si considera che, come dice S. Gregorio, nessun sacrificio è più caro a Dio dello zelo per la salvezza dei fratelli, si capirà perchè Gesù riposasse con tanta delizia nel cuore di Geltrude, altare vivente, da cui si elevava incessantemente il profumo soave di tale preziosa offerta apostolica. Un giorno il Signore Gesù, il più bello fra i figli degli uomini, le si presentò portando sulle regali e delicate spalle una casa enorme, che pareva sul punto di cadere. « Come vedi - diss'Egli alla sua Sposa - io sono schiacciato sotto il peso di quest'edificio. Esso è la Religione; l'edificio crolla da tutte le parti, e s'incontrano ben poche anime generose che vogliono venirmi in aiuto per sostenerlo! O mia amatissima Sposa, compatisci alla mia stanchezza! ». E aggiunse: « Coloro che, con atti o parole, diffondono la Religione, sono poderose colonne che sostengono il mio peso e mi aiutano a portarlo, secondo le loro forze ». « Geltrude, profondamente commossa e piena di compassione per l'amato suo Signore, propose di dedicare ogni energia al progresso della Religione, e di osservare la Regola al di là delle sue forze, per essere a tutte stimolo di buon esempio.
Dopo qualche tempo di fedeltà rigorosa e assoluta, Nostro Signore, pago delle sue buone disposizioni, la chiamò al dolce riposo della contemplazione, di cui però non era mai stata priva, neppure nel periodo del più intenso lavoro. Egli le fece sapere, da parte di alcuni fedeli amici, che doveva abbandonare ogni occupazione esteriore per non intrattenersi che col Diletto dell'anima sua. Geltrude accettò con gioia questo invito, e si diede tutta al mistico riposo della contemplazione, ricercando nel suo cuore Colui che si degnava comunicarsi a lei con effusioni speciali di grazia.
Non posso tralasciare di rendere note alcune espressioni che scrisse a Geltrude un gran servo di Dio, in seguito ad una rivelazione. « Oh fedele Sposa di Cristo, "entra nel gaudio del Tuo Signore" (Mat. XXV, 21). Grande è la predilezione di Gesù per il sacro ardore con cui hai speso le tue forze nella difesa delle verità; ora desidera vederti riposare tranquillamente all'ombra delle divine consolazioni, per soddisfare alle sue e tue brame. Come l'albero "piantato in riva all'acqua" (Ps. I, 3) produce frutti abbondanti, così tu offri al Diletto, con l'aiuto della divina grazia, frutti soavissimi per ogni pensiero, parola ed opera. Nulla va perduto: il vento cocente della persecuzione non potrà giammai inaridire l'anima tua, continuamente irrorata dal profluvio della grazia celeste. Ricercando in tutte le cose la gloria di Dio e non la tua, offri al Diletto il centuplo di tutto il bene che desidereresti compire, o promuovere negli altri. Di più, il divin Salvatore si compiace di riparare, davanti al Padre suo, le fragilità à le debolezze che deplori in te, o negli altri, e si prepara a ricompensarti come se nulla fosse mancato alla perfezione de' tuoi atti. La Corte celeste gode a tale vista, ed esulta, cantando le lodi del Signore, e ringraziandolo di tutti i beni di cui ti ha ricolmata ».

CAPITOLO VIII
CARITA' SUA COMPASSIONEVOLE
Allo zelo ardente per la giustizia, Geltrude univa un sentimento profondo di tenera, compassionevole carità. Quando vedeva alcuno gemere sotto il peso della tribolazione, oppure sentiva dire che una persona lontana si trovava nella sofferenza, subito cercava di consolarla e, se non poteva farlo di presenza, le inviava delicati incoraggiamenti.
Come un povero malato febbricitante invoca guarigione e ristoro, così Geltrude domandava allo Sposo divino sollievo per i sofferenti.
La sua tenera compassione non abbraccia soltanto gli esseri ragionevoli, ma si allargava dolce e diffusiva, ad avvolgere qualsiasi creatura. Quando vedeva gli uccelletti, o altri animali soffrire fame, sete, freddo, si commoveva per le opere del Signore così provate; di più, considerando la grande nobiltà che riveste qualsiasi creatura se si considera nella luce del suo Autore, offriva a Dio, come tributo di lode, le pene degli esseri irragionevoli, supplicandolo di avere pietà delle opere delle sue mani, e di ristorarle nelle loro materiali necessità.

CAPITOLO IX
AMMIRABILE SUA CASTITA'
La castità, che S. Bernardo chiama la luna del cielo spirituale, brillò in Geltrude di chiaro e puro splendore. Ella stessa confessava con semplicità di non aver mai guardato volto d'uomo, in modo da ritrarne i lineamenti. Tutti gote, vano affermarlo. Se le capitava di avere con qualche servo di Dio colloqui intimi, anche di lunga durata, ella non levava mai lo sguardo per mirare il suo interlocutore. Questa riservatezza ammirabile non s'applicava solo agli sguardi, ma a tutto il contegno, sia che parlasse, od ascoltasse, così da dare impronta celeste ad ogni espressione di vita.
Lo splendore della sua castità era tale che le suore del Monastero dicevano, ridendo, che si sarebbe potuto metterla sull'altare, fra le reliquie dei Santi, per la illibatezza del suo cuore.
Questo non deve stupire. Geltrude si deliziava nel meditare la Sacra Scrittura, cioè trovava la sua gioia in Dia stesso; ora non v'è mezzo più sicuro per mantenersi casti. Dice S. Gregorio a questo proposito: « Chi gusta le cose dello spirito, fugge da quelle della carne». E S. Gerolamo scrive al monaco Rusticus: « Ama le sacre carte e fuggirai il vizio impuro » (Lettera 125), Anche solo questa prova convince dell'eminente purezza di Geltrude. Se talvolta, leggendo la Sacra Scrittura, incontrava qualche passo che non le sembrasse adatto al suo stato verginale, subito volgeva lo sguardo altrove; se proprio era obbligata a leggere, lo faceva con rapidità e trepidazione, svelando, nella vampa di timido rossore che le incarnava le guance, la lotta intima del suo delicato riserbo. Interrogata su tali passaggi schivava di rispondere, mostrando una specie di attristata ritenutezza che faceva ben capire come avrebbe preferito essere trapassata da una spada piuttosto che sfiorare certi argomenti. Quando però si trattava della salvezza, delle anime superava ogni ripugnanza e toccava questo soggetto con senno, prudenza, carità, senz'aggiungere alla necessaria trattazione, parola superflua.
Un santo vecchio, al quale Geltrude manifestava i segreti della sua coscienza e le tenere familiarità di cui godeva da parte di Nostro Signore, diceva: « Non ha incontrato nessuno che fosse più di lei alieno a tutto ciò che può offendere la purità ed oscurarne lo splendore». Così, tacendo delle altre virtù, perchè aveva più particolarmente studiato in Geltrude il dono della castità, non si stupiva che Dio l'avesse scelta per rivelarlo ai suoi più intimi, segreti, giacché il Vangelo dice espressamente: « Beati i cuori puri perchè vedranno Dio » (Matt. V, II). Leggiamo in S. Agostino: « Noi non vediamo Dio con gli occhi del corpo, ma con lo sguardo dell'anima » (Ag. lettera 147). Lo stesso Dottore afferma altrove che la luce del giorno non è raccolta che da un occhio sano, così Dio non è visto che dal cuore puro, cioè dal cuore che ha espulso perfino il ricordo del peccato, e che è veramente il tempio di Dio.
Concludiamo con un'ultima prova, degna di fede. Un'anima pia aveva pregato Dio di affidarle un messaggio per la sua diletta Sposa Geltrude. Rispose Gesù: « Dille da parte mia: "E' bella e ricca di attrattiva". Tale persona per tre volte fece la stessa richiesta, non afferrando bene il senso della risposta. Infine richiese: "Dammi, o amatissimo Signore, l'intelligenza di queste parole". "Dirai alla mia diletta - spiegò Gesù - che mi compiaccio della sua bellezza interiore, perché lo splendore della mia purezza e della mia immutabile Divinità, irradiano nella sua anima incomparabili fulgori. Così io prendo le mie delizie nell'incanto delle sue virtù, perchè la linfa vivificante della mia Umanità deificata, comunica alle sue azioni una vita incorruttibile" ».

CAPITOLO X
CONFIDENZA ASSOLUTA CHE BRILLO' IN GELTRUDE
Geltrude possedeva in grado eminente, non solo la virtù, ma anche il dono di confidenza. Era così tranquilla e sicura che, né tribolazioni, né biasimi, né ostacoli e neppure le stesse sue colpe potevano menomamente turbarla, o alterare la sua incondizionata fiducia nella divina misericordia. Se talvolta Dio la privava dei favori ai quali era abituata, non si perdeva d'animo: per lei godere, o patire era la stessa cosa; infatti, durante la tribolazione, si animava alla speranza, credendo fermamente che tutto coopera al bene degli eletti, sia che si tratti di vicende esterne, o di operazioni interne; nelle ore più penose, con la sguardo illuminato dalla fede, intravedeva le consolazioni, di cui l'avversità presente le sembrava sicura caparra, così come un esiliato aspetta, su rive lontane, il messo che deve recargli notizia della patria. La vista delle sue colpe non poteva abbatterla, né scoraggiarla, perchè, ristorata dalla presenza della grazia, la sua anima, sempre più umile, si rendeva meglio adatta a ricevere i doni di Dio.
Talvolta le capitava di sentirsi fredda come « un carbone spento » (libro III, cap. XVIII): allora si sforzava di cercare con maggior impegno, il suo dolce Signore e, rianimandosi al calore della grazia, si trovava pronta a ricevere ancora i lineamenti della divina somiglianza. Come l'uomo, passando dalle tenebre in piena luce, si trova di colpo investito dal bagliore, così ella, illuminata dalla divina presenza, riceveva non soltanto raggi di splendore, ma anche gli ornamenti adatti alla regina che deve presentarsi al Re « immortale dei secoli » (I Tini., 1, 17) cioè abiti d'oro splendidamente ornati di ricchi ricami; in tal modo si sentiva pronta all'unione divina.
Geltrude aveva preso l'abitudine di prostrarsi spesso davanti a Gesù, per domandargli perdono delle inevitabili fragilità della giornata. Quando però riceveva l'abbondanza delle divine misericordie, interrompeva tale pratica, s'abbandonava al divin beneplacito, considerandosi come una strumento destinato a manifestare le operazioni dell'amore, in essa, ed intorno ad essa, felice di prendersi una specie di rivincita col Dio del suo cuore.
La sua ammirabile confidenza in Gesù le ispirava un modo tutto soprannaturale di considerare la S. Comunione. Nulla di quanto avesse potuto udire, o leggere sul pericolo delle Comunioni mal fatte, le faceva tanta impressione da fargliene omettere anche una sola. Somiglianti libri, o discorsi animavano al contrario la sua confidenza; contando sulla bontà di Gesù Cristo ella andava a comunicarsi senza timore, e si sforzava di spirare anche agli altri tranquilla fiducia.
Se le capitava di dimenticare le preghiere del preparamento non si asteneva dal divino convito: ella pensava che le più lunghe e laboriose preparazioni sono un nulla in confronto alla grandezza del dono di Gesù Cristo. E' un dono gratuito. Tutti gli sforzi dell'uomo sono, al più, una goccia d'acqua paragonata all'oceano. Quantunque però sapesse di non poter in alcun modo prepararsi degnamente, pure, dopo d'aver compiuto un atto di totale fiducia nell'infinita bontà di Dio, Geltrude si sforzava di ricevere il Sacramento con cuore puro e fervente amore.
Ella attribuiva alla confidenza tutte le grazie e i beni spirituali che riceveva dal suo Dio e né lo ringraziava, persuasa che tali doni erano affatto gratuiti, senza alcun merito da parte sua.
La confidenza che aveva in Gesù le faceva desiderare la morte, desiderio però così uniformato al divin beneplacito che le era indifferente vivere, o morire: morendo sperava la beatitudine, vivendo sperava l'aumento della divina gloria.
Salendo un giorno un ripido pendio, Geltrude fece una caduta pericolosa. Nel rialzarsi disse con allegrezza: « Qual felicità, mio amabilissimo Gesù, se questa caduta mi avesse condotto subitamente a Te! », E siccome le consorelle sorprese, le chiesero se non temeva di morire senza ricevere i Sacramenti di S. Chiesa, ella rispose: « Desidero con tutto il cuore di ricevere gli ultimi Sacramenti prima di morire, ma ad essi preferisco la provvidenza e la volontà del mio Maestro: muoia poi improvvisamente, o a rilento, ho fiducia che la sua misericordia non mi mancherà giammai; senza poi tale misericordia nessuno potrà salvarsi, qualsiasi il genere di morte abbia a colpirlo».
Gli eventi più disparati la trovavano ognora nella gioia, perchè la sua mente era sempre fissa in Dio, con una costanza piena di vigore: a lei ben si addicono quelle parole: « Qui conftdit in Deo, fortts est ut leo: Chi confida in Dio, è forte quale leone» (Prov. XXVIII, 1).
Nostro Signore stesso si degnò di esaltare la confidenza della sua eletta Sposa. Una persona, dopo d'avere tanto pregato, si stupiva di non essere esaudita, nè di ricevere risposta. Le disse infine Gesù: « Ho tardato a risponderti perché non hai fiducia nella mia bontà e non credi che potrebbe operare in te cose grandi. Geltrude invece è così fortemente radicata nella confidenza, così abbandonata alla mia bontà, da obbligarmi a nulla rifiutare a' suoi desideri ».

CAPITOLO XI
DELLA VIRTU' DELL'UMILTA' E DI ALTRE VIRTU' CHE BRILLARONO IN GELTRUDE COME STELLE
Il Signore per stabilire la sua dimora nell'anima di Geltrude, l'aveva adornata di virtù fulgide come stelle. Fra tutte primeggiava l'umiltà, sorgente vera di ogni grazia e custode di tutte le virtù. Geltrude infatti si stimava così indegna dei doni di Dio, da non poter rassegnarsi a usufruirne ella sola; le pareva anzi di essere un canale destinato, nei misteriosi disegni della Provvidenza, a trasmettere agli eletti i divini favori. Non soltanto si dichiarava indegna di tali grazie, ma affermava che non avrebbero affatto fruttificato, se non partecipandole al prossimo con parole e con scritti.
La cara Santa ardeva di tale amore di Dio, e di un si grande disprezzo di se stessa che soleva ripetere: « Quand'anche dopo la mia morte dovessi subire i tormenti dell'inferno, come merito, mi resterà una consolazione, cioè il pensiero che altri, leggendo i miei scritti, loderanno il mio Dio; « che le sue grazie sterili in me, produrranno frutti di benedizione in altri ». La sua umiltà era così convinta da sembrare che le divine grazie, affidate alla più miserabile delle umane creature, dessero maggior rendimento che nella povera anima sua; perciò accoglieva, di momento in momento, tali favori per parteciparli al caro prossimo, come se li ricevesse proprio solo per quell'unico motivo. Giudicandosi con la severità dei Santi ella si considerava come l'ultima di coloro di cui il Profeta ha detto: « Omnes gentes quasi non sint, sic sunt coram eo: Tutte le nazioni sono davanti a lui come se non esistessero » (Isaia XL, 17). E più avanti: « Quasi pulvis esxiguus: Come un granello di polvere ». Come un po' di polvere nascosta sotto una piuma o qualsiasi altro oggetto, è preservata da quella leggera ombra dai raggi solari, così Geltrude si celava per sfuggire l'onore che poteva esserle prodigato, per le grazie sublimi di cui era favorita. Persuasa della sua indegnità ed ingratitudine ella, accogliendo i divini favori, ne rinviava tutta la gloria a Colui la cui ispirazione previene coloro che chiama, ed il cui soccorso accompagna coloro che giustifica. Pure, come già dicemmo, l'ardente brama dell'onore di Dio, la spingeva a rivelare le bontà del Signore a suo riguardo, e bene spesso precisava la sua intenzione con queste parole: « E' giusto che Dia raccolga nel prossimo il frutto dei benefici che ha accordato a me, che ne sono tanto indegna ».
Un giorno, durante una passeggiata, ella si confidò col suo Dio, sentendo un profondo disprezzo per se stessa: « Ah, mio Dio, il più grande de' tuoi miracoli è che la terra sostenga una peccatrice come sono io ! ». Ma Gesù, ch'esalta coloro che si umiliano, rispose tosto con bontà: « E' ben giusto che la terra ti sorregga, poiché perfino il cielo, nella sua magnificenza, aspetta con ansia gioiosa l'ora felice in cui avrà l'onore di possederti! ». Oh, ammirabile dolcezza della divina bontà, che si compiace di glorificare un'anima in proporzione della sua umiltà!
Una delle sue particolari industrie era quella di non lottare direttamente contro le tentazioni di orgoglio. Quando, durante la preghiera, o mentre compiva qualche opera buona, era assalita da pensieri d'amor proprio, continuava l'atto iniziato, dicendo fra sè: « Purtroppo a tutte le mie miserie s'aggiunge anche la superbia: mi rimane però una consolazione: forse, vedendomi operare il bene, qualche anima si sentirà spinta ad imitarmi e il buon Dio ne sarà glorificato ».
Nel suo ingenuo modo di pensare ella si considerava nella Chiesa di Dio, come uno di quegli spauracchi che si mettono sugli alberi al tempo del raccolto, per allontanare gli uccelli e salvaguardare i frutti.
Ne' suoi scritti Ella ci ha lasciato valide prove della sua dolce, fervente divozione: Dio stesso, che scruta le « reni e cuori » (Ps. VII, 10) si degnò di confermarne la realtà. Un uomo piissimo, animato un giorno da grande fervore, intese queste parole dal Signore: « La consolazione che t'allieta in quest'istante, riempie spesso l'anima di Geltrude nella quale ho posto la mia dimora ».
Il sommo disgusto ch'ella provava dei piaceri effimeri del mondo attesta meravigliosamente la dolcezza e la gioia che ella godeva nel suo Dio, perchè, come afferma S. Gregorio: « Ciò che è carnale non ha nessuna attrattiva per coloro che gustano le cose dello spirito ». E S. Bernardo aggiunge: « Chi ama Dio prova noia in tutto, tranne che nel godimento dell'unico oggetto delle sue brame ».
Un giorno, in cui Geltrude si sentiva come oppressa da tale disgusto riguardo alle gioie umane, esclamò: « Non c'è nulla sulla terra che ormai mi piaccia, se non Tu, o mio dolcissimo Signore! ». E Gesù di rimando: « Anch'io non trovo né in cielo, né sulla terra delizia alcuna senza di te, perché, nell'immenso mio amore, ti ho associata a tutte le mie gioie, in tal modo che non goda alcuna dolcezza se non con te: quanto maggiore poi è la mia gioia, tanto più grande è il frutto che tu ne ricavi ». E' lo stesso pensiero di San Bernardo: « L'amore del Re esige la giustizia, ma l'amore dello Sposo vuole la tenerezza e la fedeltà » (Predica LXXXIII, 5 sul Cantico dei cantici).
Geltrude era molto assidua alle veglie e alle ore regolari di preghiera, a meno che ne fosse impedita dalla malattia, o da opere d'apostolato, a vantaggio del prossimo.
Siccome poi il Signore l'inebriava di sua dolce presenza, Ella bene spesso prolungava i suoi trattenimenti spirituali per ore ed ore, con un ardore che superava le sue forze naturali. Osservava diligentemente le costumanze dell'Ordine che riguardavano la salmodia in coro, i digiuni, il lavoro in comune, e si dispensava con grande dolore da tali osservanze, che formavano la sua delizia. Ben a ragione S. Bernardo dice: « Chi una sola volta ha gustato le dolcezze della carità, si assume con gioia qualsiasi peso e fatica».
Il distacco del suo spirito da tutto il creato era così grande che non poteva sopportare, neppure per un attimo, cosa alcuna che fosse contraria alla rettitudine della sua coscienza. Un amico della nostra Santa chiese un giorno a Gesù, durante la preghiera quale disposizione Gli piacesse di più nell'anima della sua eletta Sposa. E Gesù rispose: « La libertà del cuore ». Ne fu deluso l'interlocutore, sembrandogli quella qualità di valore assai ridotto. « Credevo - aggiunse - che Geltrude fosse giunta ad un'altissima intelligenza dei vostri misteri e che possedesse un amore immenso ». « Ed è proprio così - affermò il Salvatore - perchè tali doni sono il risultata della libertà del cuore. Questa disposizione conduce alla più alta santità. Geltrude ad ogni istante è disposta a ricevere i miei doni, perchè non sopporta nell'anima sua nessuna cosa che possa frapporre ostacolo alla mia azione».
Conseguenza di questa libertà di spirito era la scioltezza e il distacco da ogni bene creato; la fedele sposa di Gesù non voleva cosa nella sua cella che non le fosse indispensabile. Quando riceveva qualche dono, subito chiedeva il permesso di distribuirlo al prossimo, avendo gran cura di favorire i poveri e di preferire i nemici agli amici.
Se doveva fare, o dire qualche cosa, si disimpegnava tosto per tema che la minima preoccupazione potesse turbarla nel divino servizio e menomare la sua assiduità alla contemplazione.
Il Signore stesso degnò rivelare il suo divino compiacimento per tale condotta, a S. Matilde. Le apparve seduta su d'un trono magnifico. Ai piedi di questo trono Geltrude andava in varie direzioni, ma il suo sguardo non si toglieva mai dal Volto di Gesù, attentissima com'era a raccogliere le minime indicazioni del suo sacratissimo Cuore. E. a S. Matilde, ammirata da questo spettacolo, il Salvatore disse: « Ecco qual'è la vita di Geltrude. Ella cammina dinanzi a me, senza perdermi di vista un solo Istante, nell'unica preoccupazione di compiere la volontà del mio Cuore. Appena le è dato conoscerla su di un punto, l'eseguisce all'istante con meravigliosa premura, e spinge lo sguardo più oltre per intuire gli altri miei desideri, e soddisfarli immediatamente. Così l'intera sua vita è consacrata alla mia lode e gloria ». « Ma se è così - obbiettò Matilde - donde viene ch'ella giudica con tanta severità i difetti e le negligenze delle consorelle? ». Il Signore rispose con bontà: « Siccome Geltrude non può sopportare la minima macchia sull'anima propria, così non può tollerare, con indifferenza, i difetti del prossimo ».
L'unica preoccupazione di Geltrude era di piacere a Gesù; riguardo agli abiti ed agli oggetti adibiti a suo uso, ella si accontentava dello stretto necessario, senza mai permettersi alcuna ricerca, o delicatezza. Se preferiva i libri della sua cella, la tavoletta sulla quale scriveva, o i libri che facevano maggior bene alle consorelle era perchè le servivano più di altri a far conoscere e amare Gesù.
Dimenticando affatto se stessa per non vedere che il suo amato Signore riferiva a Lui l'uso delle cose create, rallegrandosi perchè le sembrava, con quell'atto, di presentare un'offerta sull'altare di Dio, di distribuirla in carità. Quindi ella usava con gioia del nutrimento, del riposo, o di qualsiasi altro ristoro, perchè pensava di dare quel sollievo a Gesù, che scorgeva presente nel suo cuore, come pure mirava se stessa presente in Lui, secondo il detto evangelico: « Quod uni ex minimis meis fecistis, mihi fecistis: Quello che avrete fatto al minimo de' miei, l'avrete fatto a me stesso » (Matt. XXV, 40). Con logica stringente ella, considerandosi l'ultima e la più vile delle creature, intendeva accordare a Gesù quello che prendeva ella stessa. Il divin Salvatore si degnò manifestarle quanto quest'intenzione gli fosse cara. Un giorno, afflitta da un forte male di capo, aveva cercato sollievo mettendo in bocca alcune erbe odorose. Il Signore parve inchinarsi con bontà verso la sua Sposa e prendere lui stesso ristoro in quei profumi; dopo d'averne aspirato soavemente la fragranza, si rizzò e, raggiante di soddisfazione per la gloria ricevuta in quell'atto, proclamò davanti all'assemblea de' Santi: « Oggi ho ricevuto dalla mia Sposa un dono stupendo ». Geltrude tuttavia era ancora più felice, quando poteva tributare al prossimo le sue carità; allora brillava in volto la gioia dell'avaro che, invece di una moneta sola, riceve cento marchi.
Con semplicità deliziosa Ella voleva che tutto le venisse come in dono da Gesù; quando doveva scegliere questa, o quella cosa, sia vesti, sia cibo, chiudeva gli occhi e tendeva la mano, ricevendo il primo oggetto che le capitava, persuasa che le fosse presentato dal suo Dio; l'accettava poi con tale gratitudine, come se proprio il Signore glielo avesse offerto personalmente, punto badando se quella cosa fosse più o meno di suo gusto.
Il suo nobile cuore provava tanta gioia in questo caro esercizio, che bene spesso esprimeva il suo rammarico, pensando che i pagani e gli ebrei non avevano la consolazione di entrare in continuo, dolce commercio con Dio.
Geltrude aveva pure in sommo grado la virtù della discrezione: quantunque assai colta nella S. Scrittura, tanto che moltissimi le chiedevano consigli, ritornandosene poi rapiti per la sua rara prudenza, pure, quando si trattava della sua personale direzione, cercava consigli perfino a' suoi inferiori, li ascoltava con umile deferenza e, quasi sempre, abbandonava le proprie idee per seguire quelle degli altri.
Ci sembra ormai superfluo dimostrare come ciascuna virtù particolare brillasse in Geltrude di vivo splendore: l'obbedienza, la mortificazione, la povertà, la prudenza, la fortezza, la temperanza, la misericordia, la carità, fraterna, la costanza, la gratitudine, la gioia del bene altrui, il disprezzo del mondo e molte altre ancora, giacché abbiamo visto che essa possedeva in alto grado la discrezione, chiamata la madre di tutte le virtù (Regola di S. Benedetto, cap. LXIV).
Aveva pure quell'ammirabile confidenza, base della vita cristiana, a cui Dio nulla rifiuta, tanto più quando si tratta di beni spirituali; anche la nobile umiltà aveva gettato nell'anima sua, come abbiamo visto, profonde radici. Parlando della sua carità verso Dio e verso il prossimo, abbiamo provato che tale virtù, regina delle regine, aveva stabilito in essa il suo trono, irradiando, anche esteriormente, riflessi di misericordiosa bontà. Ometteremo quindi di descrivere dettagliatamente com'ella praticasse tale virtù, quantunque avremmo modo di citare un numero grande di fatti che sorpassano quelli già esposti, e che sono di tale natura da deliziare il devoto lettore. Il fin qui detto però basta per provare che Geltrude fu uno dei cieli nei quali il Re dei re si degnò abitare, come su d'un trono tempestato di stelle.

CAPITOLO XII
TESTIMONIANZE CHE DIMOSTRANO COME GELTRUDE FOSSE VERAMENTE UN CIELO SPIRITUALE
La Chiesa, per celebrare la gloria degli Apostoli, li chiama cieli spirituali ed afferma: « O Cristo, essi sono i cieli che Tu abiti: con la loro parola sei tuono che scuoti, coi loro miracoli, lampo che illumina, e, per loro mezzo, sei rugiada benefica di grazie »« (dagli antichi messali tedeschi nella festa degli Apostoli).
Gli stessi privilegi ebbe Geltrude. Aveva parola efficace e feconda, tanto che non si poteva ascoltarla senza sentirsi conquisi; ben a ragione le convenivano i detti dell'Ecclesiastico «Le parole del saggio sono strali come chiodi solidamente infissi » (Eccl. XII, 11).
La debolezza umana talvolta rifiuta la verità, che sgorga da un cuore acceso di fervore. Un giorno Geltrude aveva corretto una suora con parole alquanto aspre: la poveretta, spinta da un sentimento di tenerezza, pregò il Signore di moderare lo zelo troppo fervido di Geltrude; ma ricevette da Lui quest'istruzione: « Quando vivevo in terra, provavo ancor io sentimenti ed affetti ardentissimi: la vista dell'iniquità accendeva in me il fuoco di un simile zelo; la mia diletta in ciò mi assomiglia ». « Ma dolce Signore », riprese la suora « Tu non dirigesti parole così dure che ad uomini ostinati nel male. Geltrude talvolta è severa, anche con coloro che sono da tutti stimati e giudicati buoni ». Ed il Signore: « Coloro fra i giudei che più si sollevarono contro di me, passavano agli occhi di tutti per santi ».
I discorsi di Geltrude erano, per le anime, rugiada di Dio. Parecchi affermarono che una sola sua parola, aveva avuto maggior efficacia dei lunghi discorsi di rinomati predicatori. Spesso venivano a lei anime ribelli, ostinate, invincibili: dopo d'aver raccolto qualche parola dalle sue labbra versavano lagrime sincere e, penetrate di compunzione, si dicevano pronte a compiere ogni dovere.
Non solo però il consiglio, ma anche le preghiere di Geltrude producevano effetti stupendi. Molte persone, dopo essersi a lei raccomandate, si trovarono improvvisamente libere da gravi, diuturne pene, tanto che, trasportate d'ammirazione, pregarono spesso gli amici di quell'anima eletta di ringraziarne Dio e la sua fedele Sposa. Nè dobbiamo tacere che alcuni furono avvisati in sogno di rivolgersi a Geltrude per confidarle le loro pene; e quando l'ebbero fatto, si sentirono esauditi.
Tali meraviglie non differiscono molto dallo splendore dei miracoli perché il sollevare le anime, non è da meno di guarire i corpi. Pure racconteremo anche qualche fatto prodigioso, per dimostrare come in Geltrude abitasse la virtù di Dio.

CAPITOLO XIII
MIRACOLI DI GELTRUDE
Era il mese di marzo ed il freddo imperversava con tale rigore, da far temere per la vita degli uomini e degli animali. Di più si temeva la perdita totale del raccolto perchè, a quanto si diceva, il freddo, per il ciclo lunare, doveva continuare ancora a lungo.
Un giorno, durante la S. Messa alla quale Geltrude assisteva nell'intento di comunicarsi, pregò devotamente il Signore secondo l'intenzione sopra accennata e domandò anche altre grazie. Le rispose Gesù: « Sta sicura: tutte le tue richieste sono esaudite ». Riprese ella: « O Signore, se veramente mi hai ascoltata è giusto che ti ringrazi subito; abbi la bontà di darmene una prova, facendo cessare tosto questo freddo così rigido». Dette queste parole non ci pensò più. Ma quale non fu la sua meraviglia quando, uscendo di coro dopo la S. Messa, trovò la strada inondata per l'improvvisa fusione della neve e dei ghiacci! Tutte rimasero stupite a tale prodigio, contrario alle leggi di natura e, ignorando la supplica di Geltrude, andavano ripetendo che sfortunatamente la cosa non poteva durare, perchè contraria all'ordine regolare del tempo. Invece il clima mite si mantenne a lungo, per tutto il corso dell'entrante primavera.
In altra occasione, all'epoca delle messi, l'acqua cadeva a dirotto, pregiudicando il raccolto. Geltrude unì le sue preghiere a quelle del popolo ed ottenne formale promessa d'un tempo favorevole. In quello stesso giorno infatti, benché in cielo vagassero ancora le nubi, il sole avvolse nel suo manto d'oro la natura inondandola de' suoi benefici raggi.
Una sera, dopo cena, la comunità si era recata in cortile per un lavoro. Il sole brillava ancora; ma grosse nubi, gravide di pioggia, erano sospese nell'aria. Io stessa sentii Geltrude dire al suo Signore: « O Dio dell'universo, io non voglio che tu abbia a compire, come per forza, la mia volontà; se la tua benignità tiene sospesa la pioggia per me, contrariamente alle esigenze della tua gloria e al rigore della tua giustizia, ti prego, fa che si squarcino le nubi e che il tuo volere si compia». Oh, meraviglia! appena dette queste parole, il tuono rumoreggiò e la pioggia si mise a scrosciare. Geltrude, stupefatta, disse al Signore con la solita ingenua confidenza: « Clementissimo Gesù, abbi la bontà di ritenere la pioggia un momentino, affinché ci sia dato terminare questo lavoro, comandatoci dall'obbedienza»! E il Signore accondiscese amabilmente, sospendendo la pioggia fino al compimento della fatica comune. Ma appena le monache ebbero varcata la soglia, una pioggia torrenziale con fulmini e tuoni imperversò violentemente, e due o tre suore, che si erano attardate, rientrarono tutte inzuppate.
In altre occasioni Geltrude ricevette miracolosamente la divina assistenza senza formulare preghiera alcuna, con un solo sguardo d'amorosa intesa. Se, per esempio, seduta su d'un mucchio di fieno, lasciava in fallo sfuggire l'ago, diceva graziosamente al suo Maestro: « O Gesù, avrei io un bel cercarlo, sarebbe tempo sprecato; dammi la grazia di trovarlo subito ». Poi, volgendo gli occhi da un'altra parte, tuffava la mano nel fieno e prendeva l'ago con tanta sicurezza, come se fosse stato deposto su d'un tavolo, davanti a lei. In tutte le vicende ella chiamava in causa il Diletto che regnava sovrano nella sua anima, e sempre trovava in Lui un aiuto fedelissimo, un'ineffabile bontà.
Un giorno pregava il Signore di placare la violenza dei venti che inaridivano la campagna. Le disse Gesù: « E', inutile che ne' miei rapporti con te, mi serva dei motivi che talora mi obbligano a esaudire le preghiere degli altri: la mia grazia ha talmente unito la tua volontà alla mia, che tu non puoi volere che quello che voglio io. Sappi dunque che questo violentissimo uragano, indurrà a pregare alcuni cuori finora chiusi e ribelli al mio amore. Perciò non esaudirò la tua supplica, ma riceverai in cambio un altro dono spirituale». Geltrude gradì assai la proposta e, anche per l'avvenire, fu sempre felicissima di essere esaudita soltanto nella misura dei divin beneplacito.
S. Gregorio afferma che la santità dei giusti non consiste nel fare miracoli, ma nell'amare il prossimo come se stessi; il cuore di Geltrude era animato da questa carità, come abbiamo avuto occasione di dimostrarlo. Il racconto poi dei prodigi suesposti ci assicura che la sua anima era dimora di Dio. Tacciamo quindi coloro che insultano la bontà gratuita del Signore, e cresca la confidenza degli umili che, al racconto di tali meraviglie, hanno ragione di sperare qualche partecipazione si benefici accordati alle anime elette.

CAPITOLO XIV
PRIVILEGI PARTICOLARI DA DIO ACCORDATI A GELTRUDE
Narreremo ora altri episodi dello stesso genere, che con grande fatica, siamo riusciti a strappare dall'umiltà di Geltrude, come se fossero stati sigillati sotto una pesante pietra. Molte anime pie la interpellavano sulla loro frequenza alla S. Comunione e le esprimevano i loro dubbi in proposito. Dopo d'aver dilucidato le difficoltà proposte, ella consigliava e persino sforzava, per così dire, le anime ad accostarsi al celeste convito, fiduciose nella grazia e nella misericordia di Dio.
Ma un giorno n'ebbe scrupolo, pensando di avere oltrepassato i limiti delle sue competenze, e d'avere mancato di discrezione, con affermazioni troppo presuntuose. Ricorse perciò alla bontà del suo Dio e, dopo d'avergli confidato il suo turbamento, n'ebbe questa risposta: «Non temere, figlia mia, sta sicura e tranquilla, poiché io sono il Dio che ti ama, che con predilezione gratuita ti ha creata e scelta per abitare in te, onde prendervi le sue delizie: per assicurarti, in avvenire, io ti prometto che tutti coloro che, con divozione ed umiltà, ricorreranno a te per essere illuminati, otterranno risposte, per così dire, infallibili, né mai permetterò che anime indegne di ricevermi vengano a consultarti, riguardo alla S. Comunione. Perciò quando indirizzerò a te cuori stanchi ed afflitti per averne sollievo, dì loro di ricevermi con fiducia. Par amor tuo aprirò loro il mio paterno seno e li stringerò nelle braccia della mia tenerezza per dar loro un dolce bacio di pace ».
Le prove dell'amore di Gesù erano continue. Un giorno, mentre pregava per un'anima, fu presa da una grande angustia, temendo che quell'anima ottenesse meno di quanto aveva sperato. Ma Gesù la calmò con divina accondiscendenza: « Sta tranquilla, figlia mia: darò a coloro che in te avranno posto la loro fiducia tutto quello che spereranno ottenere dal tuo aiuto: di più accorderò volentieri ciò che tu avrai loro promesso da parte mia: se talora la fragilità umana porrà impedimento a tali effetti, t'assicuro, per altro, che in quelle anime avrò operato l'avanzamento nella virtù da te promesso ».
Geltrude, pensando qualche giorno dopo a queste magnifiche promesse, e sentendo l'enorme peso della sua indegnità, domandò al Signore come mai potevano compirsi tali meraviglie, per mezzo di una creatura così vile ed abbietta. Il Signore rispose: « La Chiesa non gode forse collettivamente lo stesso privilegio che accordai soltanto a Pietro con quelle parole: « Quello che legherete in terra, sarà legato anche in cielo? » (Matt. XVI, 19). Essa crede che tale potere risieda in ciascun sacerdote: perchè dunque non crederai tu che posso e voglio adempire le promesse, che il mio amore si degna di farti?». Toccandole poi la lingua disse: « Ecco che ho messo le mie parole nella tua bocca » (Ger. 1, 9) e confermo nella verità tutto quello che tu dirai al prossimo, dietro l'ispirazione del divin Paracleto. Se tu prometterai qualche cosa sulla terra in nome mio, io ratificherò in cielo tale promessa ». Geltrude obbiettò: « Non posso rallegrarmi di questo privilegio perchè, se dietro l'impulso dello Spirito Santo, mi capiterà d'affermare che quella, o quell'altra colpa non rimarrà impunita, sarò causa di pena e di danno al mio prossimo ».
Rispose Gesù: « Quando lo zelo per la giustizia, o l'amore per le anime ti consiglierà tali parole, io infonderò alla persona a cui le indirizzerai la dolcezza della mia bontà, e desterò nel suo cuore una compunzione così vera, da non meritare più le mie vendette».
Aggiunse poi Geltrude: « O Signore, se tu parli davvero per mio mezzo, come ti sei degnato di assicurarmi, perchè i miei consigli producono effetti così meschini quantunque mi senta ispirata a darli, solo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime? ». Il Signore si degnò di risponderle: « Non stupirti, figlia mia, se le tue parole sono talora infeconde, poiché Io stesso, quando vivevo in terra, predicavo con tutto l'ardore del divino Spirito senza produrre alcun bene: ogni cosa è regolata dalla Provvidenza, la quale ha le sue ore fisse ».
Un giorno, dopo d'aver ripreso una persona per le sue colpe, corse a rifugiarsi presso Gesù, supplicandolo d'illuminare la sua intelligenza, affinché parlasse a ciascuno secondo la volontà di Dio. « Non temere, figlia mia - dissele Gesù - ma abbi grande confidenza, perchè ti ho accordato un sommo privilegio; quando anime umili e sincere verranno a consultarti, tu giudicherai e deciderai nella luce della verità, come giudico Io stesso, secondo la natura delle cose e la condizione delle persone; se la materia è grave, darai, da parte mia, risposta severa; se è leggera, la tua parola sarà più mite ». Geltrude, penetrata dalla sua indegnità, esclamò « O Padrone del cielo e della terra, ritira e limita l'eccessiva tua bontà a mio riguardo, perchè, cenere e polvere quale io sono, mi sento indegna di un dono così stupendo » ! Ma il Salvatore insistette con tenerezza: « Ti par gran cosa lasciar giudicare le cause della mia inimicizia da te, che esperimenti così spesso i segreti della mia amicizia? ». E confermò: « I tribolati che verranno umilmente e con semplicità a cercare da te parole di consolazione, non rimarranno giammai delusi, perché Io, il Dio che risiede nell'anima tua, voglio, nella mia amorosa tenerezza diffondere, per tuo mezzo, i miei benefici, inondando la tua anima dell'ineffabile gioia che sgorga dal mio divin Cuore ».
Ella pregava un giorno per alcune persone che le erano state raccomandate. Gesù rispose: « Nei tempi antichi, quando alcuno poteva accostarsi all'altare, si rallegrava di essersi assicurata la pace. Ora, avendoti scelta per dimora, ti prometto che colui che implorerà con fiducia il soccorso delle tue preghiere, riceverà grazie di salvezza ». Questo fatto è confermato da S. Matilde, nostra cantora, di dolce memoria.
Pregando un giorno essa per Geltrude, vide il cuore della medesima, sotto la forma di un solidissimo ponte, rinforzato a destra ed a sinistra da due muraglie assai consistenti: una rappresentava la divinità di Gesù, l'altra la sua santissima Umanità. Il Signore affermò: « Coloro che verranno a me su questo ponte, non potranno cadere, né deviare dal retto cammino ». Egli intendeva dire che coloro che seguiranno i consigli di Geltrude, non potranno errare giammai,

CAPITOLO XV
COME DIO L'OBBLIGO' A PUBBLICARE QUESTI FAVORI
Dio si degnò manifestare in seguito la sua volontà, che venisse pubblicato il resoconto di tutte queste grazie. Ma Geltrude era alquanto restia; essa si chiedeva, quale utilità avrebbe prodotto tale scritto, giacché era fermamente decisa di non permettere che fosse reso noto, prima della sua morte. D'altra parte le sembrava che, dopo la sua dipartita da questo mondo, quelle pagine sarebbero state inutili, e fors'anche causa di turbamento ai fedeli. Il Signore, rispondendo a' suoi intimi pensieri, le disse: « Quando S. Caterina era in prigione l'ho visitata e consolata con queste parole: "Sta serena, figlia mia, poiché sono con te". Ho chiamato Giovanni, il mio Apostolo prediletto, con queste parole: "Vieni da me, o mio amatissimo Apostolo". La vita dei santi poi è tutta infiorata da espressioni consimili. Non servono forse ad accendere la divozione, ed a ricordare la mia tenerissima bontà per gli uomini? ». Aggiunse: « Molte anime, sentendo la narrazione dei privilegi a te accordati, potranno desiderarli, e, per esserne degne, si sforzeranno d'emendarsi dei loro difetti ».
Un altro giorno ella si chiedeva stupita come mai il Signore l'ispirava interiormente di manifestare il contenuto di questo libro, pur sapendo che molti spiriti meschini avrebbero disprezzato tali doni, ed avrebbero trovato più motivo di calunnia che di edificazione. Il Signore volle illuminarla con queste parole: « Io ho posto in te tale abbondanza di grazie, da dover esigerne frutti copiosi. Voglio che le anime che hanno ricevuto favori simili a' tuoi e che ne fecero poco conto, si ricordino, leggendo il tuo libro, dei privilegi ricevuti, e si eccitino a tale riconoscenza da meritarne ancora degli altri. Riguardo poi a coloro che hanno un cuore perverso e che disprezzeranno i miei doni, li castigherò facendo ricadere su di essi il loro peccato, senza che tu abbia a soffrirne minimamente. Il profeta non disse di me: « Ponam its offendiculum: Io porrò come pietra di scandalo? » (Mz. III, 20).
Queste parole fecero capire a Geltrude che talora Dio invita i suoi eletti a compire azioni che saranno per altri oggetto di scandalo: gli eletti non devono ometterle nella speranza di aver pace coi cattivi, perchè la vera pace consiste nella vittoria dei buoni sui cattivi.
L'anima fedele vince quando, nulla trascurando di ciò che può tornare a gloria di Dio, si sforza di conquistare le anime perverse con la sua bontà e delicati riguardi; se poi non riuscisse nell'intento, la ricompensa non le mancherebbe sicuramente.
Ugo di S. Vittore ha detto: « I fedeli possono sempre trovare motivi di dubbio; gli infedeli, purché lo vogliano, hanno sempre buone ragioni per credere; così giustamente i fedeli ricevono la ricompensa della loro fede, e gli infedeli punizione della loro incredulità » (De arca morali, IV, 3, Ugo di S. Vittore).

CAPITOLO XVI
RIVELAZIONI RICEVUTE DA PARECCHIE PERSONE DEGNE DI FEDE CHE ATTESTANO L'AUTENTICITA' DI QUELLE DI GELTRUDE
Geltrude, considerando la sua viltà e miseria, si giudicava indegnissima dei divini benefici. Si confidò con Matilde di felice memoria, assai apprezzata per le rivelazioni ricevute da Dio, e la scongiurò d'interrogare il Signore riguardo alle grazie più sopra descritte. Non ch'ella dubitasse della divina bontà a suo riguardo, o che pretendesse certezza assoluta, ma bramava aver maggior slancio di riconoscenza per doni così generosi, e tenersi ben desta nella fiducia per sostenere gli assalti di sentimenti contrari. Matilde pregò assai per consultare il buon Dio. Vide allora Gesù, lo Sposo ricco di grazia e d'incanto, che attirava a sè l'anima per cui Matilde pregava, in modo che il cuore di Geltrude era posato sulla ferita del Cuore divino ed in pari tempo, vide la diletta Sposa che, col braccio destro teneva stretto il suo amatissimo Salvatore. La venerabile Matilde, estasiata, chiese il significato di quella visione.
Le disse Gesù: « Il colore verde de' miei abiti, ornati d'oro, significa l'opera della mia Divinità, che germina e sboccia nell'amore. Tale operazione fiorisce vigorosamente in quest'anima. Tu vedi il suo cuore fisso all'apertura del mio Costato, perchè me la sono unita così intimamente da poter essa, ad ogni momento, ricevere i benedetti influssi della mia Divinità ».
Chiese Matilde: « Dolcissimo Gesù, hai realmente promesso a Geltrude il chiaro lume della tua stessa conoscenza, affinché possa rispondere, con sicurezza assoluta, alle difficoltà che le verranno proposte, mettendo così le anime sulla strada del Paradiso? Geltrude mi palesò trepidando tale privilegio e, nella sua umiltà, mi pregò di tranquillizzarla su questo punto ». Rispose il Signore con grande benignità: « Sì, le ho accordato rari e grandi privilegi, in modo che chiunque ricorrerà a lei, riceverà, per suo mezzo, qualsiasi grazia. La mia misericordia poi non troverà mai indegna della S. Comunione un'anima ch’Ella avrà ritenuto degna di ricevere tale Sacramento; anzi guarderò con speciale tenerezza coloro che a me verranno per suo consiglio.
S'Ella giudicherà gravi, o leggere le colpe di coloro che la consulteranno, io farò eco alla sua stessa sentenza. Come in cielo « sono tre che rendono testimonianza, cioè il Padre, il Verbo e, lo Spirito Santo » (Giov. I, V, VII), così Ella dovrà appoggiare i suoi giudizi su tre grandi sicurezze:
I. Quando consiglierà il prossimo, badi bene di ascoltare la voce dello Spirito Santo che le parla interiormente.
II. Consideri se l'anima a cui si rivolge è pentita delle sue colpe, o almeno desidera di esserlo.
III. Cerchi di comprendere se ha buona volontà. Quando si avvereranno questi tre segni potrà, con tutta sicurezza, seguire l'interna ispirazione, perché io ratificherò il cielo gli impegni che avrà preso, appoggiandosi alla mia infinita bontà. Se dovrà parlare cerchi d'attrarre nell'anima sua, con un profondo sospiro, il soffio del mio divin Cuore e tutto quanto dirà, porterà il sigillo della certezza più assoluta. Ella non solo non potrà né ingannarsi, né ingannare, ma tutti, per suo mezzo, conosceranno i segreti del mio Cuore divino ».
Conclude poi Gesù: « Dille di custodire fedelmente le mie parole; qualora, col tempo, ed in seguito a molteplici occupazioni, Ella si sentirà intiepidire non deve perdersi di coraggio, perchè questi privilegi l'accompagneranno per tutta la vita ».
La venerabile Matilde volle ancora sapere da Gesù, se il modo d'agire di Geltrude non fosse talora un po' imperfetto. Infatti Ella passava con indifferenza da un'occupazione all'altra: per lei era tutt'uno pregare; leggere, scrivere, istruire il prossimo, correggerlo o consolarlo.
Rispose il Signore: « Geltrude aderisce talmente al mio Cuore e io ve la tengo tanto unita, che è diventata con me un unico spirito. La sua volontà armonizza con la mia, proprio come le membra del corpo umano, armonizzano con gli impulsi interiori.
Allorché l'uomo, mediante la sola sua volontà, dice alla mano: « fa questo » e all'occhio: « guarda! » senza indugio la mano e l'occhio obbediscono. Geltrude è per me una mano e un occhio di cui liberamente dispongo, senza che mai resi sta ad alcuno de' miei desideri. Io l'ho scelta per mia dimora; la sua volontà, e perciò ogni atto del suo volere, è vicino al mio Cuore, come il braccio con cui io opero. La sua intelligenza, cercando sempre ciò che può farmi piacere, è come l'occhio della mia Umanità. L'ardore dell'anima sua, quando dietro l'ispirazione dello Spirito Santo, comunica ciò che voglio, par quasi la mia lingua. I suoi giudizi, sempre prudenti, sembrano il mio fiuto. Inclino le orecchie della mia misericordia verso le creature che le ispirano tenera compassione. La sua intenzione mi serve di piede, perchè non si propone altro scopo di quello al quale tendo Io stesso. E' dunque necessario ch'ella si affretti a passare da un'occupazione all'altra, e che, compiuta un'opera, io la trovi pronta a seguire un'altra mia ispirazione. Se in ciò commette qualche negligenza, non ne avrà la coscienza macchiata, poiché compie sempre volentieri la mia Volontà »,
Un'altra persona assai versata nella scienza, spirituale, dopo d'aver pregato e ringraziato il Signore delle grazie accordate a Geltrude, ebbe una rivelazione che attesta i doni straordinari, e l'unione sublime della Santa con Dio.
Con tutta sicurezza possiamo perciò conchiudere che Dio stesso agiva in essa, giacché Egli medesimo si compiaceva d'attestarlo in modo degno di fede, per mezzo di due anime sante. E' da notare che l'una ignorava completamente le rivelazioni fatte all'altra, così come gli abitanti di Roma non sanno quanto accade in quel momento a Gerusalemme. Una di queste due persone ebbe poi a dire che, quantunque Geltrude avesse ricevuto grazie straordinarie, pure esse erano ancor nulla a confronto dei privilegi che avrebbero ricevuto in seguito.
E concluse: « Geltrude giungerà a un grado così alto di unione con Dio, che i suoi occhi non vedranno se non quello che Dio vedrà con essi; le sue labbra non diranno se non ciò che Dio vorrà pronunciare con le stesse, e così di ogni altro senso». Quando e come Dio compirà tali meraviglie? Lui solo lo sa e l'anima da Lui favorita lo conoscerà. Però le persone che la studiarono più da vicino, n'ebbero qualche sentore.
Un'altra volta Geltrude chiese ancora a Matilde, d'impetrarle da Dio il dono della mansuetudine e della pazienza, di cui credeva d'avere uno speciale bisogno. La venerabile Matilde, avendo eseguito la commissione, ebbe questa risposta: « La mansuetudine che mi piace in Geltrude, trae origine dalla parola latina manendo, cioè risiedere. Abitando io nell'anima sua, bramo che, come giovane sposa gode della presenza dello sposo, non esca dal suo interno se non per necessità, e prendendo lo sposo per mano, quasi per costringerlo a seguirla. Così, quando la mia Sposa dovrà lasciare il suo dolce ritiro per andarsene ad istruire il prossimo, bramo che ella segni sul cuore la croce di salvezza e che, prima di parlare, invochi il mio nome: allora potrà dire con fiducia tutto quello che la grazia le suggerirà. La pazienza che mi piace in lei deriva dalle parole pax et scientia, pace e scienza. Bramo che si eserciti con premura nella pazienza, per non perdere nelle avversità la pace del cuore, ma voglio che si ricordi perchè soffre, cioè per provarmi il suo amore e la sua fedeltà».
Un'altra persona, che le era affatto sconosciuta, ma che, dietro alla sua domanda, aveva pregato per lei, ebbe dal Salvatore questa risposta: « Io l'ho scelta per mia dimora, e mi compiaccio, vedendo che tutto quello che gli uomini amano in questa mia eletta è opera mia. Perfino coloro che non si intendono di cose spirituali, ammirano in essa i miei doni esterni, come l'intelligenza ed il forbito eloquio. Così l'ho in certo modo esiliata da' suoi parenti perchè nessuno l'amasse per motivi umani, e io solo fossi la cagione di tale affetto ».
Geltrude pregò ancora un'altra persona di chiedere a Gesù come mai, vivendo da tanti anni col sentimento continuo della divina presenza, le capitasse poi d'operare negligentemente, senza tuttavia commettere peccati seri, che potessero irritare il Signore contro di lei. Quella persona ricevette una risposta di questo tono.
« Non mi sdegno mai con Geltrude, perchè essa trova sempre giusto e buono tutto quello che io permetto e non si turba affatto qualunque cosa le capiti. Quando soffre una tribolazione, si tranquillizza, pensando che la mia Provvidenza dispone tutto con amore. S. Bernardo ha detto: « Colui a cui Dio piace, non può spiacere a Dio » (Pred. XXV, 8 sul Cant.). Queste risposte accesero in Geltrude il sentimento fervido della riconoscenza e ringraziò il suo Dio, dicendo fra l'altro: « Come mai, o mio Diletto, Ti degni dissimulare tutto il male che in me si trova, poiché, se è vero che la tua Volontà mi torna ognor gradita, lo devo non alla mia virtù, ma alla divina larghezza delle Tue grazie? ».
Il Signore si compiacque istruirla con questo geniale paragone: « Quando un libro ha la stampa troppo minuta, l'uomo per leggerlo usa gli occhiali; in tal caso il libro non ha subito cambiamento alcuno, ma sono le lenti che hanno prodotto quell'effetto. Così se io trovo in te qualche lacuna, la mia eccessiva bontà mi spinge a colmarla ».

CAPITOLO XVII
INTIMITA' CRESCENTE DE' SUOI RAPPORTI CON DIO
Geltrude talora era privata delle visite del Signore senza sentirne pena: n'ebbe qualche turbamento e volle chiedere la ragione di quella specie d'insensibilità. Il Signore amabilmente rispose: « La troppo grande vicinanza impedisce talora agli amici di mirarsi in volto! Infatti, se si stringono fra le braccia per baciarsi, non possono più gustare la gioia di vedere i loro lineamenti ». Queste parole le fecero comprendere che la momentanea sottrazione della grazia sensibile, aumenta assai il merito, perchè l'anima, durante tale prova, compia i suoi doveri con coraggio, lottando per adempierli con fedeltà.
Ella si domandava poi perchè Nostro Signore la visitasse con manifestazioni assai diverse da quelle ricevute in passato. « Allora - rispose Gesù - t'istruivo con risposte adatte per far conoscere al prossimo i miei desideri. Adesso svelo le mie operazioni soltanto alla tua intelligenza, perchè difficilmente potrebbero tradursi in parole. Io depongo nell'anima tua come in uno scrigno, le ricchezze della mia grazia, affinché ognuno trovi in te tutto quello che desidera. Tu sarai come una Sposa che conosce tutti i segreti del suo Sposo, e che, dopo aver vissuto con lui, sa intuirne le volontà.
Tuttavia non conviene rivelare i segreti che una reciproca intimità ha permesso di scoprire».
In seguito Geltrude ebbe a constatare la realtà di tali promesse, perchè, quando pregava per qualche intenzione che le era stata insistentemente raccomandata, non riusciva a ottenere dal Signore quelle risposte che prima le erano assai spesso accordate. Le bastava allora sentire il desiderio di pregare per quella causa: era segno infallibile della divina ispirazione, paragonabile alle risposte che aveva ricevuto in altri tempi.
Così, se taluno a lei ricorreva per luce, o per conforto, Ella sentiva tosto che la grazia la investiva; grazia congiunta a tale sicurezza, riguardo alle parole pronunciate, che sarebbe stata pronta a dare la vita per attestarne la verità. Eppure ella nulla conosceva in proposito, e non si era mai interessata di tali cose, né con parole, né con iscritti. Ma se non riceveva nessuna rivelazione riguardo all'oggetto della sua preghiera, ella se ne rallegrava di cuore, riflettendo che la Sapienza divina è così impenetrabile e così inseparabilmente unita all'amore, che il miglior partito è quello d'abbandonarle ogni cosa. Quest'abbandono la rapiva con un fascino superiore alla stessa conoscenza profonda dei segreti misteri di Dio.

Approfondimenti:
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