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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco, pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione, pro nationum concordia, pro principibus christianis, pro tranquilitate populorum, ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Le Rivelazioni Celesti di S. Brigida di Svezia - Libro III, V, VI (estratti)

LIBRO TERZO

Parole di Ambrogio alla sposa circa la preghiera dei buoni per il popolo e come per i Governatori, per i Signori secolari e per la Chiesa nelle tempeste sia indicata la superbia e, nel Porto, il passaggio alla Verità. Parole anche circa la chiamata spirituale della sposa.

Capitolo Quinto
Sta scritto che gli amici di Dio un tempo, pregando Dio, imploravano di aprire il cielo e scendere a liberare il popolo suo Israele. Ugualmente, in questi tempi, gli amici di Dio pregavano dicendo: O benignissimo Dio, noi vediamo morire un popolo innumerevole in pericolose tempeste, perché i Governatori sono esosi, tesi come sono soltanto e sempre alle cose terrene, dalle quali credono di poter ricavare i vantaggi maggiori. Perciò portando se stessi e il popolo là dove è più forte la violenza delle onde e poiché il popolo non conosce il porto sicuro, ne segue che è in pericolo un popolo numeroso, essendo troppo pochi quelli che arrivano a buon porto. Perciò, o Re d'ogni gloria, ti preghiamo che tu ti degni illuminare il porto, sicché il popolo possa scampare i pericoli e non ascoltare gli iniqui Governanti, ma raggiungere col tuo lume benedetto il buon porto.
Per codesti Governanti intendo tutti quelli che hanno potere civile o spirituale nel mondo. Molti di loro difatti sono tanto amanti della propria volontà, che non si curano del bene delle anime e dei loro sudditi, volontariamente impigliandosi tra le furiose tempeste del mondo, quali la superbia, la cupidigia, la corruttela – in queste cose imitati dalla povera comunità che crede di seguire la retta via. E così periranno essi, assieme ai loro sudditi, andando dietro a ogni loro appetito.
Con il porto, invece, io intendo l'accesso alla verità, la quale ora è per molti così offuscata, che se uno dice che la via diretta al porto della patria celeste è il santissimo Vangelo di Cristo, essi affermano non essere vero, andando piuttosto dietro a quelli che commettono ogni peccato e non credendo a quelli che predicano l'evangelica verità.
Per la luce poi, chiesta a Dio dai suoi amici, intendo una tal quale rivelazione da fare nel mondo, alla scopo di poter rinnovare la carità di Dio nei cuori degli uomini, per non dimenticare e trascurare la sua giustizia. Perciò piacque a Dio, per la sua misericordia e per le preghiere degli amici suoi, di chiamare te, nello Spirito Santo, a vedere, udire e capire spiritualmente, affinché quello che tu capisci nello spirito, lo riveli agli altri per volontà di Dio.
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Discorsi della Madre alla figlia con i quali Ella spiega le parole di Cristo e paragona mirabilmente i suoi esempi a un tesoro, la Divinità a un castello, i peccati alle fiere, le virtù ai muri, la bellezza del mondo e la gioia dell'amicizia a due fossi e come si deve comportare il Vescovo nella cura delle anime.

Capitolo Tredicesimo
La Madre di Dio parla alla sposa del Figlio e dice: Quel Vescovo mi prega per la sua carità e deve perciò fare ciò che mi sta molto a cuore. Io conosco infatti un tesoro, il cui possessore non sarà mai povero. Chi lo vedrà, non proverà tribolazioni e morte. Chiunque lo desidera, avrà con gioia quel che vuole. Ma questo tesoro sta nascosto in un castello, guardato da quattro fiere, e questo castello ha delle mura alte, grosse e massicce; fuori le mura scorrono due fossati larghi e profondi. Perciò lo esorto a oltrepassarli con un sol passo. Salga sulle mura con un sol passo, elimini le fiere con un sol colpo e così presenti a me una cosa preziosissima.
Ora ti dirò che cosa significano queste cose. Da voi si chiama tesoro, quel che raramente è usato e di rado è rimosso. Questo tesoro sono le parole del Figlio mio e i suoi preziosissimi esempi, che dette prima e durante la passione, e le cose meravigliose che fece quando prese in me carne, e quel che fa ogni giorno sull'altare, quando per la parola di Dio il pane diventa carne. Il tesoro preziosissimo sono tutte queste cose, ora così trascurate e dimenticate, perché son pochissimi quelli che le ricordano e se ne servono a loro giovamento. Quel corpo glorioso del Figlio di Dio giace in un castello fortificato, cioè nella potenza della Divinità. Come infatti il castello difende dai nemici, così la potenza della Divinità del Figlio mio difende il corpo della sua umanità affinché nessun nemico gli nuoccia.
Le quattro fiere poi sono i quattro peccati, che allontanano molti dal comunicare alla bontà e potenza del corpo di Cristo. Il primo è la superbia e l'attaccamento agli onori del mondo. Il secondo è la cupidigia dei beni del mondo. Il terzo è la sporca voluttà dell'immoderato riempirsi di cibo, sporchissima nell'eliminarlo. Il quarto è l'ira, l'invidia e la negligenza circa la propria salvezza. Questi quattro peccati sono amati da molti e per la loro amicizia, troppo si allontanano da Dio. Vedono infatti e prendono il Corpo del Signore, ma la loro anima è lontana da Dio, come (quella dei) ladri che desiderano rubare, ma non possono per le forti fiere che ci sono.
E perciò ho detto che bisogna vincere le quattro fiere d'un colpo solo. Il colpo poi significa lo zelo delle anime, con cui lo stesso Vescovo deve vincere i peccatori per mezzo delle opere di giustizia, fatte per divina carità, sicché vinte le fiere dei vizi, il peccatore possa pervenire al prezioso tesoro. E sebbene non possa arrivare a colpire tutti i peccatori, faccia il suo dovere come può, specie verso i suoi, non risparmiando né piccoli né grandi, né vicini, né cognati, né nemici, né amici. Così fece quel S. Tommaso inglese, che patì molte tribolazioni per la giustizia e morì poi di dura morte, perché non s'astenne dal percuotere con giustizia i corpi degli ecclesiastici, affinché ne soffrisse meno l'anima. Lo imiti quel Vescovo, sicché udendolo capiscano che egli ha in odio il peccato in sé e negli altri; e allora con tal colpo del divino zelo sarà ascoltato al cospetto di Dio e degli Angeli, sopra tutti i cieli e molti si convertiranno e miglioreranno, dicendo: Non odia noi, ma i nostri peccati; convertiamoci dunque e saremo amici di Dio e suoi.
I tre muri, poi, che circondano il castello sono tre virtù. La prima è il distacco dai piaceri carnali, facendo la volontà di Dio. La seconda è voler piuttosto patire ingiurie e danni per la verità e la giustizia, che aver onori e beni al mondo, rinnegando la verità. La terza è quella di non risparmiare la vita, neppure dei buoni, per la salvezza di ogni cristiano.
Ma guarda ora che fa l'uomo. In effetti, gli pare che i predetti muri siano così alti, da non poter essere assolutamente oltrepassati. Perciò i cuori degli uomini non s'accostano con assiduità a quel gloriosissimo Corpo e le loro anime sono lontane da Dio. Perciò ho comandato al mio amico di oltrepassare i muri con un sol passo. Da voi si dice « passo » quando i piedi hanno la massima distanza fra loro, per trasferire celermente il corpo. Così è del passo spirituale. Se infatti il corpo è in terra e il cuore è in cielo, allora si passano i tre muri predetti; infatti l'uomo riesce a lasciare la propria volontà, a sopportare rifiuti e persecuzioni per la giustizia e anche a morire di buon grado per l'onore di Dio, solo se considera le cose celesti.
I due fossati, poi, fuori le mura, sono la bellezza del mondo e la presenza e l'amicizia degli amici del mondo. In questi fossi molti liberissimamente preferirebbero adagiarsi e mai si curerebbero di veder Dio in cielo. E perciò questi fossi son larghi e profondi: larghi, perché la volontà di tali uomini è da Dio lontana in lungo e in largo; e sono anche profondi, perché contengono molti nel profondo inferno. Perciò questi fossi bisogna oltrepassarli d'un salto. Cos'è infatti il salto spirituale, se non il distacco del cuore dalle vanità e l'ascesa dalle cose terrene al Regno dei cieli?
Ecco, adesso è chiaro come devono essere annientate le fiere e oltrepassati i muri. Ora ti mostrerò come codesto Vescovo dovrà offrire la cosa più preziosa, che mai sia stata. La Divinità fu ed è dall'eternità, senza principio, perché non può in essa trovarsi principio né fine. L'Umanità invece fu nel mio corpo e prese da me carne e sangue. Perciò è essa la cosa più preziosa che mai fu o sia. Quando dunque l'anima del giusto riceve nella carità il Corpo di Dio in sé ed il Corpo di Dio la riempie, allora vi è in lei la cosa più preziosa che mai sia stata. Difatti, sebbene la Divinità sia nelle tre Persone, senza principio e senza fine in se stessa, tuttavia quando il Padre mandò il Figlio suo con la Divinità e lo Spirito Santo a me, allora assunse da me il suo Corpo benedetto.
Ordunque mostrerò a codesto Vescovo come quella preziosissima cosa bisogna offrirla al Signore. Dovunque l'amico di Dio trovi un peccatore, nelle sue parole c'è un po' di amore a Dio, ma un grande amore per il mondo: l'anima è vuota di Dio. Perciò l'amico di Dio abbia carità, addolorato che un'anima redenta dal sangue del Creatore sia nemica di Dio. E compatisca quella povera anima, rivolgendole quasi due voci: con l'una prega Dio di aver pietà di quell'anima, con l'altra addita all'anima il suo pericolo. Se poi unisce in una queste due voci, allora presenta a Dio con le sue mani la cosa preziosissima. Infatti, grandissimo è il mio compiacimento quando il Corpo di Dio, che fu in me, e l'anima da Dio creata, s'uniscono in una sola amicizia, e non fa meraviglia. Io infatti ero presente quando quell'egregio soldato, il Figlio mio, uscì da Gerusalemme per andare a combattere quella guerra, così crudele e terribile che si tendevano tutti i suoi nervi. La sua schiena era livida e insanguinata. I piedi forati dai chiodi, gli occhi e le orecchie pieni di sangue. Inclinò il capo, quando emise lo spirito. Anche il cuore gli fu spezzato con la lancia aguzza; e così, col massimo dolore, salvò le anime.
Colui che siede ora sul trono di gloria, stende il suo braccio agli uomini; ma pochissimi sono coloro che gli presentano la sposa. Perciò l'amico di Dio non indulga alla vita e ai beni (terreni), bensì giovi agli altri e a se stesso, presentandoli al Figlio mio. Dite dunque a codesto Vescovo, che mi chiede come sua cara amica, ch'io voglio dargli la mia fede e legarlo a me in un sol vincolo. Infatti, il Corpo di Dio, che fu in me, riceverà in sé la sua anima, con grande carità, affinché, come il Padre fu in me col Figlio, il quale accolse in sé il mio corpo e la mia anima, e come anche lo Spirito Santo, che è nel Padre e nel Figlio, fu dovunque con me, così il mio servo sarà a me legato con lo stesso spirito. Quand'egli infatti ama la passione di Dio e ha in cuor suo carissimo il Corpo di Lui, allora ha la sua personale umanità unita interiormente alla Divinità: Dio è in lui e lui è in Dio, come Dio è in me ed io sono in Dio. Quando il mio servo ed io avremo così un solo Dio, allora avremo anche un solo vincolo di carità, nello Spirito Santo, che è col Padre e con il Figlio un Solo Dio. Aggiungi ancora, un solo Verbo.
Se codesto Vescovo tiene fede alla promessa fatta a me, io gli sarò di giovamento durante la vita. Alla fine poi della vita voglio servirlo ed essere presente per presentare l'anima sua a Dio, e dirò così: O mio Dio, costui ti ha servito e obbedito, perciò presento a te l'anima sua.
O figlia, che cosa pensa l'uomo che disprezza l'anima sua? Nella sua incomprensibile Divinità avrebbe mai Dio Padre mandato il Figlio suo innocente a patire sulla terra una così dura pena, se non fosse per quel trasporto di letizia e di amore, che ha verso le anime e per quell'eterna gloria che ha loro preparata?
NB.: Questa rivelazione riguarda il Vescovo di Linköping, che poi fu Arcivescovo. A lui si riferisce anche la rivelazione del libro VI, cap. 22, che comincia: Quel Prelato...
Aggiunta relativa allo stesso Vescovo: Il Vescovo, per il quale tu preghi, venne a un po' di Purgatorio; stai certa però, che pur avendo avuto in terra tanta gente contraria, sono tutti giudicati ed egli per la fede e purezza sua sarà con me nella gloria.
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Invocazione a Cristo della sposa afflitta da diversi e futili pensieri, che non riesce a scacciare. Cristo risponde alla sposa che ciò è permesso da Dio. Grande utilità dei sentimenti di dolore e di timore a confronto della corona e come il peccato veniale non debba essere disprezzato, perché non conduca a quello mortale.

Capitolo Diciannovesimo
Parla il Figlio alla sposa: Figlia, perché ti preoccupi e sei agitata?
Ella risponde: Perché sono presa da vari e vani pensieri e non posso liberarmene e mi turba udire il tuo giudizio terribile.
Risponde il Figlio: Questa è vera giustizia. Come prima ti dilettavi degli affetti del mondo contro la mia volontà, così ora permetto ti vengano codesti pensieri contro il tuo volere. Temi però con misura e confida assai in me, tuo Dio, sapendo sicurissimamente che quando la mente non si compiace nei pensieri peccaminosi, ma vi resiste, detestandoli, essi sono purificazione e corona dell'anima. Se poi t'accorgi di compiacerti in qualche piccolo peccato, che sai essere peccato, e lo fai, trascurando d'astenerti e presumendo della grazia e non ne fai penitenza né altra emenda, sappi ch'esso può diventare mortale. Perciò se ti viene in mente qualche dilettazione di peccato, qualunque sia, rifletti subito dove va a finire e pentiti.
Dopo che, infatti, la natura umana s'è indebolita, da tale debolezza proviene spesso il peccato. Non c'è infatti uomo, che non pecchi venialmente. Ma Dio misericordioso ha dato all'uomo il rimedio, e cioè il pentimento d'ogni peccato anche di quelli già emendati, se per caso non se ne sia fatta adeguata emenda. Nulla infatti Dio odia di più che il sapere d'aver peccato e non curarsene o il presumere dei propri meriti, quasi Dio tollerasse qualche tuo peccato, perché non può essere onorato se non da te, o ti permettesse di compierne anche uno solo, dato che hai già fatto tanto altro bene. Anche se avessi pur fatto milioni di atti buoni, non basterebbero per redimere un solo peccato, data la bontà e la carità di Dio. Temi perciò in modo ragionevole e, se non riesci a scacciare questi pensieri, abbi almeno pazienza e sforzati con la volontà contraria. Infatti non ti dannerai perché essi ti vengono, ma se ne prendi diletto.
Anche se non acconsenti ai pensieri, temi di cadere in superbia. Chi sta in piedi, infatti, sta solo per forza di Dio. Perciò il timore è come un'introduzione al cielo; molti infatti caddero nel baratro della propria morte, perché avevano allontanato da sé il timore di Dio e si vergognarono di confessare davanti a Dio. Perciò mi rifiuterò di sollevare dal peccato chi trascura di chiedere perdono. Aumentando i peccati con la pratica, quello che era perdonabile per il pentimento essendo veniale, diventa, per negligenza e disprezzo, assai grave, come potrai comprendere in quest'anima già giudicata. Dopo che commise infatti il peccato veniale e perdonabile, l'aumentò per l'abitudine, confidando in alcuni suoi meriti e in alcune opere da poco, non pensando al mio giudizio. E così, l'anima adescata dall'abitudine alla disordinata affezione, non si emendò né frenò la volontà di peccato, fino a che non venne l'ultimo momento e fu pronto il giudizio. Mentre si avvicinava la fine, ancor più s'avviluppava miserabilmente la sua coscienza, si addolorava di dover presto morire costretta a separarsi da quel piccolo bene terreno che amava.
Dio infatti sopporta l'uomo fino all'ultimo e aspetta, semmai il peccatore voglia rimuovere totalmente la sua libera volontà, dall'affetto al peccato. Ma quando la volontà non si corregge, l'anima è avvinta quasi invincibilmente, perché il Diavolo sa che ognuno sarà giudicato secondo la coscienza e la volontà e fa ogni sforzo in quel punto, affinché l'anima prenda la cosa alla leggera e s'allontani dalla retta intenzione. E Dio lo permette, perché l'anima, quando doveva, non volle vigilare.
Non voler poi considerare e presumere troppo, se chiamo qualcuno amico e servo, come prima ho chiamato costui, perché anche Giuda fu chiamato amico e Nabuccodonosor servo. Ma come dissi direttamente: « Voi siete miei amici, se farete quel che vi comando », così dico ora: sono amici quando mi imitano, nemici quando, disprezzando i miei comandamenti, mi perseguitano. Forse che David non peccò di omicidio dopo che l'ebbi detto uomo secondo il mio cuore? E Salomone non decadde dalla sua bontà, pur avendo ricevuto tanti doni ammirabili e tante promesse? La promessa non s'adempì in lui, a causa della sua ingratitudine, ma in me, Figlio di Dio. Perciò come nei tuoi contratti si mette la clausola con la finale, così io nel mio parlare appongo questa clausola con la finale, così io nel mio parlare appongo questa clausola finale: se qualcuno farà la mia volontà e lascerà la sua eredità, avrà la vita eterna. Chi invece ascolterà, ma non persevererà nelle opere, sarà come il servo inutile e ingrato. Ma neppure devi diffidare, se chiamo qualcun altro nemico, perché appena il nemico volge la volontà verso il bene, subito è amico di Dio. Non era Giuda uno dei Dodici, quando dissi: Voi siete miei amici, perché mi avete seguito e sederete sopra i dodici seggi? Allora Giuda mi seguiva, ma non sederà con i Dodici. Come s'adempiono allora le parole di Dio?
Ti rispondo: Dio, che vede i cuori e le volontà degli uomini, secondo questa li giudica e li rimunera per quel che vede. L'uomo, invece, giudica per quel che vede in faccia. Perciò, affinché non insuperbisse il buono, né diffidasse il cattivo, Dio chiama all'apostolato sia i buoni che i cattivi e ogni giorno chiama agli onori i buoni e i cattivi, affinché chiunque in vita esercita un ufficio si glori nella vita eterna. Chi poi ha dignità senza il peso (dei doveri) se ne glori nel tempo, essendo destinato alla morte eterna. Poiché dunque Giuda non mi seguiva con cuore perfetto, non valeva per lui quel « mi avete seguito », perché non perseverò sino al premio; bensì valeva per quelli che avrebbero perseverato, sia allora che poi.
Giacché il Signore, alla cui presenza io sto, parla a volte al presente di cose che riguardano il futuro e di quelle da fare come se fossero già fatte; talvolta unisce anche passato e futuro e usa il passato per il futuro, perché nessuno ardisca porre in discussione gli imperscrutabili consigli della Trinità.
Ascolta ancora una parola: Molti sono i chiamati, pochi invece gli eletti. Così costui è stato chiamato all'episcopato, ma non è eletto, perché è ingrato alla grazia di Dio. Perciò, vescovo di nome ma decaduto dal merito, sarà trattato come quelli che scendono e non salgono.

Aggiunta
Il Figlio di Dio parla e dice: Ti meravigli, o figlia, che un vescovo fece una bellissima fine e un altro una fine orrenda, perché gli cadde una parete addosso e poco sopravvisse, e quel poco in gran dolore. Ti dico quel che dice la Scrittura, anzi io stesso, che il giusto di qualunque morte muoia è giusto presso Dio, mentre gli uomini del mondo reputano giusto quello che fa una bella fine senza dolori e vergogna. Dio invece ritiene giusto colui che è provato da lunga astinenza o che ha sofferto per la giustizia, perché gli amici di Dio sono tribolati in questo mondo e avranno minor pena in futuro o maggior gloria in cielo. Pietro e Paolo infatti son morti per la giustizia, ma Pietro morì più amaramente di Paolo, perché amò la carne più di Paolo e perché, avendo ricevuto il primato nella mia Chiesa, dovette a me assomigliare con una morte più crudele. Paolo invece, che amò di più la castità e faticò di più, ebbe la spada come egregio soldato, perché io dispongo le cose secondo i meriti e secondo misura. Perciò nel giudizio di Dio, non sono corona o condanna la fine o la morte spregevole, ma l'intenzione e la volontà degli uomini e la loro causa.
Così e di questi due Vescovi: Uno infatti soffrì di buona volontà più amarezze ed ebbe una morte più spregevole; l'altro morì con minori pene, ma non per la gloria, perché non soffriva di buona volontà; e perciò l'altro conseguì una fine gloriosa. Questo avvenne secondo la mia segreta giustizia, ma non per il premio eterno, perché non corresse la sua volontà durante la vita.
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Parole della Madre alla figlia, riguardanti, con alcuni esempi, la magnificenza e la perfezione della vita di S. Benedetto. Com'è indicata in un legno sterile l'anima non fruttuosa, nella pietra la superbia della mente, e nel cristallo l'anima fredda; tre scintille da osservare nel cristallo, nato da pietra e legno.

Capitolo Ventunesimo
Parla la Madre di Dio: Ti ho detto già che il corpo di S. Benedetto era come un sacco, che veniva disciplinato e si reggeva, ma non reggeva. Inoltre l'anima sua era quasi un Angelo, che emanò da sé grande calore e fiamma, come voglio mostrarti con un esempio. Come se fossero tre fuochi: il primo da mirra, per cui emanò odore soave; il secondo, acceso all'asciutto, da cui provennero carboni ardenti e fulgenti di splendore; il terzo, acceso dall'olivo, che diede fiamma, luce e calore. In questi tre fuochi intendo tre persone e in esse i tre stati nel mondo.
Il primo stato era di quelli che, considerando la carità di Dio, misero la propria volontà nelle mani degli altri, assunsero la povertà e l'abbiezione al posto della vanità e della superbia del mondo, amarono la castità e la purezza al posto dell'incontinenza. Questi tali ebbero fuoco, proveniente da mirra, perché come la mirra è amara e scaccia tuttavia i Demoni e toglie la sete, così l'astinenza da quelle cose era amara al corpo, distruggeva il seme della concupiscenza disordinata e svuotava d'ogni potere il Diavolo. Il secondo stato era di quelli che pensavano così: A che pro ameremo gli onori del mondo, non trattandosi d'altro che d'aria che arriva agli orecchi? E a che pro ameremo l'oro, se non è altro che terra rossa? E che fine è poi quella della carne, se non putredine e fuoco? A che ci giova desiderare le cose terrene, quando tutto è vanità? Perciò vogliamo soltanto vivere e lavorare perché Dio sia onorato in noi e negli altri e che con le nostre parole e con i nostri esempi siano infiammati per Iddio. Questi tali ebbero il fuoco proveniente dall'asciutto, perché era morto in loro l'amore del mondo e ognuno di loro produceva carboni ardenti di giustizia e fulgore di divina predicazione.
Il terzo stato era di quelli che, accesi dall'amore della passione di Cristo, con tutto il cuore desideravano morire per Cristo. Questi ebbero il loro fuoco acceso all'olivo. Come infatti l'olivo è in sé grasso e produce più calore quand'è acceso, così questi tali furono tutti impregnati della divina grazia, da cui trassero, per darlo, il lume della scienza divina, l'ardore della più ardente carità, la forza d'una edificantissima conversazione.
Questi tre fuochi si diffusero ovunque. S'attaccò per primo quello degli Eremiti e dei Cenobiti, come scrive Girolamo. Il secondo fu quello dei Confessori e dei Dottori. Il terzo quello dei Martiri, che spregiarono la propria carne, per Dio, e altro ancora avrebbero osato, con l'aiuto di Dio. Ad alcuni di questi tre stati e fuochi fu mandato S. Benedetto, il quale fuse in uno solo questi tre fuochi, per cui erano illuminati gli insipienti, infiammati i freddi e quelli che erano già ferventi si infervoravano ancora più. E con questi tre fuochi ebbe inizio l'Ordine di Benedetto, che dirigeva ognuno, secondo la propria disposizione e capacità, nella via della salvezza e dell'eterna felicità. Orbene come dal corpo di S. Benedetto spirava la dolcezza dello Spirito Santo, per cui si fondavano molti Monasteri, così dal corpo di molti suoi fratelli lo Spirito Santo uscì, cosicché il fuoco è diventato cenere, ormai sono spente le fiamme e non danno più calore, né luce, ma fumo di impurità e di cupidigia.
Ma a sollievo comune, Dio mi diede tre scintille, con le quali intendo più cose. La prima scintilla è tratta dal cristallo col calore e con la luce del sole, che se si concentra sul secco, ne viene fuori una gran fiamma. La seconda è estratta dalla dura pietra. La terza dal legno selvatico, che crebbe con le sue radici e con le sue foglie.
Col cristallo, ch'è appunto una pietra fredda e fragile, s'intende quell'anima, la quale sebbene sia fredda nell'amor di Dio, tuttavia si sforza con la volontà e l'affetto di tendere verso la perfezione e prega Dio che l'aiuti. Perciò questa volontà la porta a Dio e merita che crescano le sue aspirazioni, per le quali si raffredda la tentazione cattiva, finché Dio irraggiandole il cuore, si fissa tanto in quell'anima da svuotarla d'ogni vano diletto, cosicché ella non vuole più vivere se non per l'onore di Dio. Nella pietra è indicata la superbia. Che c'è infatti più duro della superbia di quella mente, che desidera tutti gli elogi e tuttavia ama farsi stimare umile e sembrare anima pia? Chi più abominevole di quell'anima che, nei suoi pensieri, si preferisce a tutti e da nessuno sopporta d'essere rimproverata o istruita? Eppure molti, a questo modo superbi, chiedono umilmente a Dio che dai loro cuori siano tolte la superbia e l'ambizione. Per questo, Iddio con l'aiuto della buona volontà rimuoverà dal loro cuore gli ostacoli e le mollezze, in modo da essere ritratti dalle cose mondane e incitati a quelle celesti.
Nel legno secco poi è indicata l'anima che, nutrita nella superbia, fa frutti per il mondo e desidera avere il mondo e ogni suo onore. Ma siccome teme la morte eterna, sradica molti rami di peccato, che altrimenti commetterebbe se non avesse quel timore. Per cui Dio, per quel timore, s'accosta all'anima e le ispira la grazia sua, affinché il legno secco diventi fruttifero.
Con queste scintille si deve rinnovare l'Ordine di S. Benedetto, oggi tanto desolato e abbattuto.
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Risposta di Gesù Cristo alle preghiere della sposa per gli infedeli. Come Dio ricavi onore dalla malizia dei cattivi, anche se non per la loro virtù e la loro volontà. Lo prova con un esempio, nel quale sono indicati la Chiesa o l'anima in una vergine, i nove Cori degli Angeli nei nove fratelli della vergine. Cristo nel Re, i tre stati degli uomini nei tre figli del Re.

Capitolo Ventiquattresimo
Signor mio Gesù Cristo, ti prego che la tua fede si diffonda fra tutti gli infedeli, che i buoni s'accendano ancora più del tuo amore, che i cattivi migliorino.
Rispose il Figlio: Tu ti turbi come se Dio abbia meno onore. Perciò ti porto un esempio, col quale potrai capire che Dio è onorato anche dalla malizia dei cattivi, anche se non per loro virtù e volontà.
C'era infatti una certe vergine saggia e devota, ricca e morigerata e aveva nove fratelli, i quali amavano ognuno la propria sorella come il proprio cuore, come se questo cuor loro fosse in lei. Nel regno poi, dove era quella vergine, era stabilito che chiunque avesse dato, ricevesse onore; chi rubasse, fosse derubato; chi poi violentasse, fosse decapitato. Il Re di questo regno aveva tre figli. Il primo di loro amava la vergine e le offrì calzari d'oro, una cintura d'oro, l'anello al dito e una corona in capo. Il secondo desiderò i suoi beni e la depredò. Il terzo desiderò la verginità della vergine, tentando di violarla.
Ora questi tre figli del Re furono catturati dai nove fratelli della vergine e presentati al Re. Dissero i fratelli: I tuoi figli hanno desiderato nostra sorella; il primo l'ha onorata e amata con tutto il cuor suo; il secondo l'ha depredata; il terzo avrebbe dato volentieri la vita, se avesse potuto violarla. Li abbiamo catturati quando la loro volontà era pronta a far queste cose. Ciò udito, il Re rispose: Son tutti e tre figli miei e li amo tutti egualmente. Ma non posso né voglio agire contro giustizia, e intendo giudicare dei figli e dei servi. Perciò tu, figlio mio, che hai onorato la vergine, vieni, ricevi l'onore e la corona col Padre tuo. Tu poi, figlio mio, che ne desiderasti i beni e li rubasti, andrai sì in carcere finché non restituisci il mal tolto fino all'ultimo quadrante, giacché, come mi è stato testimoniato, te ne sei pentito e volevi riparare, ma non potesti farlo perché sorpreso dai fatti e improvvisamente tratto in giudizio. Tu poi, figlio mio, che facesti ogni sforzo per violare la vergine e non te ne sei pentito, sia aggravato il tuo castigo in tanti modi quanti usasti per disonorarla.
Tutti i fratelli della vergine risposero: Lode a te, o giudice, per la tua giustizia. Se non ci fosse stata virtù in te ed equità nella tua giustizia e carità nella tua equità, mai si sarebbe così giudicato.
Questa vergine è la santa Chiesa, ben adorna per la fede, bella dei sette Sacramenti, pregevole nei costumi per le virtù, amabile nel tratto, perché addita la vera via all'eternità. Questa santa Chiesa ha come tre figli, nei quali sono indicati molti. Il primo, rappresenta quelli che amano Dio con tutto il cuore. Il secondo, quelli che desiderano le cose temporali a proprio onore. Il terzo, quelli che preferiscono la propria volontà a Dio. La verginità poi della Chiesa rappresenta le anime create dalla sola potenza di Dio.
Il primo figlio dunque regala i calzari d'oro, quando s'affligge per le negligenze e i peccati commessi. Presenta poi le vesti, quando osserva i comandamenti, osserva i consigli evangelici per quanto può. Dà poi la cintura, quando propone fermamente di perseverare nella continenza e nella castità. Le mette l'anello al dito, quando crede fermamente quel che comanda la santa Chiesa Cattolica, cioè il giudizio futuro e la vita eterna. Pietra dell'anello è la speranza, sperando costantemente di aver con la penitenza il perdono di ogni peccato, per quanto abominevole sia. Le mette poi la corona in testa, quando ha la vera carità: 1) Come infatti nella corona ci sono diverse pietre, così diverse virtù sono nella carità. 2) La testa poi dell'anima, ossia della Chiesa, è il corpo mio: chiunque lo ama e onora, è detto giustamente figlio di Dio. Chiunque perciò in tal modo ama se stesso e la santa Chiesa, ha nove fratelli e cioè i nove Cori degli Angeli, perché è con loro partecipe e compagno nella vita eterna. Gli Angeli infatti abbracciano tutti con amore totale e la santa Chiesa, come se stesse nel loro cuore. La santa Chiesa infatti non sono le pietre e le pareti, ma le anime dei giusti e perciò del loro onore e progresso gioiscono gli Angeli, come per se stessi.
Il secondo fratello, o figlio, indica quelli che, disprezzando la Costituzione della santa Chiesa, vivono ad onore del mondo e per amore della carne. Essi – offuscando la bellezza delle virtù – vivono secondo la propria volontà; ma poi verso la fine si pentono e detestano il mal fatto. A questi occorre la purificazione, fino a che con le opere e le orazioni si riconcilino con la Chiesa e con Dio. Il terzo figlio indica coloro che, avendo scandalizzato un'anima, non si curano di perire eternamente, pur di portare a compimento i loro piaceri. Sopra costoro, i nove Cori degli Angeli chiedono giustizia, perché non vollero convertirsi a penitenza.
Perciò quando Dio fa giustizia, lo lodano gli Angeli per la sua inflessibile equità. Adempiendosi poi l'onore dovuto a Dio, godono della sua potenza, per la quale si serve per il suo onore della stessa malizia dei cattivi. Perciò quando vedi i cattivi, compatiscili, ma godi dell'eterno onore di Dio. Dio infatti non vuol niente di male, perché Creatore di tutte le cose e Lui solo è buono; ma, come giustissimo giudice, permette molte cose per le quali in terra come in cielo Egli è onorato per la sua equità e segreta bontà.
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La moltitudine innumerevole dei Martiri cristiani sepolti a Roma e i tre gradi di perfezione dei Cristiani. Una certa visione della stessa sposa e come Cristo, apparsole, gliene abbia data la spiegazione e interpretazione.

Capitolo Ventisettesimo
O Maria, anche se indegna, chieggo il tuo soccorso. Io ti chiedo di pregare per la nobilissima e santissima città di Roma. Vedo infatti che alcune delle chiese, ove riposano le Ossa dei Santi, sono desolate. Alcune no, ma i cuori e i costumi di quelli che le reggono sono da Dio lontani. Ottieni loro la carità, perché ho appreso da scritti che a Roma ogni giorno dell'anno contiene 7000 Martiri. E anche se le anime non hanno minore onore in cielo, benché le loro ossa siano contenute in terra, tuttavia ti prego che ai tuoi Santi e alle loro Reliquie sia reso più grande onore in terra e sia risvegliata la devozione del popolo.
Rispose la Madre: Se tu misurassi un pezzo di terra di 100 piedi in lunghezza, e altrettanti in larghezza, e lo seminassi di puro grano di frumento, così fittamente che non ci fosse spazio se non d'un sol dito tra grano e grano, a Roma vi sarebbero ancora più Martiri e Confessori, da quando vi arrivò umilmente Pietro, fino a che Celestino abdicò dal trono della superbia e tornò al suo eremo. Parlo di quei Martiri e Confessori che predicavano la vera fede e l'umiltà contro la superbia e che morirono per la fede o erano nella volontà pronti a farlo. In fatti Pietro e molti altri erano così accesi e ferventi nell'annunzio della parola di Dio, che se avessero potuto dar la vita per ciascun uomo, l'avrebbero data volentieri. E tuttavia temettero per la presenza di coloro che da loro favoriti con le parole di consolazione e della predicazione, non li rapissero, perché desideravano più la loro salvezza, che la propria vita e il proprio onore. Ce ne furono anche tanti che agirono per la conquista e la salvezza di molte anime, e perciò si visse segretamente durante la persecuzione. Tra i due perciò, cioè tra Pietro e Celestino, non tutti furono buoni, come neppure tutti furono cattivi. Ecco, ipotizziamo tre gradi, come da te composti oggi: positivo, comparativo, superlativo, cioè buoni, migliori, ottimi.
Nel primo grado vi furono quelli che pensavano così: Noi crediamo tutto ciò che comanda la santa Chiesa. Non vogliamo defraudare alcuno, ma anzi vogliamo restituire e servire a Dio con tutto il cuore. Tali persone vi furono anche al tempo di Romolo, fondatore di Roma. Secondo la loro fede, essi pensavano così: Noi comprendiamo e sappiamo che Dio è il Creatore di tutti; Lui dunque vogliamo amare più di tutti. Molti altri la pensavano così: Noi abbiamo saputo dagli Ebrei che il vero Dio si manifestò loro con chiari prodigi, sicché se noi sapessimo su che cosa fondarci di più, volentieri lo faremmo. Costoro appartennero quasi tutti al primo grado. Quando a Dio piacque, venne a Roma Pietro, che elevò altri al primo grado positivo, altri al comparativo, altri al grado superlativo. Quelli infatti che accolsero la vera fede e furono coniugati o in altro stato onorevole, furono nel grado positivo. Quelli invece che lasciarono le cose proprie, per la divina carità, quelli che dettero buon esempio agli altri, con le parole e gli esempi e le opere, e quelli che niente anteposero a Cristo, furono nel grado comparativo. Quelli poi che offrirono la vita per l'amore di Dio, furono nel grado superlativo.
Ma domandiamoci, in quale di questi gradi suddetti si trova più fervente carità di Dio. Vediamo quale grado si trova nei soldati, nei dottori; fra i religiosi e in quelli che son dediti al disprezzo del mondo, che sembrerebbe debbano appartenere al grado comparativo o al superlativo; e sicuramente ne troveremo ben pochi. Non c'è infatti vita più austera di quella militare, se è inquadrata nella sua istituzione. Se infatti è comandato al monaco di portare la cocolla, al soldato è comandato qualcosa di più pesante, la corazza.
Se è grande per il monaco combattere contro i piaceri della carne, di più è per il soldato andare incontro al nemico armato. Se poi è concesso al monaco un duro giaciglio, più duro è per il soldato l'essere in armi. E se il monaco è afflitto e turbato dall'astinenza, più duro è per il soldato il continui timore per la vita. Non s'è assunta infatti la milizia della Cristianità per l'acquisto del mondo e per la cupidigia, ma a sostegno della verità e a diffusione della vera fede. Perciò il grado militare e quello dei religiosi dovrebbe appartenere al grado superlativo o, almeno, a quello comparativo. Ma tutti i gradi decaddero dalla loro lodevole disposizione, perché l'amore di Dio s'è cambiato in desiderio del mondo. Se infatti fosse dato un sol fiorino di tre, molti tacerebbero la verità piuttosto che perderlo.
Ora parla la sposa e dice: Vidi ancora molti giardini sulla terra e nei giardini rose e gigli. Poi in un luogo spazioso della terra, vidi un appezzamento di 100 piedi di lunghezza e altrettanti di larghezza. A ogni piede vi erano seminati sette grani di frumento, che ogni giorno producevano il centuplo. Dopo queste tre cose udii una voce che diceva: O Roma, Roma, le tue mura sono crollate! Perciò le tue porte non hanno sentinelle, i tuoi altari son profanati, il sacrificio vivo e l'incenso mattutino sono bruciati nell'atrio, e non vien fuori santo odore soavissimo dal Sancta Sanctorum.
E subito, apparendole, il Figlio di Dio disse alla sposa: Ti spiego quello che hai visto. La terra vista significa ogni luogo, dov'è la fede cristiana. I giardini invece son quei luoghi dove i Santi di Dio ricevettero le loro corone. Tuttavia nel Paganesimo, e cioè in Gerusalemme e in altri luoghi, furono molti fra gli eletti di Dio, dei quali per ora non ti sono stati mostrati i luoghi. Il campo poi dei 100 piedi di lunghezza e 100 di larghezza indica Roma. Se infatti tutti i giardini del mondo fossero uniti a Roma, certamente Roma sarebbe ugualmente grande di Martiri (dico nella carne), perché quel luogo fu scelto per l'amore di Dio. Il grano poi, che vedesti fra piede e piede, indica quelli che, per la macerazione della carne, il pentimento e l'innocenza di vita, entrarono in cielo. Le poche rose poi sono i Martiri, arrossati dal proprio sangue versato in diversi luoghi. I gigli poi sono i Confessori, che predicarono e confermarono la fede con le parole e con le opere.
Ora poi posso parlare di Roma, come il Profeta parlava di Gerusalemme. Una volta abitò in essa la giustizia e i suoi Principi erano i Principi della pace. Ora s'è tramutata in rifiuto, e i suoi Principi in omicidi. Oh sapessi i tuoi giorni, o Roma, piangeresti di certo e non saresti allegra. Perché Roma antica era come una tela dipinta d'ogni più bel colore e tessuta di nobilissimo filo. La sua stessa terra era colorata di rosso, cioè del sangue dei Martiri e intessuta delle Ossa dei Santi. Ma ora le sue porte sono abbandonate, perché i difensori e le sentinelle sono dediti alla cupidigia. Le sue mura sono abbattute e senza sentinelle, perché non pensano al danno delle anime, ma il clero e il popolo, muri di Dio, si spartiscono gli utili materiali. I vasi sacri sono spregevolmente venduti, perché i Sacramenti di Dio son distribuiti per soldi e favori del mondo. Gli altari sono diroccati, perché chi celebra con i vasi, ha le mani vuote di carità e gli occhi alle offerte e, sebbene abbiano il vero Dio fra le mani, tuttavia il loro cuore è vuoto di Dio ed è pieno di vanità mondane.
Il santo dei Santi, ove si consumava un tempo il Supremo Sacrificio, significa il desiderio della visione e fruizione di Dio, dal quale dovrebbe salire la carità verso Dio e il prossimo e anche tutto l'ardore della continenza e della virtù. Ma adesso si offre il Sacrificio nell'atrio, cioè nel mondo, poiché tutta la divina Carità s'è degradata in corruttela e vanità mondana. Questa da te vista è la Roma materiale: difatti molti altari son desolati, le cose offerte sono scialacquate nelle cantine. E gli oblatori (i sacerdoti) attendono piuttosto al mondo che a Dio.
Sappi però che dal tempo dell'umile Pietro fino a che salì sul trono della superbia Bonifacio, innumerevoli Anime andarono al cielo. Tuttavia Roma è ancora vuota d'Amici di Dio, i quali se fossero aiutati, griderebbero a Dio ed Egli avrebbe pietà di loro.
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Lode della sposa alla Vergine, con la similitudine del Tempio di Salomone e come sia inspiegabile il Mistero dell'Unità di Dio con l'umanità e come le Chiese dei Sacerdoti siano dipinte con vanità.

Capitolo Ventinovesimo
Benedetta sei tu, o Maria, Madre di Dio, tempio di Salomone, le pareti del quale furono dorate, il cui tetto era fulgidissimo, il cui pavimento era fatto di pietre preziosissime, la cui costruzione era tutta splendore, il cui interno era tutto profumato e ammirevole.
In realtà in tutto e per tutto tu rassomigli al tempio di Salomone, nel quale il vero Salomone stava a suo agio e fu intronizzato, nel quale fece entrare l'Arca gloriosa e il candelabro rilucente. Così tu, Vergine benedetta, sei il tempio di quel Salomone, che riappacificò Dio e l'uomo, riconciliò i colpevoli, detta la vita ai morti e liberò i poveri debitori da ogni esazione. Il tuo corpo e l'anima tua son diventati tempio della Divinità; in esso v'è il tetto della divina carità, sotto il quale il Figlio di Dio, uscito dal Padre, gioiosamente con te abitò; il pavimento poi del tempio è composto dalla tua vita nell'esercizio assiduo della virtù. Nessuna bellezza ti mancò, perché tutto fu in te stabile, tutto umile, tutto devoto, tutto perfetto.
Le pareti del tempio son quadrate, perché non fosti sconvolta da insulto, ma esaltata d'onori; non turbata dall'impazienza, soltanto tesa all'onore e all'amore di Dio. Le pitture del tuo tempio furono l'incessante fuoco dello Spirito Santo, col quale s'innalzava l'anima tua, tanto che non c'è nessuna virtù, che non fosse in te più alta e più perfetta di ogni altra creatura. Perciò in codesto tempio Dio si trovò a suo agio, allorquando infuse nelle tue membra la sua venuta dolcissima. Vi si riposò, quando unì la Divinità all'Umanità.
Benedetta dunque sei tu, santissima Vergine, nella quale il grande Dio s'è fatto piccolo figlio, l'eterno Dio e invisibile Creatore s'è fatto creatura visibile. Perciò ti prego di volgermi il tuo viso e aver pietà di me, tu che sei piissima e potentissima Signora. Sei infatti la Madre di Salomone, non di quello che fu figlio di David, ma di colui ch'è il padre di David e il Signore di Salomone, che costruì quel tempio meraviglioso, ch'era la tua figura. Il Figlio esaudirà la Madre, tale e tanta Madre.
Ottienimi dunque che il piccolo Salomone, che dormì dentro di te, sia con me sveglio, affinché nessun diletto peccaminoso mi punga, ma sia perseverante il mio pentimento per i peccati commessi, e sia per me morto l'amore del mondo, costante la pazienza, fruttuosa la penitenza.
Io non ho infatti di mio nulla di virtuoso, se non una parola sola e cioè: Pietà, Maria, perché il mio tempio è tutto il contrario del tuo. È infatti tenebroso di vizi, sporco di lussuria, corrotto dai vermi della cupidigia, instabile per la superbia, labile per la vanità delle cose mondane.
Rispose la Madre: Sia lode a Dio, che ispirò al tuo cuore di rivolgermi questo saluto, perché capisca quanta bontà e dolcezza è in Dio. Ma perché mi paragoni a Salomone e al suo tempio, mentre son la Madre del Figlio, la cui generazione non ha principio né fine; di Colui, del quale si legge che non ha padre né madre, cioè Melchisedech? Questi infatti è detto Sacerdote, ed appartiene ai Sacerdoti il tempio di Dio, per cui io son la Madre del Sommo Sacerdote e Vergine. Ti dico davvero che sono tutt'e due, la Madre cioè di Salomone e la Madre del Sacerdote, che riconcilia. Difatti il Figlio di Dio, che è Figlio mio, è tutt'e due, Sacerdote e Re dei Re. Infine nel mio tempio Egli rivestì spiritualmente le vesti sacerdotali, con le quali offrì il Sacrificio per il mondo. Nella Città regale poi era incoronato della Corona regale, anche se dura. Di fuori, come un fortissimo pugile, teneva il campo e la lotta.
Ora posso lamentarmi che è dimenticato e trascurato questo stesso Figlio mio dai Sacerdoti e dai Re. I Re si vantano dei loro palazzi, dell'esercito, del progresso, del prestigio. I Sacerdoti insuperbiscono dei beni e dei possedimenti temporali delle anime. Come dicesti tu: Il tempio è dorato; così i templi dei Sacerdoti sono dipinti di vanità e di curiosità mondane; alla testa regna infatti la simonia. È stata eliminata l'Arca del testamento, spenta la lampada delle virtù, deserta la mensa della devozione. Esclama la sposa: O Madre della Misericordia, abbi pietà di loro, te ne prego.
E ad essa la Madre risponde: Fin da principio Dio amò tanto i suoi, in modo che non solo siano esauditi nelle preghiere per se stessi, ma anche gli altri sentano gli effetti delle loro preghiere. Perciò, affinché siano esaudite le loro preghiere per gli altri, due cose sono necessarie e cioè la volontà di lasciare il peccato e la volontà di progredire nel bene. Chiunque avrà queste due cose, gli gioveranno le mie preghiere.
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Parole di S. Agnese alla sposa, con il paragone del fiore, sul modo di amare la Vergine, e come la Vergine, gloriosa parlando dichiari l'immensa ed eterna pietà di Dio verso la nostra empietà e ingratitudine e come gli amici di Dio non debbano turbarsi nelle tribolazioni.

Capitolo Trentesimo
S. Agnese parla alla sposa e dice: Figlia, ama la Madre della Misericordia. Ella infatti è come un fiore somigliante ad una spada. Ora questo fiore ha due estremità molto aguzze e la cima fragile. Per altezza e lunghezza però sopravanza gli altri fiori. Così Maria è il fiore dei fiori, fiore che crebbe nella valle e arrivò sopra tutti i monti, fiore – ti dico – che s'alimentò a Nazareth e si diffuse nel Libano. Questo fiore fu il più alto, perché la benedetta Regina del Cielo sopravanzò in dignità e autorità ogni creatura. Anche Maria ebbe due punte, cioè le estremità molto aguzze, ossia il ricordo in cuore della Passione del Figlio e la resistenza assidua agli assalti del Diavolo, perché mai consentì al peccato. Ben profetò quel vecchio che diceva: La tua anima sarà trafitta da una spada. Tanti infatti furono i colpi di spada ch'Ella sostenne spiritualmente, quante furono le piaghe del Figlio suo. E quelle piaghe Ella presagiva e vedeva.
Ebbe poi Maria una larghezza sovrabbondante, cioè la misericordia. Infatti è così pia e misericordiosa e disposta a soffrire qualsiasi tribolazione, piuttosto che si perdano le anime. Unita ora al Figlio suo non si dimentica della sua bontà ed estende a tutti la sua misericordia, anche ai pessimi, affinché come sono illuminati dal sole e ammirati delle cose del cielo e della terra, così non vi sia alcuno che, chiedendolo per mezzo di Lei, non ne sperimenti la pietà, per la dolcezza di Maria. Maria ebbe anche la fragile cuspide dell'umiltà. Per essa piacque all'Angelo, dicendo d'essere serva, Lei che veniva eletta Signora. Per essa concepì il Figlio di Dio, perché non volle compiacersi come i superbi. Per essa salì al sommo trono, perché altro non amò che Dio stesso.
Fatti dunque avanti personalmente e saluta la Madre della Misericordia, che viene. Allora comparve Maria e disse: Hai detto, o Agnese, il sostantivo, ma aggiungi l'aggettivo. E Agnese: Dirò che « bellissima » e « virtuosissima » di nessun altro può dirsi se non di te, che sei la Madre della Salvezza di tutti.
E la Madre di Dio rispose alla beata Agnese: Ben dici tu, perché ho più potere di tutti e perciò aggiungerò l'aggettivo e il sostantivo del canale, cioè dello Spirito Santo. Ma vieni e ascoltami. Tu ti addolori che sia diventato fra gli uomini un proverbio questo modo di dire: Viviamo come più ci piace, ché Dio facilmente si placa. Diamoci al mondo e ai suoi onori finché possiamo, poiché per gli uomini è stato fatto il mondo. Davvero, figlia mia, questo parlare non proviene da carità di Dio, né tende o attira alla carità di Dio. Tuttavia Iddio non si dimentica mai della carità sua, ma mostra ognora la sua pietà verso gli uomini ingrati. Egli infatti è uguale a un fabbro, che fa un gran lavoro e ora riscalda il ferro al fuoco, ora lo raffredda. Così Dio, ottimo fabbro, che fece il mondo dal nulla, mostrò la carità sua ad Adamo e ai suoi discendenti. Ma gli uomini si raffreddarono tanto, che commisero ogni eccesso, quasi niente stimando Dio. Perciò, mostrata prima la misericordia con l'avvertimento, Dio mostrò la sua giustizia col diluvio. Dopo il diluvio fece il suo patto con Abramo e gli mostrò i segni dell'amore suo e ne liberò i discendenti con segni e prodigi grandissimi. Di sua bocca dette i Comandamenti con miracoli chiarissimi.
Ma raffreddatosi il popolo, col passar del tempo, venuto in tanta pazzia da adorare anche gli idoli, il buon Dio volendo di nuovo infiammarli, perché freddi, mandò al mondo il proprio Figlio, che insegnò la vera via del Cielo e indicò la vera umiltà da imitare.
Ma ora è da tanti troppo avversato e dimenticato, e tuttavia dimostra ancora e fa udire le parole della sua misericordia. E tutto accade ora non diversamente da allora. Prima del diluvio infatti, prima li ammonì e il popolo fu atteso a penitenza. Così dunque Israele, prima che entrasse nella terra promessa, fu provato e fu prorogato il tempo della promessa. Certamente Dio avrebbe ben potuto far uscire il popolo in quaranta giorni e non protrarli a quarant'anni. Ma la giustizia divina esigeva che fosse palese l'ingratitudine del popolo e si manifestasse la misericordia di Dio e il popolo futuro tanto più si umiliasse.
Ora poi, se alcuno volesse domandare perché mai Dio affligga il suo popolo o come mai debba essere eterna una pena, mentre eterna non può essere la vita di chi pecca, sarebbe sommamente audace. Come è audace colui che col pensiero e il ragionamento si sforza di capire e di comprendere in che modo Dio è eterno. Infatti Dio è eterno e incomprensibile e in Lui eterne sono la giustizia e la retribuzione, ineffabile è la misericordia. Se Dio non l'avesse dapprima mostrato agli Angeli, non si sarebbe conosciuta la sua giustizia, che giudica tutto con equità. E se ancora non avesse usato la sua misericordia verso l'uomo, creandolo e liberandolo con infiniti prodigi, come si sarebbe saputa tanta sua bontà e carità così immensa e perfetta?
Poiché dunque Dio è eterno, eterna è in Lui la giustizia, senza aggiungere e senza togliere. Come nell'uomo, che progetta il modo e la data dell'opera da fare, così in Dio, quando opera, la sua giustizia ovvero la sua misericordia. Si manifestano compiendola, perché presente, passato e futuro son fin dall'eternità presso di Lui.
Perciò gli Amici di Dio devono pazientare nell'amore di Dio e non inquietarsi, anche se vedono prosperare quelli del mondo. Perché Dio è come un'ottima lavandaia, la quale espone un panno sporco all'acqua più violenta, perché ne esca più netto e pulito e sta attenta che non sia trascinato dalla violenza delle onde. Così pure Dio espone nel presente gli Amici suoi alle procelle della povertà e della tribolazione, perché ne siano purificati per la vita eterna, proteggendoli diligentemente perché non siano travolti dalla troppa tristezza e dalla tribolazione insopportabile.
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LIBRO 5:  ”LIBRO DELLE DOMANDE”

Ecco come viene introdotta la trattazione:
Capitò una volta che Brigida andava a cavallo a Vadstena essendo accompagnata da parecchi dei suoi amici, che erano anch'essi a cavallo. E mentre cavalcava elevò lo spirito a Dio e subitamente fu rapita e come alienata dai sensi in maniera singolare, sospesa nella contemplazione. Vide allora come una scala fissata a terra, la cui sommità toccava il cielo; e nell'alto del cielo vedeva Nostro Signor Gesù Cristo seduto su un trono solenne e ammirevole, come un giudice giudicante; ai suoi piedi era seduta la Vergine Maria e intorno al trono vi era una innumerevole compagnia di angeli e una grande assemblea di santi.
A metà della scala vedeva un religioso che conosceva e che viveva ancora, conoscitore della teologia, fine e ingannatore, pieno di diabolica malizia, che dall'espressione del volto e dai modi mostrava di essere impaziente, più diavolo che religioso. Ella vedeva i pensieri e i sentimenti interiori del cuore di quel religioso e come si esprimeva nei confronti di Gesù Cristo... E vedeva e udiva come Gesù Cristo giudice rispondeva dolcemente e onestamente a queste domande con brevità e saggezza e come ogni tanto Nostra Signora dicesse qualche parola a Brigida.
Il Libro delle Domande contiene sedici interrogazioni, ognuna delle quali è suddivisa in quattro, cinque o sei domande, a ognuna delle quali Gesù risponde dettagliatamente.
Per dare subito un'idea precisa della struttura e del contenuto del libro, riportiamo per intero la prima interrogazione che contiene cinque domande legate alla nostra fisicità.

Prima Interrogazione
1. O giudice, io ti interrogo. Tu mi hai donato la bocca: non debbo forse parlare di cose piacevoli?
2. Tu mi hai donato gli occhi: non devo vedere gli oggetti che mi dilettano?
3. Tu mi hai donato le orecchie: perché non dovrei ascoltare i suoni e le armonie che mi piacciono?
4. Tu mi hai donato le mani: perché non dovrei farne ciò che mi piace?
5. Tu mi hai donato i piedi: perché non dovrei andare dove mi conducono i miei desideri?

Risposte di Gesù Cristo
1. Il giudice, seduto su un trono sublime, con gesti molto dolci e molto onesti rispose: Amico mio, ti ho dato la bocca per parlare ragionevolmente delle cose utili all'anima e al corpo, e delle cose che sono in mio onore. 
2. Ti ho dato gli occhi affinché tu veda il male e lo eviti e affinché tu veda il bene e ad esso ti ispiri.
3. Ti ho dato le orecchie per ascoltare la verità e per udire ciò che è onesto.
4. Ti ho dato le mani affinché con esse tu faccia ciò che è necessario al corpo e che non nuoce all'anima.
5. Ti ho dati i piedi perché tu ti allontani dall'amore del mondo e ti avvicini al riposo eterno, all'amore della tua anima e a me, tuo Creatore.
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LIBRO SESTO

Benignamente Cristo rimprovera la sposa d'una certa impazienza commessa, istruendola a non farlo più e di non rispondere nulla ai provocatori, finché non sia placata l'agitazione dell'anima, cercando di trar profitto dalle sue parole.

Capitolo Sesto
Io sono il tuo Creatore e il tuo Sposo. Tu, mia sposa novella, con la tua ira hai commesso quattro peccati. Primo, perché fosti nel tuo cuore impaziente con le parole. Mentre io sopportai per te i flagelli e non risposi verbo davanti al giudice. Secondo, rispondesti peggio e alzasti troppo la voce nel rimproverare. Mentre io, piagato con i chiodi, non aprivo bocca. Terzo, perché disprezzasti me, per il quale avresti dovuto tutto pazientemente sopportare. Quarto, perché non giovasti al tuo prossimo, mentre con la tua pazienza avresti dovuto incoraggiare gli erranti a migliorare.
Per cui voglio che tu non ti adiri più. Quando perciò sei provocata all'ira da qualcuno, finché l'ira non sia in te placata, non rispondergli. Ma, passata l'agitazione dell'animo e riflettuto bene al motivo dell'agitazione, parla con mansuetudine. Se poi si trattasse di cosa, che parlandone non giova a nulla e, tacendola, non v'è peccato, è meglio tacere con merito.
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È condannata da Cristo l'anima d'un certo defunto per i gravi peccati, perché non si dolse dei dolori e delle piaghe della Passione di Cristo e quell'anima è paragonata a un figlio abortivo e condannato. Indica poi quelli che seguirono maliziosamente Cristo nella predicazione e quelli che lo crocifissero e ne custodirono il sepolcro.

Capitolo Ventottesimo
Si vedeva un grande esercito davanti a Dio, al quale Egli diceva: Ecco, quell'anima non è mia. Della piaga del mio costato e del mio cuore, infatti, s'è così poco curata come se avessero colpito lo scudo di un suo nemico. Si curò delle piaghe delle mie mani come per lo strappo d'uno straccio e delle piaghe dei miei piedi, così sopportabili per essa, come se avesse visto aprire un tenero pomo.
Allora Dio le diceva: Spesso nella tua vita chiedesti perché Dio fosse morto nel corpo. Ora io chiedo a te: perché tu, misera anima, sei morta? Ella rispose: perché non ti amai. E il Signore all'anima: Tu – disse – fosti per me come un figlio abortito dalla madre sua, per il quale non patì meno dolore di quello avuto per il figlio uscito vivo dal suo seno. Così, con tanto prezzo e tanta amarezza, come per ognuno dei miei Santi, io ti ho redenta, sebbene tu abbia avuto così poca cura di me. Però, come il figlio abortito, non gusta la dolcezza del seno materno, né la consolazione delle parole, né il calore del petto, così tu non gusterai mai la dolcezza ineffabile dei miei eletti, giacché piacque a te la tua dolcezza. Non ascolterai mai le mie parole per il tuo progresso, perché ti piacquero le tue parole e quelle del mondo, mentre le mie ti erano amare. Non proverai mai la carità e bontà mia, perché sei fredda e quasi ghiaccio per ogni bene. Va dunque dove sogliono essere gettati gli aborti, ove vivrai la tua morte in eterno, perché non volesti vivere nella luce e nella vita mia.
Poi Dio diceva all'esercito: O amici miei, se tutte le stelle e i pianeti si trasformassero in lingue e mi pregassero tutti i Santi, non le farei misericordia, perché dev'essere condannata per dovere di giustizia. Quell'anima fu simile a tre cose. Per prima, fu simile a quelli che mi seguivano nella predicazione, per malizia, per prendere dalle mie parole e dalle mie azioni motivi per accusarmi e tradirmi. Essi videro le mie opere buone e i miracoli, che nessuno poteva fare se non Dio. Udirono la mia sapienza e approvarono la mia ammirabile vita e per questo mi invidiarono e arsero d'ira contro di me. Ma perché mai? Perché le mie opere erano buone e le loro cattive, e perché non acconsentii ai loro peccati, ma li rimproverai aspramente.
Così quell'anima mi seguiva sì col corpo suo, non per divina carità, ma per apparire davanti agli uomini; ascoltava il racconto delle mie opere e le vedeva con gli occhi, ma se ne indispettiva; udiva i miei comandamenti e li derideva. Sentiva la bontà mia e non credeva. Vedeva gli amici miei progredire nel bene e li calunniava. E perché? Perché le mie parole e quelle dei miei eletti erano contrarie alla sua malizia; e i miei comandi e avvisi contro la sua voluttà; e la carità mia e l'obbedienza, contro la sua volontà. E tuttavia la coscienza le diceva di onorar me a preferenza degli altri; dal moto degli astri arguiva ch'io ero il Creatore di tutto; dai frutti della terra e dalla disposizione delle altre cose sapeva di me, Creatore; ma pur sapendolo, s'indispettiva alle mie parole, perché riprendevo le sue cattive azioni.
Poi quell'anima fu simile a quelli che mi uccisero, dicendo fra loro: Uccidiamolo decisamente, tanto non risorgerà. Io invece avevo preannunziato ai miei discepoli che sarei risuscitato il terzo giorno. Ma i miei nemici, amatori del mondo, non credevano ch'io sarei veramente risorto, perché mi ritenevano soltanto un uomo e non vedevano la mia Divinità nascosta. Intanto baldanzosamente peccarono e realmente prevalsero, in quanto, se avessero saputo la verità, mai mi avrebbero ucciso. Così pure quest'anima dice: Io faccio la mia volontà, come mi aggrada; l'ucciderò di sicuro con la mia volontà e con le opere, che preferisco compiere; che me ne viene di male e perché astenermene? Non risusciterà certamente per giudicare. Non giudicherà secondo le opere fatte. Se facesse ciò, non avrebbe redento l'uomo tanto rigorosamente e se gli fosse così odioso il peccato, non sopporterebbe con tanta pazienza i peccatori.
Infine quell'anima fu simile a quelli che custodivano il mio sepolcro; si armarono e lo difesero con i custodi, perché io non risorgessi, dicendo: Vegliamo diligentemente che non risusciti e ci sottometta. Così faceva quell'anima: s'armò con la durezza di cuore, vegliò con diligenza al sepolcro, cioè al rapporto con i miei eletti, nei quali riposo; attese con sollecitudine a che le mie parole e i loro avvertimenti non lo raggiungessero, pensando fra sé: Mi guarderò da loro per non fare quello che dicono, per non cominciare a lasciare il piacere intrapreso, sospinto da qualche buon pensiero divino; per non udire quel che dispiace alla mia volontà. E così si separò per malizia da quelli con i quali avrebbe dovuto associarsi.

Dichiarazione
Costui era un Nobile, non curante di Dio a tavola, bestemmiatore dei Santi, che morì con uno sternuto, senza Sacramenti.
L'anima sua fu vista mentre era giudicata. Il Giudice le disse: Tu hai detto tutto quel che hai voluto e hai fatto tutto quel che hai potuto, perciò ti conviene ora tacere. Rispondimi, però ora che mi ascolti, benché io sappia già tutto. Non udisti ciò che avevo detto: Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta a me? Come mai dunque non sei tornata a me, mentre potevi? Rispose l'anima: Ho udito sì, ma non me ne curai. Disse ancora il Giudice: Non dissi: Andate, maledetti, nel fuoco e venite, benedetti? Perché non ti affrettasti dunque alla benedizione? E l'anima: Ho udito sì, ma non credetti.
E il Giudice ancora: Non udisti anche che io, Dio, son giusto e son Giudice terribile ed eterno; perché dunque non temesti il mio futuro giudizio?
Ho udito sì – diceva l'anima – ma ho amato me stessa e chiusi le orecchie per non udire il giudizio; indurii il cuore per non pensarci.
E il Giudice a lei: È dunque ora giusto che la tribolazione e la vergogna t'aprano la mente, perché non volesti capire quando potevi capire. Allora gridava l'anima dimessa dal giudizio: Ahimé, quale condanna, e quando mai finirà?
E si udì subito una voce che diceva: Come lo stesso primo Principio di tutto non ha più fine, così per te non ci sarà mai fine.
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Cristo dice alla sposa che sono due gli spiriti, quello buono e quello cattivo. I segni dello Spirito Santo sono la dolcezza della mente e la gloria; quelli del cattivo spirito sono l'ansietà e l'inquietudine, che provengono dalla cupidigia o dall'ira.

Capitolo Trentottesimo
Il Figlio parla alla sposa, dicendo: Lo Spirito buono è nel cuore dei credenti e cos'è questo Spirito buono se non Dio? E che è Dio, se non la gloria e la dolcezza dei Santi? Dio stesso è in loro e hanno allora ogni bene, avendo Dio, senza il quale non v'è alcun bene. Chi ha perciò lo Spirito di Dio, ha Dio stesso e tutto l'esercito celeste e ogni bene.
Ugualmente, chi ha lo spirito cattivo, ha in sé ogni male. Cos'è infatti lo spirito cattivo se non il Demonio? E che è il Demonio, se non la pena e ogni male. Chi ha dunque il Demonio, ha in sé la pena e ogni male.
Come poi l'uomo buono non s'accorge di dove e come si effonda nella sua mente la dolcezza dello Spirito Santo, né la può perfettamente gustare al presente, ma solo in parte, così il cattivo, quando è sconvolto dalla cupidigia e sospira ambizioni ed è morso dall'ira o è contaminato dalla lussuria e dagli altri vizi. È la pena del Demonio e l'indizio dell'eterna inquietudine, la quale al presente non si può ancora soffrire, ma guai a quelli che aderiscono a codesto spirito!
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Vedeva la sposa che il Demonio presentava sette libri al divino giudizio contro l'anima d'un certo soldato morto; mentre il buon Angelo presentava per quella un solo libro. Ma l'anima non era condannata eternamente, perché il Demonio ignorava che s'era infine pentita internamente. Veniva però condannata per i peccati a nove pene da sopportare nel Purgatorio fino al giorno del giudizio, poiché fino allora aveva desiderato di vivere nel corpo. Cristo però rivela tre rimedi, per mezzo dei quali potrà esser liberata: le saranno immediatamente rimesse quelle pene per le preghiere della Vergine e dei Santi.
La supplica invece del buon Angelo non è subito esaudita, ma differita a suo tempo e messa da Cristo in delibera.


Capitolo Trentanovesimo
Un Demonio apparve nel giudizio di Dio e aveva un'anima tremante, come un cuore che trepida, per un certo defunto. Questo demonio disse al Giudice: Ecco la preda. Il tuo Angelo e io seguivamo quell'anima dal principio alla fine, egli per custodirla, io per nuocerle ed entrambi eravamo alla caccia sua come cacciatori. Ma alla fine ella è caduta nelle mie mani. Per possederla io sono così bramoso e violento come un torrente che precipita e cui nient'altro resiste che un piccolo spuntone: la tua giustizia, e perciò, finché nulla è provato contro quest'anima, non posso ancora con sicurezza possederla. Io la desidero così fervidamente come un animale affamato che per fame azzanna perfino se stesso.
Ordunque il Giudice giusto (disse): Perché è caduta nelle tue mani? E perché gli eri più vicino dell'Angelo mio?
Rispose il demonio: Perché i suoi peccati furono più numerosi delle opere buone. Disse il Giudice: Mostramele. E il demonio: Ne ho un libro pieno. E il Giudice: Come si chiama questo libro? Disobbedienza – rispose il demonio – ma contiene altri sette libri, ognuno con tre colonne; ogni colonna contiene più di mille parole, mai meno di mille, ma qualcuna anche di più.
Riprese il Giudice: Dimmi il nome di codesti libri, poiché, sebbene io sappia già tutto, voglio tuttavia che si conosca la tua volontà e la Bontà mia. Rispose il demonio: Il nome del primo libro è la Superbia e in questo sono tre colonne. La prima colonna contiene la superbia spirituale nella sua coscienza, per la quale si gloriava della sua vita, da lui creduta migliore di quella degli altri. Si vantava anche della sua intelligenza e d'una coscienza più sapiente di quella altrui. La seconda colonna dimostra che si vantava dei beni a lui dati e dei servi, delle vesti e di altre cose. La terza, espone che era superbo per la bellezza fisica e per la nobiltà della stirpe e per le sue opere. In queste tre colonne vi sono tantissime cose, come tu sai.
Il secondo libro è la Cupidigia sua, con tre colonne. La prima è spirituale, perché pensò che i peccati suoi non fossero così gravi, come gli si diceva e desiderò il Regno di Dio indegnamente, mentre non è concesso che a chi è perfettamente puro. La seconda, perché nel mondo desiderò più del necessario e pensò soltanto all'esaltazione del suo nome e della sua stirpe, tanto da allevare i suoi eredi non al tuo onore, ma a quello del mondo e alla gloria. La terza colonna perché desiderava l'onore mondano e d'essere sopra gli altri, come a te è ben noto, e sono innumerevoli le parole con cui cercava favori e benefici, anche temporali.
Il terzo libro è l'Invidia e ha tre colonne. La prima è quella della mente, per cui invidiava in segreto quelli che possedevano e prosperavano più di lui. La seconda, perché possedette per invidia le cose di quelli che avevano meno di lui e ne avevano più bisogno. La terza, perché per invidia nocque segretamente al prossimo con i suoi consigli e anche pubblicamente a parole e a fatti, sia direttamente, che per mezzo dei suoi e di altri, spinti a far lo stesso.
Il quarto libro è l'Avarizia, con tre colonne. La prima è l'avarizia della mente, perché non volle comunicare quello che sapeva, affinché gli altri non ne ricevessero consolazione e profitto, così pensando: Che me ne viene se al tale o tal altro darò questo consiglio? Quale compenso è per me, se gioverò a lui con quel consiglio o parola? E così il povero se ne allontanava sconsolato, non confortato o istruito, mentre ben avrebbe potuto farlo, se avesse voluto. La seconda colonna diceva che potendo rappacificare i discordi, non volle farlo e pur potendo consolare gli afflitti non se ne curò. La terza colonna era l'avarizia dei suoi beni, poiché se doveva dare un danaro per il tuo Nome, se ne angustiava e gli pesava, mentre per l'onore del mondo ne avrebbe dati cento. In queste colonne ci sono infinite parole, come meglio sai tu. Tu sai infatti tutto e niente ti può essere nascosto, ma mi costringi a parlare perché sia di giovamento agli altri.
Il quinto libro è l'Accidia e anche questo ha tre colonne. Prima colonna: fu accidioso nelle opere, nel bene da fare in tuo onore, cioè nei tuoi comandamenti. Difatti perdette il suo tempo per il riposo del copro: gli erano infatti carissimi l'utile del suo corpo e la voluttà. Seconda colonna: era accidioso nel pensiero. Quando infatti il tuo buon Spirito gli infuse compunzione nel cuore o altra spirituale intelligenza, gli sembrava troppo distante e allontanava la mente dal pensiero spirituale e parve a lui dilettevole e soave ogni godimento mondano. Terza colonna: era accidioso nella bocca; cioè nella preghiera e nel parlare di cose utili agli altri o al tuo onore, pronto invece alle scurrilità e come sono le parole di questa colonna e quanto innumerevoli, tu solo lo sai.
Il sesto libro è l'Ira, con le sue tre colonne. La prima, adirandosi col prossimo suo per tutto quello che non era di propria utilità. La seconda, danneggiando il prossimo con la sua ira, talvolta anche perdendo nell'ira le cose proprie. La terza, turbando con essa il prossimo.
Il settimo libro era la sua Voluttà, che pure aveva tre colonne. La prima, perché indebitamente e disordinatamente spargeva il suo seme. Sebbene infatti fosse coniugato e alieno dal macchiarsi con altre donne, tuttavia per abbracci e vani discorsi o anche gesti impudichi spargeva indebitamente il suo seme. La seconda, perché troppo procace nei discorsi. Induceva infatti non soltanto sua moglie in maggior fuoco di libidine, ma indusse anche altri con le sue parole ad ascoltarlo e spesse volte a pensare colse sconce. La terza colonna era che nutriva troppo delicatamente il suo corpo, preparandosi molte e sontuose pietanze, per maggior diletto della carne e per averne lode dagli uomini, per essere chiamato grande. Più di mille parole vi sono in queste colonne: che si attardava a mensa più del dovuto, non aspettando il tempo stabilito, ciarlando di cose inutili e mangiando più di quello che la natura esigeva.
Ecco, o Giudice, il mio libro è completo e aggiudicami dunque quest'anima. Mentre il Giudice taceva, s'avvicinò la Madre della Misericordia, che sembrava fosse anche più lontana e disse: Figlio mio, io voglio discutere di giustizia con questo demonio. Il Figlio rispose: Carissima Madre, se non è negata a un demonio, come potrei negar giustizia a te, che sei la Madre mia e la Signora degli Angeli? Tu pure puoi e sai tutto in me; tuttavia parla per far conoscere la mia carità.
Allora la Madre diceva al diavolo: Diavolo, ti comando di rispondermi a tre cose e devi per ragione di giustizia rispondermi, poiché sono la tua Signora. Dimmi: forse tu conosci tutti i pensieri dell'uomo?
No – rispose il diavolo – ma soltanto i pensieri che dall'azione esterna dell'uomo e dalla sua disposizione io posso arguire o che io stesso gli ispiro, perché sebbene decaddi dalla mia dignità, mi rimase tuttavia tanto del mio acume e tanta sapienza che dalla disposizione dell'uomo posso capire lo stato d'animo; ma i suoi buoni pensieri non posso conoscerli. Allora continuò la pia Vergine: E anche se non vuoi, diavolo, dimmi qual’è quella cosa, che può cancellare quel che è scritto nel tuo libro?
Niente può cancellarlo – rispose il diavolo – eccetto la carità di Dio. Chiunque, infatti, per quanto peccatore, avrà quella carità nel cuore, subito si cancella tutto quel che è scritto nel mio libro.
E la Vergine replicò: E dimmi, diavolo, c'è mai qualche peccatore, così iniquo e così lontano dal Figlio mio, che non possa pentirsene mentre è in vita? E il diavolo: Non c'è alcun peccatore, che non possa convertirsi mentre è vivo, se vuole. Quando infatti qualcuno, per gran peccatore che sia, trasforma la sua volontà da cattiva in buona ed esprime nel suo cuore onore a Dio e vuole liberamente perseverare, neppure tutti i demoni potranno trattenerlo.
Udito tutto ciò, la Madre della Misericordia disse allora ai circostanti: Quest'anima alla fine della vita s'è convertita a me e disse: Tu sei la Madre della Misericordia e hai pietà dei miseri. Io sono indegno di pregare tuo Figlio, perché gravi e molti sono i miei peccati e l'ho molto provocato all'ira, amando più il piacere e il mondo che Dio mio Creatore. Ti prego, perciò, abbi pietà, perché tu a nessuno che t'invochi neghi la misericordia. Perciò mi converto a te e ti prometto che, se vivrò, voglio emendarmi e volgere la mia volontà al Figlio tuo e nient'altro amare che Lui. Soprattutto mi addoloro e gemo, perché non ho fatto niente di buono in onore del Figlio tuo, mio Creatore. Ti prego perciò, o piissima Signora, abbi pietà di me, perché a nessun altro che a te posso ricorrere. Con queste parole e questi pensieri venne a me quest'anima, e non dovevo ascoltarla? Chi mai non merita d'essere esaudito se prega un altro con tutto il cuore e con buona volontà di emendarsi? Tanto più io che sono la Madre della Misericordia devo esaudire quelli che gridano a me. Rispose il diavolo: Di questa volontà io non sapevo nulla: ma se così è, bisogna che tu lo provi esplicitamente. La Madre rispose: Tu non sei degno ch'io ti risponda. Ma giacché si fa questo a profitto di altri, come dimostrai, così ti risponderò. Tu miserabile hai detto poco fa che dal tuo libro non si può cancellare nulla, se non dalla carità di Dio. E allora, la Vergine rivolta al Giudice disse: Figlio mio, apra il suo libro il diavolo e guardi se è tutto ancora scritto o qualcosa per caso vi è cancellato.
Allora il Giudice disse al diavolo: Dov'è il tuo libro?
Rispose: Nel mio ventre. E qual è il tuo ventre? - soggiunse il Giudice. La mia memoria – rispose il diavolo. Come infatti nel ventre s'aduna ogni immondezza e fetore, così nella mia memoria v'è malizia e nequizia, che tramandano al tuo cospetto come un pessimo fetore. Quando infatti mi allontanai da te e dalla tua luce per la mia superbia, caddi in ogni malizia e s'offuscò la mia memoria per le cose buone di Dio; nella mia memoria c'è scritta ogni iniquità dei peccatori.
Allora disse il Giudice al diavolo: Io ti comando che tu guardi diligentemente e cerchi nel tuo libro che cosa vi è scritto e che cosa cancellato dei peccati di quest'anima; dillo pubblicamente.
Rispose il diavolo: Ecco nel mio libro, vedo scritto altre cose, che non sapevo. Vedo che quei sette sono cancellati e non rimane di loro che spazzatura.
Dopo di che il Giudice disse all'Angelo buono presente: Dove sono le buone opere di quest'anima? Rispose: Signore, tutto è nella tua prescienza e conoscenza, presente, passato e futuro. Noi tutto sappiamo e vediamo in te e tu in noi. Né è necessario parlarti, perché tutto sai. Ma giacché vuoi mostrare la tua carità, ispiri la tua volontà a quelli che a te piace. Io difatti da che quest'anima fu unita al corpo, fui sempre con essa. Io pure scrissi un libro delle sue cose buone. È in tua facoltà udire questo libro.
Rispose il Giudice: Non posso giudicare senza prima ascoltare e aver conosciuto il bene e il male. E tutto poi considerato, si deve giudicare come la giustizia esige, sia per la vita che per la morte.
L'angelo rispose: Il mio libro è la sua obbedienza, con la quale obbedì a te. E in questo libro ci sono sette colonne. La prima è il Battesimo. La seconda, l'astinenza sua col digiuno e dalle azioni illecite e dai peccati e anche dalla voluttà e tentazione della sua carne. La terza colonna è l'orazione e il buon proposito che ebbe verso di te. La quarta colonna, le sue buone opere in elemosine e altre opere di misericordia. La quinta colonna è la sua speranza in te. Sesta, la fede ch'ebbe come cristiano. Settima, la carità di Dio.
Detto questo, il Giudice così parlò rivolto all'Angelo buono: Ov'è il tuo libro? Egli rispose: Nella tua visione e nella tua carità, mio Signore. Allora Maria, rimproverandolo disse al diavolo: Come avevi custodito il tuo libro e come mai vi si è cancellato quello che v'era scritto?
Disse allora il diavolo: Ahimé, mi hai ingannato.
Poi disse il Giudice alla piissima Madre sua: Tu davvero hai ottenuto in questo giudizio una sentenza ragionevole e hai giustamente guadagnata quest'anima. Il diavolo quindi gridò: Io l'ho perduta, sono stato vinto! Ma dì un po', Giudice, fino a quando terrò quest'anima per via di quelle spazzature? Rispose il Giudice: Te lo dirò io. I libri sono stati aperti e letti; ma dimmi, diavolo, sebbene io tutto sappia, quest'anima secondo giustizia deve andare in cielo o no? Ti permetto di vederlo e saperlo ora, secondo la verità della giustizia
Rispose il diavolo: In te è la giustizia, cosicché, se qualcuno muore senza peccato mortale ed ebbe la divina carità, è degno di avere il cielo. Dunque, giacché quest'anima non morì in peccato mortale ed ebbe la divina carità, è degna per diritto di avere il cielo, dopo la sua purificazione.
Il Giudice rispose: Dunque, perché ora ti ho aperto l'intelletto e ti ho permesso di vedere il lume della verità e della giustizia, dì a quelli che ascoltano, come a me piace, quale debba essere la giustizia per quest'anima. Rispose il diavolo: Che sia purificata, che in lei non resti una macchia, perché anche per giustizia è tua. Però è ancora immonda e non può venire a te senza essere prima purificata. E come tu, Giudice, lo hai chiesto a me, così io ora chiedo a te per quanto deve essere purificata e fino a quando deve stare nelle mie mani.
Rispose il Giudice: Ti si comanda, diavolo, di non entrare in essa, né possederla, ma di purificarla fino a quando sarà pura e immacolata. Ella soffrirà infatti la pena secondo il modo della sua colpa. Peccò infatti tre volte con la vista, tre volte con l'udito, tre volte con il tatto. Perciò in tre modi dovrà essere punita nella vista: primo, deve vedere personalmente i peccati e le abominazioni sue; secondo, deve vedere te nella tua malizia; terzo, deve vedere le miserie e le pene terribili delle altre anime. E similmente tre volte deve essere punita nell'udito: primo, deve udire il « guai » orribile, perché volle udire la propria lode e le piacevolezze del mondo; secondo, deve udire gli orribili clamori e le irrisioni dei demoni; terzo, udrà insulti e insopportabili sventure, quanto più dilettoso e fervoroso fu il suo amore del mondo e non di Dio e quanto più servì al mondo e non a Dio. E anche in tre modi sia afflitta nel tatto. Primo, arda di fuoco interiore ed esteriore ardentissimo, da non restare in essa alcuna macchia, che non sia purgata nel fuoco; secondo, patisca il massimo freddo, perché ardendo di tanta sua cupidigia, era fredda nella mia carità; terzo, sarà nelle mani dei demoni affinché non ci sia nessun pensiero o parola, per quanto minimi, che non siano purgati, fin quando sia come oro, purificata al fuoco e al crogiolo, a piacere di chi lo possiede.
Allora disse di nuovo il diavolo: Fino a quando sarà in questa pena quest'anima? Rispose il Giudice: Fino a quando la sua volontà desiderava di vivere nel mondo. E siccome era tale che di buon grado avrebbe vissuto nel corpo sino alla fine del mondo, perciò codesta pena deve durare fino alla fine del mondo. Difatti è questa la mia giustizia: chiunque ha in sé la divina carità e mi desidera con ogni desiderio, volendo essere con me e staccarsi dal mondo, questi deve ottenere il cielo senza pena, perché l'esame nella vita presente è la sua purificazione. Chi poi teme la morte, per l'acerba pena che è e per l'acerba pena futura e vorrebbe vivere più a lungo per emendarsi, deve avere più leggera pena nel Purgatorio. Chi poi ha volontà di vivere fino al giorno del giudizio, anche senza peccare mortalmente, ma solo per desiderio di vivere in perpetuo, dovrà soffrire fino al giudizio.
Rispondendo allora la piissima Madre, disse: Benedetto sii tu, Figlio mio, per la tua giustizia, che è con ogni misericordia. Sebbene infatti noi tutto vediamo e sappiamo in te, tuttavia perché lo sappiano anche gli altri, dicci qual rimedio debba essere usato per accorciare un così lungo tempo di pena, quale mezzo per estinguere un fuoco così ardente e come possa essere liberata quest'anima dalle mani del demonio.
Rispose il Figlio: Nulla si può negare a te, perché sei la Madre della Misericordia e cerchi e procuri misericordia per tutti. Son dunque tre i rimedi, che fan diminuire così lungo tempo di pena ed estinguere quel fuoco e liberare dalle mani dei demoni. Il primo è se da qualcuno si restituisce quel che da un altro è stato ingiustamente sottratto ed estorto, o doveva essere da lui giustamente dato: questa infatti è la giustizia con la quale l'anima è purificata o per le preghiere dei Santi, o con le elemosine, o per le opere degli amici, o per purificazione a ciò proporzionata. Il secondo è un'abbondante elemosina, con la quale difatti è cancellato il peccato, come con l'acqua è spento il fuoco. Il terzo è l'offerta del mio Corpo sull'Altare, in suo favore e con le preghiere degli amici. Son queste tre cose che lo libereranno da quelle tre pene. Chiese di nuovo la Madre della Misericordia: E a che gli giovano ora le opere buone da lui fatte per te? Rispose il Figlio: Non me lo chiedi perché non lo sai, mentre tutto sai e vedi in me, ma me lo chiedi per far conoscere agli altri la mia carità. Certamente, neppure la minima parola o il minimo pensiero, pensato in mio onore, rimarrà senza ricompensa, perché quel che ha fatto per me, ora è presso di lui a suo refrigerio e conforto; e perciò prova minor pena di quanta altrimenti sentirebbe.
Poi di nuovo parlava la Madre al Figlio dicendo: Perché e come mai quest'anima vive ed è però immobile, come chi non muove né piedi né mani contro i suoi nemici?
Rispose il Giudice: Il Profeta disse di me che io sarei stato muto come un agnello davanti al tosatore. E veramente io tacqui davanti ai miei nemici e perciò è giusto che siccome quest'anima non si curò della mia morte e la stimò così poco, così è ora, per giustizia, come un bambino che non è capace di reagire nelle mani degli uccisori.
Disse la Madre: Benedetto sii tu, dolcissimo Figlio mio, che niente fai senza giustizia. Tu dicesti prima, Figlio mio, che gli amici tuoi potrebbero aiutare quest'anima e tu ben sai che quest'anima mi ha in tre modi servita: primo, con l'astinenza, digiunando cioè alla vigilia delle mie feste e in esse astenendosi in mio nome; secondo, perché leggeva le mie Ore; terzo, perché cantava anche con la sua bocca in mio onore. Dunque, Figlio mio, giacché ascolti gli amici tuoi che gridano in terra, io ti prego anche che ti degni di ascoltare me.
Rispose il Figlio: Chiunque ha un amore più ardente per Iddio, più presto trova esaudite le sue preghiere. E giacché tu mi sei soprattutto carissima, chiedi dunque ciò che vuoi e ti sarà concesso.
La Madre soggiunse: Quest'anima soffrì tre pene nella vista, tre nell'udito, tre nel tatto. Io ti prego, dunque, Figlio carissimo, che tu voglia diminuirne una nella vista, che non veda cioè gli orribili demoni e sopporti le altre due pene, perché così esige la tua giustizia, alla quale non posso contraddire secondo la giustizia della tua misericordia. Poi ti prego che le diminuisca una pena nell'udito, che non oda cioè la vergogna e la confusione sua. Infine ti prego, che anche nel tatto le diminuisca una pena, che cioè non senta il freddo, più freddo del gelo, del quale è degna perché era fredda nell'amor tuo.
Rispose il Figlio: Benedetta sei tu, carissima Madre, niente ti si può negare, sia fatto secondo la tua volontà, come hai chiesto sia fatto.
Concluse la Madre: Benedetto sei tu, Figlio mio dolcissimo, per ogni tua carità e misericordia. Allora in quel punto si vide uno dei Santi che disse: Lode a te, o Signore Dio, Creatore e Giudice di tutti. Quest'anima devota mi servì nella sua vita: per me digiunò, mi onorò assieme agli altri miei amici col suo saluto, perciò – da parte loro e mia – ti prego: Abbi pietà di quest'anima e per le nostre preghiere donale il refrigerio in una pena soltanto, che cioè i demoni non possano offuscarne la coscienza: essi infatti lo farebbero per loro malizia, se non ne sono frenati, al punto che ella – con la coscienza così offuscata – mai spererebbe la fine della sua miseria e l'ingresso nella gloria, se non quando piacerebbe a te riguardarla con la tua grazia; e questo è il maggior tormento in ogni supplizio. Perciò, mio Signore, concedile – per le nostre preghiere – che in qualunque pena sia, abbia per certo che quella pena finisce e che perverrà alla gloria eterna.
Rispose il Giudice: In effetti questa è la vera giustizia che cioè quell'anima, che tante volte allontanò la coscienza dai pensieri spirituali e dall'intelligenza delle corporali e volle offuscarla e non temette di agire contro di me, ora sia giustamente ottenebrata dai demoni. Ma, giacché voi, carissimi amici miei, avete ascoltato le mie parole e le avete messe in pratica, non posso negarvi niente e farò dunque quello che volete. Allora risposero i Santi tutti: Benedetto sii tu, Dio, in ogni tua giustizia; tu che giudichi giustamente e niente lasci di impunito.
Di poi l'Angelo buono, custode di quell'anima, disse al Giudice: Dal principio della mia missione con l'anima e il corpo di questa persona, io sono stato con lei e la seguivo per la provvidenza della tua carità, ed essa faceva talvolta la mia volontà: perciò, te ne prego, Signore, abbi pietà di lei.
Rispose allora il Signore: Su questo vogliamo deliberare.
E la visione scomparve.
 
Dichiarazione
Costui fu un soldato, cortese e amante dei poveri, la moglie del quale fece abbondantissime elemosine per lui e morì a Roma, come fu di lei predetto nello Spirito di Dio, e come risulta dal libro III, al cap. 12, F.
Quattro anni dopo questa visione, in cui una certa anima fu condannata al Purgatorio fino al giorno del giudizio, vide ancora la stessa anima presentata dall'Angelo al divin Giudizio quasi già tutta rivestita. Per essa l'Angelo con tutta la milizia celeste pregava Dio e Cristo, che allora la liberò dalle pene e la trasferì nella gloria come una fulgida stella, per le preghiere degli Angeli e dei Santi e le lagrime e i suffragi degli Amici viventi.
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Capitolo Quarantesimo
Quattro anni dopo questo fatto, vidi di nuovo un giovane splendidissimo (l'Angelo) con l'anima suddetta, già quasi vestita, ma non del tutto.
Al Giudice, che sedeva in trono, mentre lo assistevano una infinita moltitudine e l'adoravano per la sua pazienza e carità, egli disse: O Giudice, questa è quell'anima per la quale io pregavo e tu rispondesti che volevi deliberare. Noi tutti qui presenti dunque di nuovo ti chiediamo per essa la tua misericordia. E anche se noi sappiamo tutto nella tua carità, tuttavia per la sposa tua, che ci ascolta e vede spiritualmente, parliamo a modo umano, anche se non ci sono persone umane fra noi.
Rispose il Giudice: Se ci fosse un carro pieno di spighe e vi fossero molti uomini a prenderne una dopo l'altra, se ne diminuirebbero il numero e il peso; così è adesso. Infatti molte lagrime e molte opere di carità arrivarono a me per quest'anima ed è giusto perciò che venga in tua custodia e tu la trasferisca nel riposo, che né occhio può vedere né orecchio udire, né la stessa anima può nel corpo pensare; dove non c'è cielo sopra né terra di sotto; dov'è immisurabile l'altezza e immensa la lunghezza; dove la larghezza è mirabile e incomprensibile la profondità; dove Dio è sopra e fuori e oltre tutte le cose e regge e contiene tutto, né da alcuno è contenuto.
Dopo ciò fu vista quell'anima salire al cielo, splendente come una stella fulgidissima nella sua luce.
E allora disse il Giudice: Verrà presto il tempo, quando pronunzierò i miei giudizi e farò giustizia contro la progenie del defunto, del quale è quest'anima, perché si sono alzati in superbia. Ma avranno la ricompensa della superbia.
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La Madre di Dio compiacendosi della sollecitudine avuta nel piacere a Dio, dice di non elogiare se stessa così facendo, ma di parlare a gloria e onore di Dio. E dal Figlio chiede per la sposa le celestiali vesti delle virtù, il sacro cibo del Corpo suo e uno spirito più fervoroso. E il Figlio acconsente, se la sposa è umile, timorosa e riconoscente.
 
Capitolo Quarantaduesimo
Dice la Madre: Io fin dalla giovinezza pensai sempre all'onore del Figlio mio e fui sempre sollecita del modo come piacergli. Sebbene poi ogni elogio diminuisca sulla propria bocca, tuttavia io non parlo a modo di quelli che cercano la propria lode, ma ad onore del Figlio mio, Dio e Signore mio, il quale formò il sole dalla polvere e dal secco accese il fuoco incombusto e produsse, senza umori, frutto degnissimo e dolcissimo. Poi voltatasi al Figlio, disse: Benedetto sii tu, Figlio mio. Io son come quella donna esaudita dal Signore, che chiedeva pietà per i misteri e gli impotenti. Così io ti prego per la figlia mia, cioè per la tua sposa, la cui anima redimesti col tuo Sangue e illuminasti con la tua carità e incoraggiasti con la tua bontà e che nella tua misericordia a te sposasti.
Ti prego, o Figlio, dàlle tre cose: Dapprima, le vesti più preziose, perché figlia e sposa del Re dei re. Se difatti la sposa non ha veste regale, è solamente disprezzata; se poi è scoperta men che decorosa, è solamente di obbrobrio. Dalle perciò non le vesti della terra, ma quelle del cielo; non quelle costose di fuori, ma splendenti di dentro per la carità e la castità. Dà a lei l'abito delle virtù, affinché non mendichi cose esteriori, ma abbia interiore abbondanza e che possa risplendere anche fra gli altri per l'abito. Di più, dalle il cibo più delicato, abituata com'è la tua sposa ai cibi grossolani, ora s'abitui al tuo cibo. Esso infatti è un cibo che si tocca, ma non si vede; si possiede, ma non si sente; sostenta, ma è sconosciuto al senso; viene, ma è già dovunque; questo è il Corpo tuo degnissimo, preconizzato dall'Angelo arrostito, ch'è adempiuto mirabilmente dalla tua Umanità da me assunta. Questo compimento è felicemente mostrato ogni giorno dalla Divinità con l'Umanità. Questo cibo, Figlio mio, dà alla tua sposa, perché senza di esso viene del tutto a mancare, come il bambino deperisce senza il latte, e, con esso e per esso, si rinnovella per ogni bene, come un malato col cibo. Infine, dalle, o Figlio mio, uno spirito più fervoroso: questo infatti è il fuoco, che acceso non si spegne, che svilisce tutto ciò che diletta al vedersi e fa sperare le cose future; questo spirito, Figlio mio, dà a lei.
Allora il Figlio rispose, dicendo: Madre carissima, le tue parole sono dolci, ma tu sai che chi chiede cose sublimi, deve prima comportarsi fortemente ed esercitarsi nell'umiltà. Perciò tre cose le sono necessarie: la prima, l'umiltà; per essa infatti s'ottiene ciò che è sublime, sappia cioè che i beni li ha non per merito suo ma per la grazia. La seconda, il dovuto rendimento di grazie da rendersi a chi glieli dà. La terza, il timore, per non perdere la grazia concessa.
Ordunque per ottenere e possedere le tre cose da te chieste, non trascuri quest'altre tre. A nulla serve infatti aver ottenuto, se non si sa conservare ciò che s'è ottenuto ed è più brutto perdere il già posseduto che il non averlo mai avuto e posseduto.
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Cristo dice alla sua sposa, ch'Egli è come il Vasaio, il quale, benché molti vasi si spezzino, non cessa per questo di formarne altri, cioè anime, fino a quando il Coro angelico nel cielo non sia al completo; e si paragona a un'ape, perché si sceglie un'altra nuova erba. Infatti convertirà i Pagani, donde trarrà grande dolcezza, cioè molte anime da riempirne l'alveare del Regno dei cieli.
 
Capitolo Quarantaquattresimo
Io sono come un buon vasaio, che con il fango fa molti vasi! benché molti si rompano, egli non cessa di farne dei nuovi, fino al numero stabilito. Così faccio io, che da ignobile materia traggo una nobile creatura, cioè l'uomo e, anche se molti si allontanano da me, non cesso per questo di formarne altri, fino a che sia ripieno il Coro Angelico e i posti vuoti in cielo.
Io sono anche come un'ape che, uscendo dal suo alveare, vola verso la bellissima erba avvistata da lontano, e fra di essa cerca un fiore bellissimo, profumatissimo ed elegante. Ma quando s'avvicina trova un fiore secco, senza più odore, annientato, e sfumata ogni soavità. Allora cerca un'altra erbe e ne trova una un po' aspra, con un fiore piccolo e non molto profumato, gradevole, anche se poco attraente. In quest'erba fissa il piede e ne estrae dolcezza, che porta all'alveare fino a che esso si riempia.
Quest'ape sono io, Creatore di tutte le cose e Signore, che uscii dall'alveare, quando prendendo forma umana, mi resi in essa visibile. Cercai allora l'erba bella, cioè assunsi i popoli cristiani. Essi erano belli per la fede, dolci per la carità, fruttiferi per la buona vita. Ma ora, degradati dallo stato di prima, sembrano belli di nome, ma sono di vita corrotta; portano frutti al mondo e alla carne, ma sono sterili a Dio e all'anima. Dolci per se stessi, sono a me amarissimi, perciò cadranno e saranno annientati. Io, come l'ape, mi sceglierò un'altra erba, un po' asprigna, cioè i Pagani, dai costumi abbastanza lontani, alcuni dei quali portano un piccolo fiore e poca dolcezza, ossia una volontà per cui volentieri si convertirebbero e mi servirebbero, se conoscessero il modo e l'annunzio.
Da quest'erba estrarrò tanta dolcezza da riempire l'alveare e tanto voglio accostarmici che non manchi la bellezza né l'ape sia defraudata del frutto del suo lavoro. E ciò che è selvatico e vile, crescerà meravigliosamente a somma bellezza. Invece, quel che sembra bello, seccherà e diverrà deforme.
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Prega la sposa che la Vergine le ottenga il perfetto amore di Dio. Risponde la Vergine che per ottenerlo deve osservare le sei parole del Vangelo, qui contenute, e le spiega chiaramente quella parola; Va, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri; e l'altra: Non vogliate preoccuparvi del domani, ecc. E dice che se attende alla fatica dell'orazione e della devota lettura, può lecitamente chiedere le cose necessarie alla vita.
 
Capitolo Quarantaseiesimo
La sposa dice alla Vergine: O quanto è dolce il mio Signore Dio. Chiunque infatti possiede Lui, dolcissimo, non avrà dolore in cui non senta consolazione. Perciò, Madre benignissima, ti prego di voler togliere dal mio cuore ogni amore a tutte le cose temporali, sicché sia a me carissimo il Figlio tuo, fino alla morte.
Rispose la Madre: Giacché desideri ti sia carissimo il Figlio mio, ascolta le sue parole, da lui personalmente dette nel suo Vangelo, che a questo mirano, che cioè Egli sia amato sopra tutti. E perciò ricordo alla tua memoria sei parole evangeliche. La prima è, quando disse al ricco: Va,' vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri e seguimi. La seconda è: Non vi preoccupate del domani. La terza è: Vedete come i passeri si nutrono, quanto più il Padre celeste nutrirà gli uomini. La quarta è: Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. La quinta è: Cercate prima il regno di Dio. La sesta è: O voi che avete fame, venite a me ed io vi sazierò.
Davvero pare vendere tutto colui che poi non desidera più possedere altro che un po' di sostanza per il corpo e distribuisce il resto ai poveri in onore di Dio e non del mondo, allo scopo di ottenere l'amicizia di Dio. Come si vede in S. Gregorio e in molti altri Re e Principi, che furono tanto amati da Dio, perché, anche avendo ricchezze, le distribuiscono agli altri; come anche quelli che tutte le cose assieme lasciarono a Dio, chiedendo poi essi stessi l'elemosina agli altri. Infatti quelli che ebbero ricchezze del mondo a onore di Dio, volentieri ne sarebbero vissuti senza, se così Dio avesse voluto. Questi altri poi si fecero poveri per onore di Dio. Perciò ad ogni uomo, che possiede beni legittimamente acquisiti o anche rendite, è consentito di prenderne il frutto per il sostentamento suo e dei suoi familiari a onore di Dio. Quel che sarà sopravanzato, lo distribuisca ai poveri, amici di Dio. La seconda: non preoccuparti del domani, infatti anche se non avessi nulla se non il nudo corpo, spera in Dio ed Egli, che nutre i passeri, sostenterà anche te, che ha redento col sangue suo.
Allora io chiesi: O Signora carissima, che sei bella, ricca e virtuosa: tanto bella perché mai peccasti, tanto ricca perché amica carissima di Dio, e così virtuosa perché perfettissima in tutte le opere buone. Pertanto, o mia Signora, ascolta me che son piena di peccati e povera di virtù. Noi oggi abbiamo il cibo e le cose a noi necessarie; e domani ne avremo ancora bisogno e non ne avremo affatto: come possiamo dunque essere senza preoccupazioni, quando non abbiamo niente? Infatti se l'anima riceve la consolazione da Dio, l'asino però – che è il corpo – vuole il suo sostentamento.
Rispose la Vergine: Se avete delle cose superflue, vendetele o pignoratele e così vivrete senza preoccupazioni.
Io risposi: Abbiamo le vesti, che usiamo la notte e il giorno e pochi recipienti per la nostra tavola. Il Sacerdote ha i suoi libri e per la Messa abbiamo il calice e i paramenti. La Vergine rispose: Il sacerdote non dev'essere privo di libri, né voi della Messa, né la Messa può essere celebrata senza i paramenti. Né il vostro corpo deve andar nudo, ma vestito per la modestia e per difenderlo dal freddo e avete perciò bisogno di tutte codeste cose.
Io soggiunsi: Devo forse prendere soldi a prestito sulla mia parola per qualche tempo? La Madre rispose: Se sei sicura che, alla scadenza potrai saldare, prendi pure a prestito e se no, no. Meglio un giorno senza nutrimento, che impegnare la tua parola senz'alcuna certezza.
Ed io: O dovrò infine lavorare per procurarmi il cibo? Rispose la Madre: Che fai ora e oggi? Io risposi: Studio grammatica, prego e scrivo. Disse allora la Madre: Non conviene che tu lasci questo lavoro, per quello manuale. Ed io: E che avremo allora come vitto di domani?
Rispose la Madre: Chiedete in nome di Gesù Cristo, se non avete altro.
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La Madre di Dio dice alla sposa che non fu piccolo dolore, fra tutti gli altri, quello che lei patì quando fuggì col Figlio in Egitto e udì che era perseguitato da Erode e bellamente le narra quel che fece il Figlio nella sua infanzia e adolescenza fino al tempo della predicazione e della passione.
 
Capitolo Cinquantottesimo
Maria parlò alla sposa, dicendo: Ti ho detto dei miei dolori. Ma non fu il più piccolo quello che ebbi quando portavo il Figlio mio fuggendo in Egitto e quando udii ch'erano uccisi i piccoli Innocenti e che Erode perseguitava il Figlio mio. Anche sapendo quel che era scritto del Figlio mio, tuttavia il cuor mio per il grande amore che nutrivo per il Figlio mio si riempì di dolore e tristezza. Puoi ora chiedermi che cosa faceva il Figlio mio tutto il tempo che precedette la sua passione. Ti dico, che, come afferma il Vangelo, era sottomesso ai Genitori e si comportò come gli altri bambini, fino alla maggiore età, né mancarono cose meravigliose nella sua gioventù: le creature servirono al loro Creatore, tacquero gli Idoli e molti di essi caddero al suo arrivo in Egitto; i Magi predissero che sarebbe stato segno di grandi cose future; anche gli Angeli lo servirono; nessuna immondizia lo macchiò mai, neppure alcun intreccio nei suoi capelli. Sono tutti avvenimenti inutili a sapersi da te, mentre nel Vangelo sono esposti i segni della sua divinità e umanità, che possono edificare te e gli altri. Giunto poi alla maggiore età, era sempre in orazione e, obbediente, salì con noi alle feste stabilite a Gerusalemme e in altri luoghi.
La sua persona e la sua parola erano così ammirabili e gradite, che molti sconsolati dicevano: Andiamo dal Figlio di Maria per essere consolati. Crescendo poi di età e di sapienza, di cui era già pieno da principio, lavorava manualmente, anche se questo non era ritenuto decoroso, e diceva a noi in segreto parole confortevoli e divine, sicché eravamo sempre colmi di indicibile gaudio. Quando poi eravamo nelle preoccupazioni, nella miseria, nelle difficoltà non mise fuori né oro né argento, ma ci esortava alla pazienza e fummo straordinariamente preservati dagli invidiosi. Talvolta ci provenne il necessario dalla compassione di anime buone; tal altra dal nostro lavoro, tanto che bastasse al nostro sostentamento e non per il superfluo, perché non volevamo altro che servire soltanto a Dio. Frattanto egli in casa si intratteneva a parlare familiarmente con gli ospiti amici, della legge e della sua interpretazione e dei simboli, e discuteva anche in pubblico con i sapienti e ne stupivano e dicevano: Ecco, il Figlio di Giuseppe insegna ai Maestri; parla in lui qualche grande spirito.
Una volta che mi vide mestissima per il pensiero della sua passione, mi disse: Non credi, o Madre, che io sono nel padre e il Padre è in me? Alla mia venuta ti sei forse tu macchiata o ne hai sofferto? Perché ti affliggi? È volontà del Padre ch'io patisca la morte e anzi è la mia volontà col Padre. Non può patire quel che ho dal Padre, ma lo patisce la carne presa da te, per redimere la carne degli altri e salvare le anime.
Ed era così obbediente, che quando Giuseppe gli diceva: Fa' questo o quello, subito lo faceva, perché nascondeva talmente la potenza della sua divinità, che solo da me e talvolta da Giuseppe poté sapersi; il suo capo fu visto spesso irradiato d'un alone di ammirabile luce e udimmo su di lui cantare le voci angeliche.
Vedemmo anche uscire, alla vista del Figlio mio, spiriti immondi, che non potevano uscire per mezzo di esorcisti approvati nella nostra legge. Ecco, figlia mia, siano sempre nella tua memoria queste cose e ringrazia Dio che volle, per mezzo tuo, rivelare agli altri la sua infanzia.
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La semplicità di chi sa appena il « Padre nostro » piace di più a Dio, che la prudenza dei superbi, e così pure chi con la dotta ignoranza e con l'amore osserva i comandamenti, i consigli evangelici, tutti i Diritti e le Leggi.
 
Capitolo Centosedicesimo
Un uomo semplice, che non conosceva del tutto il « Padre nostro », chiese un consiglio spirituale da Donna Brigida. E ad essa Cristo disse: A me piace di più la semplicità dell'anima semplice di quest'uomo, che l'astuzia dei superbi, perché in essi c'è la superbia che allontana Dio dal cuore. In costui c'è l'umiltà, che introduce Dio nel cuore. Perciò digli che continui a fare quello che ha fatto solitamente finora e avrà la mercede con quelli ai quali ho detto: Venite, voi che lavorate ed io vi ciberò d'un pane eterno. Se dicessi infatti a lui quel che dissi a quel giudeo che mi chiese maliziosamente consiglio: « Osserva i comandamenti e vendi quello che hai », non può capirlo, perché la vecchiaia non comprende informazioni e come povero non ha che cosa vendere.
Certo all'uomo che tende alla vita eterna, occorrono i comandamenti, senza i quali non può salvarsi, mentre ha tempo e sovrabbondanza di chi lo istruisce. Di costui invece la dotta ignoranza e la buona volontà mi piacciono tanto, come mi piacque quella vedova dei due denari, ch'io preferii alle ricchezze dei Re. Difatti egli, nella sua ignoranza possiede ogni sapienza. Mi ama, infatti, di cuore; ma donde ciò, se non (perché animato) dal mio Spirito?
E questo non amare le ricchezze e non saper dire grandi cose sembra stupidità ai sapienti del mondo. Perciò l'ho chiamata « dotta ignoranza », perché egli dal mio spirito ha appreso la vera sapienza, ch'è amare Dio. Non sembra a te veramente sapiente costui, che non sa se non un verbo solo, amare? Per questo amore, egli osserva tutti i comandamenti della Legge di Mosè; per esso dà a Dio quel che è di Dio; per esso pratica tutti i consigli del mio Evangelo; per esso osserva tutti i Diritti e le Leggi; per esso ama il prossimo, non desiderando la roba altrui, neppure il necessario anzi, né rubando, né mentendo al prossimo; per esso pensa continuamente alla morte e al giudizio, nel quale dovrà essere giudicato.
Perciò chi vuol venire a me, non deve preoccuparsi dell'ignoranza della legge; è sufficiente che voglia usare la sua coscienza, la quale dice di voler fatto a sé quello che fa agli altri. A che pro infatti l'uomo apprende tante cose e legge tanti libri? Non certamente per servire a me. Non è forse più per curiosità, conformismo, ostentazione e per essere chiamato maestro?
Sta di fatto che ognuno ha la propria coscienza e sarà da quella giudicato. Perciò, figlia mia, chiunque con perfetta fede e volontà, legge queste tre parole: « Gesù, pietà di me », mi piace più di quello che legge distrattamente mille versi.
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