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Maria è pozzo d'amore ove l'anima in Cristo s'immerge

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
Orate fratres Deum pro Pontificem Maximo Francisco,
pro exaltatione Sanctae Ecclesiae ac haeresum extirpatione,
pro nationum concordia,
pro principibus christianis,
pro tranquilitate populorum,
ut omnes una aeternis gaudiis tandem perfruamur.
Custodi nos Domine ut pupilam oculi sub umbra alarum tuarum protege nos.
Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen.

Una passo del Vangelo per te

☩ UN PASSO DEL VANGELO PER TE

Comunione in ginocchio o in piedi?

La questione è complessa. 
Nella Basilica di San Domenico sita in quel di Bologna accade che ogni tanto (raramente) qualche fedele si accosti alla comunione ponendosi in ginocchio. Si tratta di pochi, giovani o “convertiti” non necessariamente giovani, persone che esprimono con questo gesto una intensità perseguita o sognata della vita cristiana. Non sempre e non necessariamente sono classificabili come “tradizionalisti”. Intendiamoci, qualche volta potrebbero anche esserlo: e che male c’è?
Premesso che non vi è alcuna esortazione esplicita in tal senso, a differenza di altre chiese qui tale postura non riceve rimproveri, ma è accolta per lo meno con tolleranza e con atteggiamenti assolutamente non univoci, ma che vanno da: «Deo gratias! Finalmente cominciamo a risalire la china!» a: «Santo cielo! Guarda che cosa mi tocca sopportare!», con le infinite sfumature intermedie.
In realtà, non la comunione in ginocchio, ma la sua valutazione da parte degli operatori pastorali, più che con “ragioni di intelletto”, spesso avviene con “ragioni di sottopancia”. Le quali “ragioni di sottopancia” non sono di certo modificabili con documenti e ragionamenti, per lo meno all’inizio.
E tuttavia è utile esibire un certo numero di documenti e di ragionamenti a “giustificazione oggettiva” di quanti assumono tale postura e per mettere a disposizione, se non dei criteri, almeno delle norme oggettive all’interno di un dibattito che per lo più è soggettivo ed emozionale.

I - Dal punto di partenza al punto di arrivo
Situandosi “prima del Concilio”, il punto di partenza è la comunione in ginocchio alla balaustra e sulla lingua.
“Dopo il Concilio” alla postura in ginocchio si è affiancata quella in piedi e alla comunione sulla lingua si è affiancata la comunione in mano.
Teoricamente e combinando i vari fattori, le soluzioni potrebbero risultare quattro - tra le quali la comunione in ginocchio e sulla mano (!) -, ma di fatto la prassi si riduce a queste posture:
1) la più praticata e cioè in piedi con la comunione sulla mano o sulla lingua;
2) la meno praticata e cioè in ginocchio con la comunione sulla lingua.

II - La comunione in mano e in piedi
Partendo dalle determinazioni della Santa Sede secondo la quale la comunione
«può essere ricevuta dai fedeli sia in ginocchio che in piedi (sive genuflexis sive stantibus), secondo le norme stabilite dalla Conferenza Episcopale»
(Sacra Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino, Istruzione Inaestimabile donum del 3.4.1980, n. 11 = EV 7/301),
la Conferenza Episcopale Italiana in data 19.7.1989 emanò la delibera n. 56 secondo la quale:
«La santa comunione può essere distribuita anche deponendo la particola sulla mano dei fedeli» (ECEI 4/1845).
La stessa CEI pubblicò contestualmente una Istruzione Sulla comunione eucaristica che al n. 14 promuoveva di fatto anche la postura in piedi in questi termini:
«Particolarmente appropriato appare oggi l’uso di accedere processionalmente all’altare ricevendo in piedi, con un gesto di riverenza, le specie eucaristiche, professando con l’Amen la fede nella presenza sacramentale di Cristo (cf IGMR 56i, 117, 244c, 246b; Inaestimabile donum 11)» (ECEI 4/1859).
Si noti che la concessione:
- non riguardava l’alternativa “in ginocchio / in piedi”, sempre possibile secondo la citata Istruzione Inaestimabile donum,
- ma riguardava la comunione sulla mano o in bocca;
- infine ed inoltre «i fedeli sono liberi di scegliere tra i due modi ammessi» (n. 15 = ECEI 4/1860.1864).
Si esigeva però un segno di venerazione, un leggero inchino (ECEI 4/1859.1866), non esigito se la comunione era in ginocchio, secondo le disposizioni della Santa Sede:
«La Chiesa ha sempre richiesto ai fedeli rispetto e riverenza (reverentiam et pietatem) verso l’Eucaristia, nel momento in cui la ricevono. Quando i fedeli ricevono la comunione in ginocchio, non è loro richiesto alcun segno di riverenza verso il Ss.mo Sacramento, perché lo stesso atto di inginocchiarsi esprime adorazione (ipsa genuflexio adorationem exprimit). Quando invece la ricevono in piedi, accostandosi all’altare processionalmente, facciano (enixe comendatur) un atto di riverenza prima di ricevere il sacramento (debitam reverentiam faciant ante susceptionem sacramenti), nel luogo e nel modo adatto, purché non sia turbato l’avvicendamento dei fedeli” (Instr. Eucharisticum mysterium 34 = EV 2/1334; cf. IGMR 244c, 246b, 247b = EV 3/2305,2309,2310)»
(Sacra Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino, Istruzione Inaestimabile donum del 3.4.1980, n. 11 = EV 7/301).

III - La ripresa della Comunione in ginocchio: il fatto e le ragioni
La situazione che ne seguì dall’introdurre la comunione in piedi e in mano fu la difficoltà di trovare e di insegnare il previsto gesto di venerazione, per cui la recezione della comunione avvenne/avviene per lo più senza questo gesto. E non si tratta solo di un gesto: la comunione avviene per lo più senza lo “spirito” di venerazione/adorazione espresso dal gesto. Infatti il gesto rituale, come per tante altre esperienze umane, non si limita a “manifestare” un atteggiamento interiore, ma - presupposta una minima e previa catechesi - è anche la causa che genera e mantiene tale atteggiamento interiore.
A conferma e controprova si possono evocare alcuni testi patristici che la già citata concessione CEI riporta in nota al n. 3 delle Indicazioni particolari (ECEI 4/1865), ad esempio:
- «fai della tua mano sinistra un trono per la tua mano destra, poiché questa deve ricevere il re (...) santifica accuratamente i tuoi occhi mediante il contatto con il corpo santo» (Cirillo di Gerusalemme),
- «(...) la grande dignità di chi riceve il corpo del Signore rispetto agli stessi serafini» (Giovanni Crisostomo),
«ciascuno si avvicina, con lo sguardo abbassato e le mani tese. Guardando in basso il fedele esprime, mediante l’adorazione, una specie di debito di convenienza» (Teodoro di Mopsuestia).
Ora è chiaro che quelli evocati sopra sono atteggiamenti un poco difficili e in parte estranei per la mentalità del “fedele/tipo” o “normale” che fa la comunione processionalmente e in piedi. Eppure si trattava - si tratta! - di esortazioni presenti nel documento della CEI che concedeva la comunione sulla mano e processionalmente in piedi. E questo avviene non per trascuratezza dei fedeli, ma, come già accennato, per la carenza del gesto rituale di venerazione/adorazione. Per questo motivo non tardarono le reazioni, rafforzate da abusi e inconvenienti.
Ad esempio Giovanni Paolo II nella Dominicae cenae (24.2.1980, secondo anno di pontificato), pur eccettuando persone che ricevevano la comunione in mano e in piedi «con spirito di profonda riverenza e devozione», stigmatizzava «mancanze di rispetto» e repressioni quanto alla libertà di scelta di coloro che intendevano ricevere la comunione in bocca (n. 11 = EV 7/213).

A questo punto papa Benedetto XVI, andando oltre le parole e passando ai fatti, promosse la comunione in ginocchio - evidentemente senza obbligo - per recuperare con questa postura il senso dell’adorazione. Attenzione: “promosse” la comunione in ginocchio, e non “istituì” la comunione in ginocchio, perché la comunione in ginocchio era già prevista e possibile, solo che di fatto quasi non la si praticava.
Tale “promozione” fu spesso accompagnata e sostenuta da una citazione di sant’Agostino: «Nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando. - Nessuno mangia quella carne senza prima averla adorata; anzi, peccheremmo non adorando»
(Enarrationes in Psalmos 98,9 = CCL 39,1385).
Veramente - amicus Ratzinger sed magis amica veritas - la citazione di sant’Agostino parla sì dell’adorazione, ma tace del tutto sull’inginocchiarsi. Inoltre nel contesto arriva all’Eucaristia quasi come a un “espediente” per far quadrare un altro discorso. Chi avesse dei dubbi può andare all’indirizzo: http://www.augustinus.it/esposizioni_salmi/index2.htm, selezionare a destra dalla voce “elenco” il Salmo 98 e leggersi il paragrafo 9 e vedrà che è proprio così.
Comunque il ricevere la comunione in ginocchio... sta in piedi (!) anche senza questa citazione.

Ma a questo punto un certo numero di operatori pastorali “di loro autorità” vietarono ai fedeli di ricevere la comunione in ginocchio o per lo meno li sconsigliarono.
Questo già regnante Benedetto XVI. Immaginarsi oggi dopo la sua rinuncia!
  
IV - La ripresa della Comunione in ginocchio: la legislazione
Parafrasando Eb 8,1, questo è «il punto capitale delle cose che stiamo dicendo».
E cioè: al di là del parere di questo e di quello, delle esortazioni e dei divieti, quale è la legislazione della Chiesa in argomento?
Il n. 160 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano stabilisce laconicamente che: «I fedeli si comunicano in ginocchio o in piedi, come stabilito dalla Conferenza Episcopale».
Lo so, è una questione da “scribi e farisei”, ma il problema è di interpretare la “o” che c’è tra “in ginocchio” e “in piedi”: che cosa significa? che la Conferenza Episcopale può scegliere una tra le due alternative e quella scelta resta la sola praticabile in quella regione? oppure che, restando valide e possibili le due alternative, la Conferenza Episcopale può stabilire norme di applicazione, ad esempio come comportarsi nel caso della comunione in piedi?
A prescindere dall’originale latino, che orienterebbe per una interpretazione non di esclusione ma di ammissione delle due possibilità, di fatto ci furono divieti e... ricorsi a Roma, per cui la Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti, con la lettera This Congregation ad un vescovo e a un fedele circa la postura per ricevere la comunione eucaristica, in data 1 luglio 2002 chiarificò che: «Pur avendo la Congregazione approvato la legislazione che stabilisce per la Santa Comunione la postura eretta, in accordo con gli adattamenti permessi dalle Conferenze dei vescovi per mezzo della Istitutio generalis Missalis Romani, n. 160, par. 2, lo ha fatto chiarendo che i comunicandi che scelgono di inginocchiarsi non devono per questo motivo subire un rifiuto» (EV 21/665).

Essendo importantissima, la This Congregation può essere visionata e scaricata qui. (E' stata reimpaginata con i numeri dell'Enchiridion Vaticanum, di modo che la si può citare da una fonte autorevole.)

Un documento successivo sanciva e ribadiva la stessa legge di libertà, rivolgendosi evidentemente ai ministri competenti e specificando che: «Non è lecito negare a un fedele la santa comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l’Eucaristia in ginocchio oppure in piedi». (Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti, Istruzione Redemptionis sacramentum del 25.3.2004, n. 91 = EV 22/2277).
Dunque tutte e due le possibilità sono ammesse in un regime di libertà e dal punto di vista della legislazione sopra riportata vige una perfetta “par condicio”. Dunque nessuno può limitare la libertà di un fedele costringendolo a non ricevere la comunione in ginocchio o anche a non riceverla in piedi.

V - Tra dittatori da sopportare e libertà da promuovere
Eppure di fatto “qualcuno” impedisce o sconsiglia la comunione in ginocchio (così come “qualcuno” sconsiglia di inginocchiarsi alla consacrazione, nonostante questa sia la postura prima e normale secondo l’Ordinamento Generale del Messale Romano 43).
PARTICOLARE CURIOSO: è molto più difficile e meno frequente il caso contrario, cioè che qualcuno “da destra” impedisca o sconsigli la comunione in piedi e sulla mano.
Ciò è tuttavia normale perché - almeno a livello delle dinamiche ecclesiastiche: su quelle politiche ci vorrebbero altre considerazioni - con le dittature “di destra” un poco si tratta, con quelle “di sinistra” no, perché agiscono “per il tuo bene”, “per la comunità”, per il progresso, per il futuro della Chiesa ecc. E chi mai avrà il coraggio di retrocedere da questi nobili intenti o chi oserà opporvisi?
È evidente che questo “qualcuno” non può che essere costituito un pochino o un tantino in autorità: sarà un parroco o un formatore di seminaristi o di religiosi o... un vescovo.
Ma è evidente che questo “qualcuno” abusa della sua autorità e, invece di stare alle disposizioni della Chiesa, costringe a stare alle proprie disposizioni in nome della correttezza dei riti, del Concilio, della Chiesa del futuro e chi più ne ha più ne metta.
Ed è evidente che, così imponendosi, questo “qualcuno” esercita una violenza e, nella stretta misura in cui la esercita, non può che essere qualificato come un DITTATORE (chiaro che è un dittatore per questo atteggiamento e non necessariamente per tutto il resto). Se poi è un formatore, insegnerà l’obbedienza, lui che non obbedisce, e suggerirà chi mandare via e chi tenere, lui che per primo dovrebbe essere rimosso dall’ufficio.
Comunque i buoni fedeli di Cristo sopportano questo ed altro, fiduciosi che il Signore farà giustizia quando giorno e notte gridano verso di lui (cf Lc 18,7).

Più bella invece nella varietà e nella libertà è la coesistenza dei due modi 
La comunione in ginocchio mette in evidenza l’adorazione, quella preghiera in ginocchio presente nel NT da parte anzitutto di Gesù (cf Lc 22,41) e poi di tanti altri verso Gesù o semplicemente nella preghiera (cf Mt 1,40; 10,17; 17,14; Lc 5,8; At 7,60; 9,40; 20,36; 21,5).
È un restituire a Cristo in adorazione ciò che nella passione ricevette per scherno (cf Mt 27,29; Mc 15,19).
È un riconoscimento del disegno grandioso della salvezza e della vittoria escatologica di Gesù Cristo (cf Ef 3,14; Fil 2,10; Rm 14,11), anticipo del regno futuro che si attua già nell’Eucaristia.

La comunione in piedi (sulla mano) e camminando si riallaccia simbolicamente al “pane del cammino” del profeta Elia, che «con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio» (1Re 19,8), o alla manna data per sostenere il popolo durante il cammino (cf Es 16,1ss.). Gesù, portando a compimento queste Scritture, moltiplicò i pani per coloro che lo seguivano ascoltandone la parola (cf Mt 14,13; 15,3; Mc 6,34; 8,1-2; Lc 9,11; Gv 6,2).
Dunque ricevere la comunione in piedi e processionalmente è un gesto simbolico del cammino della nostra vita andando verso Cristo per riceverne forza e per camminare orientati a lui. Di fatto, più di altri atteggiamenti, mette più in evidenza la condizione del cristiano in questo mondo, le vicende e i beni terreni, ovviamente orientandoli verso Gesù Cristo.
È un poco l’atteggiamento simbolico di quanto il cristiano dovrebbe operare ogni giorno e che la liturgia chiede per tutti, ad esempio che i fedeli «liberi dai fermenti del peccato vivano le vicende di questo mondo, sempre orientati verso i beni eterni» (Prefazio II Quaresima), oppure che «usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni» (Colletta Domenica XVII ordinario) ecc.

Ecco la sinfonia cattolica
Mentre i dittatori di un sedicente “dopo il Concilio” impongono una sola dimensione non accettando la varietà dei carismi, gli umili operatori pastorali del vero “dopo il Concilio” - cioè coloro che attenendosi fedelmente alle norme liturgiche «dimostrano in modo silenzioso ma eloquente il loro amore per la Chiesa» (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia 52 = EV 22/303) - accettano che per dono dello Spirito alcuni fedeli nel ricevere la comunione esprimano maggiormente l’adorazione e altri il cammino della vita.
Lasciando coesistere le due forme, si ha un vicendevole influsso e un arricchimento l’una dall’altra: la comunione in piedi e processionale ricorda agli “adoratori” la serietà di vivere il rapporto con Cristo ben radicandolo in questo mondo; la comunione in ginocchio ricorda ai “viatori” che il cammino è verso Cristo e che il senso ultimo della vita non si riduce a sistemare bene questo mondo, ma ad adorare e lodare il nostro unico Salvatore nella forza dello Spirito e a gloria del Padre.
Certo la Chiesa, non alla luce di se stessa o delle “mode”, ma in quanto fedele ermeneuta di Gesù Cristo, può e potrà modificare tale disciplina e bisognerà attenervisi.
Ma ad oggi sembra che stabilire a chi e quando sia dato l’uno o l’altro carisma, sia un fatto che non dipende dagli operatori pastorali. Questi possono solo accogliere, proporre, bene e meglio orientare e ordinare ecc. i due carismi, ma non stabilire a chi e quando siano dati, tanto meno poi vietare o reprimere uno dei due. Che se così facessero, questo sì che sarebbe “clericalismo”.

P. Riccardo Barile o.p., priore

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